DAVID ABULAFIA.
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FEDERICO SECONDO.
Un imperatore medievale.
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Parte 1.
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Titolo originale: Frederick the Second. A medieval emperor. 1988.
Traduzione di: Gianluigi Mainardi.
1990. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Federico Secondo di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia, re di Gerusalemme, "Stupor Mundi",  sempre stato considerato uno dei personaggi pi affascinanti della storia europea, celebre per la sua cultura, per la volont di stabilire un governo illuminato e per la determinazione con cui contrast il potere papale.
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Le cose per non stanno esattamente come vuole una certa tradizione storica: Abulafia tratteggia in questa biografia una figura molto diversa, meno tollerante e pi tradizionalista, meno coraggiosa e combattiva, timorosa di due papi aggressivi e sospettosi. Una ricostruzione decisamente contro corrente da leggere come un affascinante romanzo storico.
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Completano il volume le carte storiche relative al periodo considerato, la bibliografia, le note e l'indice analitico.
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L'Autore.
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David Abulafia insegna Storia a Cambridge.  autore di "The two Italies" e di "Italy, Sicily and the Mediterranean, 1100-1400". Per gli "Annali della Storia d'Italia Einaudi" ha scritto "Maometto e Carlo Magno: le due aree monetarie italiane dell'oro e dell'argento".
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Indice di questa parte.
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Prefazione. dell'Autore.
Parte prima.
1. L'eredit normanna.
2. L'eredit germanica: Federico Barbarossa e Enrico Sesto.
Parte seconda.
3. L'infanzia, 1194-1220.
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FINE Indice.
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PREFAZIONE. dell'Autore.
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1.
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Federico Secondo fa parte di quell'esiguo gruppo di principi medievali che ancor oggi suscitano ammirazione. Gli ampi interessi culturali, la conclamata tolleranza nei confronti di ebrei e musulmani, la sfida all'autorit papale gli hanno guadagnato un'eccezionale reputazione. Viene dipinto come un genio, un uomo in anticipo sui suoi tempi, un sovrano impegnato nella creazione di un nuovo ordine secolare esteso al mondo intero. Se anche nulla di tutto ci rispondesse a verit, il fatto stesso che sia stato visto in questa luce lo qualificherebbe di diritto all'attenzione degli scrittori e dei lettori di libri di storia, ma in ogni caso con questo saggio mi riprometto di dimostrare che la fama di cui gode non  tutta meritata.
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L'esser stato coinvolto in una lunga sequenza di lotte con i pontefici ammant di leggenda il suo comportamento, o quanto meno ne ingigant certi aspetti al di l di ogni rapporto con la realt. D'altra parte era un bersaglio ideale di maldicenze e pettegolezzi. Pochi altri governanti medievali intrattennero una relazione epistolare con i sapienti del giudaismo e dell'islamismo; nessun altro Sacro Romano Imperatore cinse la corona nella chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme; nessuna struttura contemporanea poteva rivaleggiare in efficienza e impermeabilit di controllo con la macchina burocratica del regno siciliano di Federico. N si pu in sostanza negare che dopo la sua morte il Sacro Romano Impero conobbe una lunga recessione da cui fatic ad emergere sino a quando Carlo Quinto si impose in Germania e in Spagna agli inizi del Sedicesimo secolo. Problema condiviso dai due imperatori fu la gestione di una doppia eredit, tedesca e mediterranea; e per molti versi Federico Secondo assolse il compito con maggior disinvoltura del suo stolido successore absburgico.
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Il regno di Federico Secondo segna dunque una tappa importante nella trasformazione dell'Europa da una comunit di cristiani guidata da due autorit universali concorrenti, il papa e l'imperatore, a un mosaico di nazioni-stato in cui l'imperatore romano aveva molta meno voce in capitolo. Sotto certi aspetti, conviene ricercare le origini della nazione-stato nel regno di Sicilia, frammento pi piccolo ma meglio controllato del binomio che componeva il grosso del patrimonio territoriale di Federico; i suoi abitanti erano lungi dal costituire una "nazione" nel senso che si suole attribuire a questo termine, ma i metodi centralizzati di governo adottati in Sicilia furono importanti nello sviluppo della nazione-stato tanto quanto i concetti in graduale evoluzione di unit etnica, culturale o linguistica, cui la Sicilia si mostr pi refrattaria della maggior parte degli altri regni europei. Federico resse ad un tempo un impero universale e una monarchia territoriale, seguendo criteri assai diversi tra loro, senza alcuna intenzione (contrariamente a ci che molti suppongono) di integrarli in una monolitica autocrazia romana spaziante dai confini della Danimarca alla Sicilia.
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Un monarca il cui dominio si estendeva su regioni che oggi formano discreta parte delle due Germanie, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Francia (Borgogna meridionale e Provenza), Italia, Malta, Cipro, Israele e Libano, che sguinzagli i cavalieri teutonici alla conquista di quelli che in seguito sarebbero diventati gli Stati Baltici, che giunse addirittura a far sentire il suo peso sulle coste tunisine, richiede al suo biografo un ventaglio di competenze che esulano dalle mie possibilit. Le conoscenze che posso vantare in merito al regno siciliano, alle crociate e all'Oriente latino, alla societ e alle idee politiche delle citt dell'Alta Italia, non mi qualificano ad emettere un giudizio sul suo operato in Germania, n sulla vita culturale della sua corte. Ciononostante non ho esitato a trarre alcune sorprendenti conclusioni a proposito di quest'ultimo argomento. Quanto alla Germania, mia unica rivendicazione  l'aver incorporato quanto  col noto delle strategie politiche di Federico nel contesto pi aperto dei suoi obiettivi in Italia e nell'Oriente latino. Data la relativa carenza di attenzione agli ultimi quindici anni dell'esistenza di Federico, ho deciso di indirizzare le mie ricerche soprattutto all'arco temporale che va dal 1235 circa al 1250, con qualche puntata sulla fanciullezza e sul periodo delle crociate. In particolare ho analizzato a fondo i registri papali conservati nell'Archivio Segreto Vaticano e l'unico registro esistente di documenti di Federico Secondo, 1239-40; in ogni caso ho preferito far affidamento su ci che rimane dei manoscritti, piuttosto che ricorrere a edizioni incomplete o piene di errori.
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Lungi da me comunque pretendere di aver portato alla luce una copiosa messe di dati concreti rimasti sepolti nei secoli: quasi tutte le fonti, con l'eccezione del registro del 1239-40, sono state ripetutamente setacciate da dotti studiosi tedeschi ansiosi di sollevare i veli che ancora avvolgono il loro imperatore pi enigmatico. Per questo motivo sono venuto alla difficile determinazione di sacrificare le note a vantaggio di un testo pi corposo; so bene che Ernst Kantorowicz venne condannato per il medesimo reato quando nel 1927 pubblic una biografia di Federico, ma a mia discolpa va detto che le nostre chiavi di lettura non potrebbero essere pi divergenti. Ad ogni buon conto, chi desideri maggiori ragguagli su punti specifici pu sempre consultare l'"Ergnzungsband", o supplemento, al libro di Kantorowicz, nonch le note negli "Annali" ("Jahrbcher") dell'impero germanico.
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La presente opera vuole infatti proporre un'interpretazione globale del suo regno, non cavillare sui dettagli (tanto per dirne una) di ci che avvenne alla battaglia di Cortenuova. Su simili episodi non mancano valide guide: basti citare i laboriosi e soporiferi contributi di Winkelmann circa la prima parte del regno, o la mastodontica ricostruzione di Van Cleve, infarcita di errori pi o meno marchiani sul piano esegetico, ma sobria e scorrevole laddove si limita ad esporre il corso degli eventi. Del resto, esiste una concordanza di vedute sui lineamenti generali della vita di Federico, eccezion fatta per quegli storici che, tutto sommato incresciosamente, fanno sfoggio di un'erudizione raffinata ma fine a se stessa. Vorrei ribadire che sappiamo ormai abbastanza delle vicende di Federico per azzardare un ripensamento delle sue finalit; ci che  strano  che io abbia potuto raggiungere conclusioni opposte, mettiamo il caso, a quelle di Van Cleve o di Haskins, avvalendomi non di rado delle prove da loro stessi addotte a sostegno delle tesi enunciate. Parte della mia fatica va perci considerata una rivisitazione di Van Cleve o Kantorowicz piuttosto che un tentativo di riesaminare da cima a fondo tutte le fonti e compilare una biografia assolutamente vergine - operazione peraltro superflua quando sono in ballo soltanto i fatti; ci che occorre  un giudizio complessivo delle ambizioni e realizzazioni dell'imperatore.
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A questo scopo  necessario collocare Federico in un contesto pi vasto di quanto sinora sia stato fatto. Isolarlo dal suo "background" normanno significa dilatarlo fuori scala; per questo motivo ho ritenuto essenziale inserire un voluminoso capitolo iniziale dedicato alla fondazione normanna del regno di Sicilia, facendo costante riferimento ai problemi che angustiarono sia i Normanni che Federico Secondo. Campeggia in queste pagine, ma proietta la sua ombra in tutto il resto del libro, la figura di Ruggero Secondo, nonno di Federico. Ad ogni modo, non esistono monografie organiche del regno normanno di Sicilia che affrontino tematicamente gli argomenti con cui mi misuro in questo capitolo.
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Considerazioni analoghe mi hanno indotto ad abbozzare il substrato tedesco di Federico Secondo, soffermandomi nel secondo capitolo su Federico Barbarossa e suo figlio Enrico Sesto, padre di Federico Secondo; se si vuol dare un senso alla carriera di quest'ultimo, non ci si pu limitare ai problemi politici della Germania ma bisogna sviscerare le ragioni del coinvolgimento tedesco in Lombardia, in Toscana e nelle crociate. Passando infine all'ultimo capitolo, ho avvertito l'esigenza di seguire le fortune degli Hohenstaufen oltre la morte di Federico nel 1250, che rappresenta un momento pressoch insignificante in una contesa che a quella data era ormai lanciata in piena corsa: la sua scomparsa non consigli al pontefice di seppellire l'ascia di guerra e il conflitto tra la casata di Federico e il papato raggiunse il suo vero culmine con i Vespri siciliani del 1282.
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Era l'intera dinastia, come andavano dicendo fuori dai denti i papi e i loro alleati, che doveva essere eliminata dalla faccia della terra. Cos impostato il problema, appare chiaro che Federico Secondo non usc di scena sconfitto; tutt'al pi nel 1250 si pu parlare (dal punto di vista della Santa Sede) di uno stallo. Calare la saracinesca nel 1250 vuol dire ignorare l'ossessione dominante dei protagonisti: la sopravvivenza o l'estinzione di una dinastia, una preoccupazione che turbava i sonni di ogni principe medievale, di ogni signore secolare. Ancor pi toccato dal problema della perpetuazione dinastica era un imperatore tedesco, poich i suoi feudatari si battevano per conservare il potere di eleggere il loro capo con la stessa foga con cui questi si sforzava di far accettare il principio della successione ereditaria. Un altro tema nel capitolo conclusivo  la celebrit postuma di Federico Secondo, il cui nome ancora nel 1500 evocava sogni di una nuova era dell'umanit.
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Opportuno  poi lasciar spazio agli avversari di Federico. Non sono partito con l'idea di scagliare una denunzia contro i papi medievali, ma (come Federico) non posso fare a meno di diffidare di leader religiosi che manipolavano la verit al servizio di quello che alle loro menti era un fine superiore. Il papato del Tredicesimo secolo visse con eccessiva passione la minaccia degli Hohenstaufen; non sono affatto convinto che simile minaccia avesse fondamenti reali. Allo stesso modo gli oppositori di Federico in Lombardia e nell'Oriente latino agivano sulla base di presupposti che non di rado erano riconducibili a un travisamento delle intenzioni dell'imperatore.
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Essendo Federico tutt'altro che un modello di coerenza a prova d'errore, non stupisce che i suoi nemici prestassero fede alle voci sulla sua condotta che, messe in giro ad arte, lo presentavano come un distruttore delle libert collettive o della ricchezza e del potere della Chiesa romana.
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Ma in sostanza Federico si vedeva nei panni del principe della pace, il difensore della "iustitia", vale a dire il principio di dirittura morale che dovrebbe essere alla base di ogni buon governo; e soprattutto nutriva una sincera ambizione che inform le sue iniziative politiche: la conservazione della stirpe e delle sue terre.
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Mi sia consentito ringraziare Sir John Plumb per avermi sollecitato a scrivere questo libro; Peter Carson della Penguin Books ha dimostrato ammirevole pazienza a proposito dei tempi di consegna; il defunto R. C. ('Otto') Smail mi  stato prodigo di incoraggiamenti e buon senso ed  mio profondo rammarico che non abbia potuto leggere il manoscritto; Christopher Brooke ha minuziosamente rivisto il testo, fornendomi preziose osservazioni; John Gillingham e Jonathan Riley-Smith si sono gentilmente interessati per organizzare dei seminari in Inghilterra, ed altrettanto ha fatto James M. Powell negli Stati Uniti. Michael Clanchy fu il primo ad invitarmi a scrivere quello che avrebbe potuto essere - forse per il meglio - un libro molto pi breve su Federico.
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La stupenda descrizione dei Vespri siciliani di Sir Steven Runciman e le vivaci analisi storiche della Sicilia normanna del visconte di Norwich furono tra i primi saggi ad attrarmi verso la storia dell'isola; questa mia fatica dovrebbe, almeno nelle intenzioni, riempire lo spazio vuoto tra quelle opere. Philip Grierson mi ha prestato un aiuto particolare in riferimento alle magnifiche monete di Federico. Parecchie idee sono state sottoposte al vaglio della critica durante una delle deliziose (o almeno cos sono parse al relatore) Antiquary lectures in onore di Denys Hay all'Universit di Edimburgo, e in un seminario dell'Institute for Advanced Study della Hebrew University di Gerusalemme organizzato da Benjamin Kedar e presieduto da Joshua Prawer.
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Desidero in particolare esprimere un ringraziamento a David Jacoby per avermi dato la possibilit, prolungando un invito, a trascorrere alcuni mesi presso il Dipartimento di Storia della Hebrew University di Gerusalemme, di meditare con calma sull'impostazione da dare a questo libro, per tacere dell'opportunit offertami di visitare i luoghi in Israele che avevano visto le gesta dei crociati di Federico. Nel corso di queste esplorazioni, Sylvia Schein si rivel un cicerone di eccezionale abilit. Lo spazio mi impedisce di citare uno per uno tutti gli storici, nei vari istituti universitari israeliani, che mi onorarono della loro illimitata ospitalit. Da Gerusalemme mi trasferii a Roma, dove godetti il privilegio di un soggiorno presso la British School, grazie in parte a una borsa di studio della locale facolt di archeologia, storia e lettere e in parte a una sovvenzione della British Academy.
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Luciana Valentini mi fu, come sempre, di grandissima utilit nella biblioteca della British School. Poich il mio vero scopo era di trascorrere quanti pi giorni possibile nell'Archivio Segreto Vaticano, leggendo i documenti di Innocenzo Quarto, una menzione speciale merita monsignor Charles Burns, che mi tenne buona compagnia e seppe essere pieno di premure. In un mio precedente viaggio in Italia avevo avuto modo di consultare le fotografie del distrutto registro di Federico Secondo del 1239-40, merc il cortese intervento della professoressa Jole Mazzoleni dell'Archivio di Stato di Napoli. Graham Loud, Jeremy Johns, Norman Housley, Larry Epstein e Henri Bresc mi hanno con generosit dispensato la loro cultura sulla Sicilia e sull'Italia meridionale. Georgina Morley e Judith Flanders della Penguin Books hanno scortato con solerzia le bozze sino alla stampa.
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Per quanto mi riesce di ricordare, la prima volta che sentii parlare di Federico Secondo ero studente della Saint Paul's School e mio mentore fu Colin Davies, oggi alla Charterhouse, seguito pi avanti da Hugh Mead e Peter Thomson. Senza la loro ispirazione e il loro sostegno, dubito molto che quest'opera avrebbe mai visto la luce. Al Master e ai Fellows del Gonville and Caius College di Cambridge va la mia riconoscenza per l'ambiente stimolante e le grandi opportunit di ricerca che l'istituto offre. La signora Edna Pilmer ha battuto a macchina gran parte del testo all'interno dell'istituto che mi ha per giunta messo a disposizione un avanzato elaboratore grazie al quale ho potuto procedere pi speditamente.
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Anna Sapir Abulafia mi ha accompagnato nelle mie peregrinazioni in Italia, nel Medio Oriente e altrove (compreso il luogo di nascita di Federico, Jesi); ha accelerato con competenza professionale la consultazione degli archivi napoletani;  stata la prima a leggere e criticare ci che andavo scrivendo. A lei  dedicato il libro con tutto il mio amore.
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D. S. H. A.
Gonville and Caius College, Cambridge.
26 dicembre 1986: 792esimo anniversario della nascita di Federico Secondo di Hohenstaufen.
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per Anna.
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"ma eo no 'l celeraggio,
com'altamente Amor m'ha meritato,
che m'ha data a servire
a la fiore di tutta caunoscenza
e de valenza..."
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PARTE PRIMA.
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Capitolo primo. L'EREDITA' NORMANNA.
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1.
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Quando nel Tredicesimo secolo il Sacro Romano Imperatore si presentava in pompa magna alle grandi celebrazioni della Chiesa, indossava tunica e dalmatica di seta siciliana, calzari e calze rosse, anch'essi di seta siciliana, e guanti dello stesso colore tempestati di perle. Il mantello era d'un rosso cupo, ricamato in oro con la figura di un leone artigliante un cammello (ripetuta simmetricamente); tutt'attorno al bordo si dipanava un'iscrizione in caratteri arabici, a spiegare che questo manto era stato confezionato nel 1133-34 per il sommo re Ruggero, nella sua citt di Palermo.
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Le corone erano a loro volta capolavori di ineguagliabile splendore: quella imperiale, esibita in Germania e nell'Italia settentrionale, o a Roma, e trasmessa per successione dagli imperatori sassoni del tardo Decimo secolo, era una fascia fregiata di motivi smaltati e montata in un arco intricato su una piccola mitra di tessuto; ma quella indossata in Sicilia e nell'Italia meridionale era di foggia resa " la page" dagli imperatori bizantini, cinta torno torno, fosse di tessuto ricamato o di metallo prezioso, da lunghi pendenti scintillanti di gioielli - un semicerchio, a simboleggiare il dominio temporale di chi la portava.
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Paramenti e corone non erano semplici oggetti di bellezza e sfarzosit, ma piuttosto l'espressione visibile di una monarchia che si ispirava alla concezione greca, latina e persino araba della sovranit per innalzare il re ben al di sopra dei suoi sudditi, eleggendo in ultima analisi a proprio modello l'impero romano cristiano universale di Costantino e Giustiniano. Eppure l'attuazione pi completa di queste idee di assolutismo sovrano si ebbe non gi in un territorio che si considerava parte integrante di un impero universale, ma in un ambito locale, uno stato monarchico di fresca costituzione la cui stessa sopravvivenza era minacciata dagli imperatori germanici e bizantini: il regno di Sicilia.
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Anche quando, nel 1194, venne conquistato dall'imperatore tedesco, questo regno rimase un'entit separata, non saldata all'impero, ma un possesso personale e speciale dell'imperatore "qua" re di Sicilia. La questione dei rapporti tra impero e regno di Sicilia avrebbe condizionato la politica del Tredicesimo secolo; e l'esponente pi vigoroso del principio della peculiare identit del regno siciliano fu Federico Secondo.
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Contribuivano alla confusione i paramenti cerimoniali. A quanto risulta Federico se ne paludava come imperatore, ma in realt erano gli abiti che gli antichi sovrani siciliani indossavano al momento dell'incoronazione. Li avevano tessuti i setaioli installati nei palazzi reali; artigiani che erano arabi, o ebrei greci sottratti agli affetti familiari da suo nonno, Ruggero Secondo. Il rosso della seta (identificabile forse con la "porpora" bizantina, oggetto di tanti desideri in Occidente) testimonia la discendenza romana del potere esercitato da chi se ne ammantava: erano i colori che competevano agli imperatori bizantini, ai pontefici e a tutti quelli che accampavano diritti di autorit universale o assoluta.
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La tunica, la dalmatica e la mitra confortano la tesi che il sovrano consacrato fosse "rex et sacerdos", re e sacerdote, elevato merc l'unzione ad uno status superiore a quello del comune mortale, una sorta di mediazione (donde la figura sacerdotale) tra Dio e l'uomo, un riflesso della maest del Signore sulla terra. Un famoso mosaico in Palermo raffigura il primo re siciliano, Ruggero Secondo, nell'atto di essere incoronato dal Cristo; le uguali sembianze del monarca e del Figlio di Dio non sono una coincidenza, giacch il primo altri non  che il rappresentante del secondo sulla terra.
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Le teste incoronate dell'Europa latina non erano per le sole a pretendere di agire per delega del Creatore. Il papato vantava un rapporto particolare con quegli stessi sovrani di Sicilia che brandivano lo scettro come fosse stato loro messo in mano direttamente da Cristo. I re normanni di Sicilia erano vassalli del papa e come tali soggetti alla sua investitura (questa almeno era la posizione del papato), anche se a parziale compenso era loro concesso, "obtorto collo", il diritto di occuparsi degli affari della Chiesa siciliana senza dover rendere minuzioso conto a Roma.
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Annosa era del resto la controversia tra Sacro Romano Impero e pontificato in merito alle rivendicazioni papali di primato universale, ivi compresa la prerogativa di ammonire, correggere e addirittura deporre i governanti corrotti; lo scontro tra Gregorio Settimo e Enrico Quarto di Germania, alla fine dell'Undicesimo secolo, era ancor vivido alla memoria nel Tredicesimo. Intorno al 1200 le contraddizioni insite in visioni cos diverse dell'autorit sfociarono nel pi violento di tutti i conflitti tra potere secolare e spirituale: il regno di Federico Secondo, re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore, vide l'esacerbarsi di un contrasto gi aspro e l'estendersi della lotta dalle corti d'Europa gi gi sino ai palazzi comunali della Lombardia e della Toscana.
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2.
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La Sicilia era la fucina di queste idee di monarchia. La Sicilia era il possedimento pi amato da Federico Secondo. La Sicilia era terreno di acre contesa tra papa e imperatore. La Sicilia era opulenta (o lo era stata) e inoltre controllava le rotte commerciali del Mediterraneo. Tutti questi fattori erano intrecciati, ma ciononostante esistevano numerose "Sicilie".
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Vi era la terraferma, con la Puglia, la Campania e la Calabria, cui si dovevano aggiungere le marche abruzzese e molisana, confinanti con gli Stati pontifici; e poi la Sicilia propriamente detta, con Malta e le isole del Mediterraneo centrale.
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Queste entit separate, continentali e insulari, nel tardo Medioevo avrebbero meritato il nome di "Due Sicilie". Ma coesistevano due Sicilie anche in un altro senso: la Sicilia di cui abbiamo appena detto, una monarchia caratterizzata da radicate idee assolutistiche, una burocrazia articolata, forzieri ragionevolmente pingui, un'eredit culturale composita che si rifletteva nella presenza a corte di Greci, Ebrei, Arabi.
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Era una Sicilia che poteva dir la sua in grandiose guerre di conquista, in Africa, Grecia o nel Levante, persino in Spagna; una Sicilia il cui reggitore si considerava inviato dal Cielo sulla terra per proteggere il popolo dagli attacchi dei rapaci nemici del regno; era, in una certa misura, la Sicilia di Ruggero Secondo creata nella prima met del Dodicesimo secolo per volont indomabile di un uomo.
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Nella prima met del Tredicesimo secolo poteva questo regno ideale vincere ancora le sue battaglie? Poteva ancora trovare le risorse necessarie?
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Di fronte, l'altra Sicilia: un regno squassato dalla ribellione delle etnie sottomesse, soprattutto i musulmani del lato occidentale; un regno dissanguato dalle feroci imposizioni fiscali necessarie a finanziare le guerre contro i "cattivi" annidati a Roma o nell'Italia settentrionale; una minaccia non pi che occasionale per i Siciliani veri e propri; un regno la cui fama di ricchezza, vera o presunta, lusingava avventurieri in cerca di un trono; un regno la cui burocrazia serviva gli interessi della Corona molto pi che quelli dei sudditi, gravati di tasse, interferenze nei diritti ereditari, obblighi di leva.
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Al cuore di molti dei problemi del Dodicesimo secolo stava la convinzione che la Sicilia e l'Italia meridionale fossero terre baciate dalla fortuna. Si vuole che nel Dodicesimo secolo gli introiti dalla sola Palermo abbiano pareggiato quelli affluiti nelle casse del sovrano inglese dall'intero suo regno; un exploit davvero eccezionale ove si tenga presente che a quei tempi l'Inghilterra, ricca d'argento, non si poteva certo reputare povera.
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Quest'ultima doveva il suo benessere alla lana, mentre la Sicilia abbondava di cereali e materie prime, tra l'altro pelli e cotone. Il frumento siciliano era in prevalenza di qualit dura, adatta all'immagazzinamento, ed era oggetto d'esportazione sin dall'antichit. La Sicilia, il Nord Africa e l'Egitto erano i granai del mondo classico; nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo l'Africa del Nord aveva ceduto ai predatori nomadi o all'erosione gran parte dei suoi appezzamenti agricoli migliori, per cui la Tunisia divenne il miglior mercato della Sicilia. Era questa una realt da cui Federico Secondo, che ne era perfettamente a conoscenza, seppe trarre vantaggio.
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La Sicilia rappresentava di per se stessa la principale fonte di grano, coltivato sui pendii nelle zone occidentali e sudorientali dell'isola; si hanno motivi di credere che la popolazione nel corso di questi due secoli sia stata piuttosto scarsa, ma la manodopera era obbligata a rigorose corve e la produzione destinata alla vendita era abbondante, tanto pi che le rese erano stupefacentemente elevate sul metro del Tredicesimo secolo: dieci chicchi almeno per ciascuno seminato, ci assicurano gli esperti; e le carestie erano fenomeno raro prima del tardo Tredicesimo secolo.
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Vigeva per un'importantissima differenza a livello di citt tra la Bassa Italia e la Sicilia da un lato e l'Alta Italia dall'altro. Nel Nord, i grossi centri avevano piena giurisdizione sulla campagna circostante, il "contado", i cui signorotti avevano dovuto scendere a patti con le citt, vi si erano stabiliti o a volte ne erano stati soggiogati, e si potevano considerare davvero autosufficienti da un punto di vista alimentare, almeno sino a quando non diventavano troppo grandi rispetto alle possibilit del "contado" (ci accadde a Genova, Firenze e altre citt di primo piano; Venezia non aveva un "contado" locale degno di questo nome).
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Nel Sud, si faceva sentire il pesante giogo normanno: le citt avevano minor controllo sui territori limitrofi, l'amministrazione degli approvvigionamenti era affidata pi alla burocrazia regia che alla cittadinanza. Questa mancanza di controllo sull'ambiente rurale pu forse spiegare la natura pi passiva della classe mercantile nelle citt dell'Italia meridionale: solo i mercanti di Amalfi e Messina godevano di una certa reputazione lungo le vie del commercio internazionale; Genovesi, Pisani e Veneziani divennero gli elementi di gran lunga pi dinamici negli scambi internazionali del Meridione e della Sicilia, compiendo passi da gigante molto prima del 1200. Gi nel 1156 il re di Sicilia aveva riconosciuto ai Genovesi un accesso privilegiato al cotone, alle pelli e al grano, tutte merci su cui dovevano pagare imposte ridotte.
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Imposte ridotte sulla prima risorsa del regno, un prodotto richiesto da un capo all'altro del Mediterraneo: il grano. Nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo si verific infatti in tutta Europa e in buona parte del bacino mediterraneo una vera e propria esplosione demografica, con conseguente espansione della domanda di derrate alimentari. Tanto di guadagnato se quelle derrate coincidevano con il grano versatile e conservabile cresciuto in Sicilia.
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Grano che divenne l'ingrediente essenziale della galletta ad uso dei marinai; forniva la materia prima per la pasta, che cominciava a far la sua comparsa sulle tavole dell'Italia settentrionale; era utilizzabile per il cuscus nordafricano (il "cuscusu" viene consumato anche in Sicilia, soprattutto a Trapani in associazione al pesce); aveva conquistato contrade lontane quali l'Egitto, nelle annate di mancata inondazione del Nilo, e il regno latino di Gerusalemme.
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Chiunque controllasse la produzione poteva ricavare grandi profitti dalle vendite e relative gabelle. Nel Dodicesimo secolo Federico Secondo lavor duramente per migliorare gli standard di rendimento. Le sue lettere colme di apprensione a proposito di un'infestazione di bruchi tra le bionde spighe siciliane non erano soltanto una richiesta di dati da parte di un appassionato cultore di scienze naturali (quale egli comunque era). Non abbiamo un'idea precisa di quale percentuale del raccolto venisse esportata; ci che invece  chiarissimo  che la corona era uno dei, o forse "il" maggior beneficiario dello smercio di grano all'estero.
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I sovrani di Sicilia erano in effetti i proprietari fondiari di maggior peso. Un'ampia estensione del territorio siciliano nel Dodicesimo secolo aveva carattere demaniale, non concessa a feudatari, bens sottoposta al diretto controllo del governo centrale. Soltanto una limitata parte dell'isola di Sicilia era nelle mani dei baroni normanni; i discendenti degli Aleramici, bench radicati nell'Italia nordoccidentale, contavano qualche possedimento nella Sicilia orientale grazie ai legami di parentela con la casa reale (Adelaide aveva dato alla luce il futuro Ruggero Secondo).
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Per il resto i grandi proprietari erano ecclesiastici: l'abbazia di San Salvatore, il potente monastero greco basiliano a Messina; e poi, nel 1182, l'abbazia di Monreale, di fondazione latina, che ebbe in concessione nella Sicilia occidentale le terre a larga componente musulmana costituenti una grande riserva nativa, il "Bantustan". Alquanto diversa era la situazione peninsulare: nell'insieme il re aveva giurisdizione sul 30 per cento circa dell'Italia meridionale continentale, ma in gran parte si trattava di una regione montagnosa e improduttiva. Pochi grandi proprietari terrieri, come la famiglia Conversano in Puglia, potevano disporre a loro piacimento di enormi coltivazioni cerealicole. Ci non di meno, la concentrazione di potere economico nelle mani del re e dei suoi consanguinei, se non altro in Sicilia, era inconsueta secondo i criteri dell'Europa latina.
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All'epoca di maggior prosperit il regno siciliano aveva comunque altre frecce al suo arco: gelsi e seta greggia in Calabria e Sicilia; persino seta lavorata, sia pur di qualit inferiore alle concorrenti orientali. Intorno al 1060 la coltura del gelso era diffusa ed  verosimile che si esportasse seta cruda all'impero bizantino. D'altra parte  noto che i re di Sicilia mantenevano al loro servizio un gruppo di setaioli specializzati, in parte almeno schiavi riportati da una scorreria su Tebe, in Grecia, nel 1147.
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Nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo la seta veniva trasportata in Egitto e al lontano Yemen, come attestano numerose lettere di mercanti ebrei del Cairo. Copiosi sono i ritrovamenti di quella che  stata identificata come seta siciliana nelle tombe di principi e vescovi nordeuropei del Dodicesimo secolo; purtroppo, non  sempre agevole distinguere una seta spagnola da una bizantina, egiziana, siriana o siciliana - i disegni, fino alle iscrizioni arabiche, sono pressoch identici, ed altrettanto si pu dire per la progenitura, nei manufatti tessili copti o persiani. Ma la Sicilia era in eccellente posizione strategica per soddisfare la domanda nell'intero Mediterraneo; e il fitto intreccio di rapporti con l'Europa occidentale, tramite Genova, Pisa, Venezia e le citt provenzali, garantiva sbocchi sufficienti ai suoi prodotti di lusso.
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I mercanti stranieri, allettati con mille lusinghe, presero a rifornirsi sempre pi di merci nel regno e, col tempo, acquisirono un predominio economico nell'Italia meridionale e in Sicilia, a spese dei mercanti nativi di Amalfi e altre localit. Sarebbe in ogni caso errato supporre che i monarchi siciliani non avessero occhio all'industria locale, che si accontentassero di spillare quanto pi possibile dalla vendita di granaglie e cotone. Federico Secondo diede forte impulso alle piantagioni di indaco e non trascur gli zuccherifici; nella seconda parte del Dodicesimo secolo attorno a Gela si svilupp una fiorente industria ceramica.
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La diversificazione non era nuova ai Normanni o agli Hohenstaufen. Nel periodo musulmano una miriade di prodotti mai visti venne introdotta in Sicilia, che andava famosa per la sua fertilit - un terreno relativamente abbondante d'acqua (se lo si confrontava al Nord Africa) che sembrava in pratica adatto a qualsiasi coltura. Possiamo scusare il patriottismo dello spagnolo Ibn Jubayr, che rese visita alla Sicilia nel 1184-85:
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"La prosperit dell'isola supera ogni descrizione. Sia sufficiente dire che  figlia della Spagna nella misura delle sue coltivazioni, nell'esuberanza dei raccolti, e nel benessere, avendo dovizia di prodotti selvatici, e frutti d'ogni sorta e specie".
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E a proposito di Termini, cittadina a mezza strada tra Cefal e Palermo:
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"Gode d'estrema fertilit e abbondanza di viveri; invero l'intera isola a questo riguardo  una delle pi mirabili nella creazione di Dio".
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Ovunque si stendevano mercati, giardini (entro e attorno alle mura), aranceti, terra "quale non se n' mai vista l'uguale per bont, feracit e ampiezza". Terra financo migliore - si decide infine ad ammettere - della stessa "ganbaniyah", "Campania" o campagna di Cordoba. E per giunta i prezzi erano bassi. Eppure non v' dubbio che, a seguito della persecuzione dei contadini musulmani, le antiche virt agricole proprie della civilt islamica erano andate degradandosi in Sicilia verso il 1200: donde l'ansia di Federico Secondo di reintrodurre specialit orientali come l'indaco, lo zucchero e l'henn. Nel frattempo i fondi seminati a grano tendevano ad aumentare, in special modo nella Sicilia occidentale, e le eccedenze erano inviate a Palermo, Napoli, Tunisi, Genova...
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Ci che importa non  se questo paese di cuccagna avesse un'esistenza reale, ma l'immagine che l'isola (e, in minor misura, il Mezzogiorno continentale) offriva ai suoi aspiranti conquistatori. Su di essi ci pare opportuno soffermarci.
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3.
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Sicilia "normanna": un'espressione responsabile dell'idea di un regno analogo allo Stato sovrano che un'agguerrita aristocrazia di origine norvegese seppe costituire sul suolo inglese e francese. In realt, per quanto attiene alla Sicilia, l'aggettivo "normanna" va interpretato soltanto come un'etichetta dinastica, comoda a indicarne la famiglia dominante, gli Altavilla, che fondarono la monarchia siciliana con l'aiuto di cavalieri normanni, italici e di altra provenienza.
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Questi cavalieri diedero vita a modesti stanziamenti nella regione insulare, prosperando invece, accanto ad un gran numero di cristiani latini autoctoni, nel Meridione continentale. I Normanni si fusero per via di matrimonio con l'aristocrazia sud-italica e, fatti salvi i nomi personali, persero a poco a poco traccia dei loro legami con il ducato di Normandia. La memoria della parentela normanna rimase viva nella mente dei cronisti anglonormanni, ansiosi di proiettare un'immagine vigorosa della stirpe da cui erano scaturiti Guglielmo Primo o Enrico Primo d'Inghilterra, pi che tra i Normanni italianizzati di Puglia, Calabria o Sicilia.
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Negli ultimi decenni del Decimo secolo i guerrieri normanni cominciarono a guadagnar fama in tutta Europa di mercenari fieri e tenaci. Sin dal 911 nella Francia settentrionale si era formato un ducato normanno con abitanti norvegesi, rapidi (un vero e proprio vizio, non c' che dire) a scordare le origini scandinave.  assai probabile che soltanto una minoranza dei conti e cavalieri normanni discendesse in linea maschile da colonizzatori vichinghi. In materia di successione le consuetudini in Normandia erano certo poco favorevoli ai figli cadetti; il patrimonio familiare andava al primogenito, mentre i fratelli pi giovani erano lasciati liberi di tentar la sorte altrove.
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Gli storici malati di romanticismo vi scorgono una continuazione dello spirito vichingo; e magari non hanno tutti i torti. Sta di fatto comunque che intorno all'anno 1000 schiere di Normanni calavano sulla frontiera musulmano-cristiana in Spagna, offrendo all'impero bizantino ed ai suoi nemici i loro servigi in cambio di bottino e, perch no, di gloria. Non avevano scrupoli a combattersi tra loro nel caso venissero a trovarsi su fronti opposti, n a fare a pezzi i remoti cugini scandinavi che, come "Varangiani", avevano ingrossato le file dell'esercito bizantino.
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Non si pu neppure sostenere che fossero tutti figli "minori": alcuni dei capi dell'usurpazione normanna nel Mezzogiorno erano primogeniti; il signore di Cullei al principio del Dodicesimo secolo rinunci alla tranquillit del focolare per fondare un effimero principato normanno in Spagna a Tarragona. Al contempo non di rado erano animati da fervente spirito religioso. Sul finire del Decimo secolo pellegrini normanni cominciarono ad apparire nell'Italia meridionale, presso il santuario dell'Arcangelo Michele sul Gargano, lo sperone che si protende dalla costa pugliese.
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San Michele era un'importante figura cultuale, un santo che, non disdegnando la Spagna, suscitava entusiasmi anche nella bellicosa Normandia: ne fa fede l'abbazia di Mont-Saint-Michel al confine con la Bretagna. Secondo una versione, le prime avvisaglie dell'interessamento normanno per il santuario di San Michele si ebbero nel 1013, quando un latino insofferente dell'autorit bizantina nel Mezzogiorno d'Italia, Melo, assold una compagnia di mercenari normanni. Un'altra versione anticipa invece al 999 l'arrivo dei primi soldati di ventura normanni, esattamente a Salerno, sull'altro lato della penisola.
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Il gruppo che ebbe maggior impatto sul corso degli eventi fu senz'altro quello del Monte Sant'Angelo, abile a intromettersi in un "punto caldo" dove il governo bizantino costituito era messo fortemente alla prova dalla locale nobilt longobarda, nominalmente sottomessa all'imperatore greco ma in realt da tempo - a Capua, Benevento, Napoli, Amalfi e altrove - padrona del proprio destino; i Longobardi dei lidi pugliesi erano i soli a sperimentare l'arcigno volto di un "dux" o governatore bizantino, per cui i loro leader non vedevano l'ora di acquisire l'autonomia gi raggiunta dagli altri principi longobardi dell'Italia sudoccidentale. I mercenari normanni furono uno strumento per la creazione in Puglia di uno stato non gi normanno, ma longobardo.
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Le prezzolate milizie normanne tornarono in forze nel 1016, equipaggiate di tutto punto per la guerra. Alla data del 1030 uno dei loro condottieri si era insediato ad Aversa, nell'entroterra napoletano. Quella che era iniziata come un'offerta di braccia armate in cambio del diritto al saccheggio si trasform in una serie di tentativi di metter solide radici. I mercenari assunsero le redini dell'insurrezione, e la modellarono ai propri fini; scelsero le loro future spose tra i rivoltosi longobardi; continuarono per imperterriti a cambiar bandiera a seconda dello spirar del vento.
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Non fu un'"invasione" e neppure una "conquista"; fu piuttosto un'usurpazione, una sequenza di insignificanti "coups d'tat", progettati da egocentrici guerrieri che non avevano alcuna visione di un regno normanno di l da venire, alcuna intuizione di contribuire alla gloria della "gens Normannorum". Sulle rovine di governi bizantini, longobardi e municipali sorsero cos - non a caso - un certo numero di minuscoli stati normanni. Uno di questi, quello fondato a Aversa, mescolando con accortezza politica matrimoniale, azioni belliche e diplomazia riusc a metter le mani sul principato di Capua, a sud di Roma; questa dinastia dur un centinaio d'anni, indipendente da, e in rivalit con, un secondo gruppo di Normanni che prima del 1140 le sottrasse Capua e alla fine la soppiant. Costoro fondarono la monarchia siciliana e si fecero promotori della pi ambiziosa di tutte le guerre normanne, contro i Bizantini nei Balcani occidentali e contro gli emiri nordafricani in Tunisia. Eppure soltanto una decina d'anni prima pochi avrebbero potuto prevedere che i dispersi territori normanni si sarebbero saldati in un'unica monarchia.
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Gli eredi di Tancredi di Altavilla si assunsero un compito molto pi arduo di quello che aveva dovuto affrontare la casata di Capua. Laddove i principi normanni di Capua avevano sfruttato la disunione longobarda per insediarsi su un trono gi esistente, guardandosi bene dal mettere fuori uso l'apparato burocratico e militare che i Longobardi avevano costruito, gli Altavilla intendevano distruggere le basi italiche del massimo potentato cristiano dell'Undicesimo secolo, l'impero bizantino. Qualche fastidio veniva loro anche dai principotti di Napoli, Salerno e Amalfi e dai rivali emiri musulmani nella Sicilia araba. La potenza di Bizantini e musulmani venne frantumata dai fratelli Roberto, soprannominato il Guiscardo, ovverossia l'Astuto, e Ruggero. Essi combatterono su diversi fronti: Bari, ultima roccaforte bizantina in Italia, cadde nel 1071; ma Palermo, capitale dell'emirato pi inossidabile, si arrese nel 1072. Successi vistosi, che per comportavano un'ingerenza negli affari sia di Roma che del Sacro Romano Impero, costretti a decidere se l'estinzione del potere bizantino nell'Italia meridionale avrebbe loro portato qualche vantaggio. Con gli anni settanta i papi intravvidero nei Normanni un formidabile potenziale alleato, in grado di proteggere la Citt Eterna da indebite incursioni di armate non soltanto tedesche; all'opposto gli imperatori germanici, nonostante una breve acquiescenza alle pretese normanne di signoria sulla Puglia in veste di duchi imperiali, considerarono i Normanni usurpatori della sovranit dell'Impero Romano d'Occidente in Italia. Il fatto che questo lembo della penisola avesse ricevuto poche visite dalla Germania dopo l'incoronazione nel 962 del primo imperatore sassone, Ottone il Grande, non significava che le istanze tedesche fossero sopite.
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L'imperatore romano d'Occidente, quale successore dei Cesari e di Carlomagno, per non dire del titolo di re d'Italia, sosteneva con foga i suoi diritti sul Meridione. Del pari, l'imperatore bizantino rivendicava l'Italia meridionale come componente storica del "suo" impero romano, l'unico legittimo. I Normanni in una certa misura fecero leva su questa rivalit; a dispetto delle ricorrenti minacce di un'azione congiunta greco-tedesca (ad esempio negli anni ottanta), scovarono un terzo candidato all'autorit suprema nel Mezzogiorno e in Sicilia: il papa. Nello scorcio finale dell'Undicesimo secolo il papato prese a ribadire le sue rivendicazioni di sovranit su tutta la societ cristiana, non potendoglisi negare la funzione di guida spirituale di regnanti secolari; n si fece sfuggire l'opportunit di riattivare le ragioni storiche che gli garantivano terre e propriet in Sicilia, Sardegna e altre regioni un tempo disseminate di possedimenti pontifici. ("Un tempo" sottintende nel Sesto secolo, o almeno prima dell'avvento dell'Islam). La Santa Sede accolse perci con giubilo la prospettiva nell'Italia meridionale di un ducato presidiato da Roberto il Guiscardo come vassallo di San Pietro. Per parte sua Guiscardo si dimostr un difensore persin troppo zelante del papato e di Roma: quando nel 1085 papa Gregorio Settimo parve alla merc delle falangi imperiali, e di un antipapa concorrente, Guiscardo lo condusse lontano da Roma e mise in rotta il nemico con la collaudata tecnica di distruggerne la cittadella - vale a dire, Roma stessa, che venne data alle fiamme.
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L'impresa che tenne impegnate le migliori energie di Roberto il Guiscardo fu per la lotta senza quartiere dapprima per sfrattare il governo bizantino dalla Puglia e poi per impedirne la riscossa. Numerose citt pugliesi si mostrarono recalcitranti; gli arcivescovi di Bari continuarono a intrattenere rapporti, neppur troppo clandestinamente, con Costantinopoli e il pericolo di sedizioni pro-bizantine pot dirsi scongiurato soltanto intorno alla met del Dodicesimo secolo. E nemmeno si deve pensare che gli abitanti delle citt fossero in prevalenza di lingua, cultura o religione greca; in gran parte erano Latini, ma l'Impero d'Oriente aveva avuto somma cura di blandirli in ogni modo per assicurarsene la devota lealt. Sotto questo profilo si pu parlare di completo successo, tanto che persino Roberto dovette rinunciare all'idea di spezzare i vincoli emotivi e politici con Costantinopoli. Ergo, una nuova politica: metter piede sulle coste balcaniche, invadere il cuore dell'impero bizantino. Se Roberto il Guiscardo e la sua banda di Normanni avevano potuto conquistare una provincia bizantina in Italia nell'arco di una ventina d'anni, perch non penetrare il ventre molle dell'impero e raggiungere Costantinopoli?  difficile capire quali fossero le riposte intenzioni di Roberto il Guiscardo, ma resta il fatto che ordin un paio di irruzioni nei Balcani per la via di Dyrrachium (Durazzo, sul litorale della odierna Albania). Aveva bens preso sotto la sua ala protettrice un pretendente al trono di Costantinopoli, ma tutto lascia credere che si immaginasse nei panni del futuro imperatore. Compagno d'avventure gli fu il figlio Boemondo, vero erede della sua visione politica, che "si fece le ossa" in una regione che lo avrebbe ossessionato pi avanti nella vita, quando si aggreg alla prima crociata e, attraversato l'Epiro e imbarcatosi a Costantinopoli, vol a prender d'assedio Antiochia in Siria. Ci che a noi preme sottolineare non  comunque tanto l'ambizione di Guiscardo di dettar legge da Costantinopoli, quanto l'amalgama di invidia e ammirazione che Bisanzio suscitava nei Normanni dell'Italia meridionale. Roberto, quale successore del "dux" bizantino in Puglia, aveva adottato le vesti di un governatore bizantino e faceva del suo meglio per alimentare una corte splendida (quanto meno, spese a piene mani in sete e altri oggetti "indispensabili"), cosicch svolse un ruolo di primo piano nella trasmissione della concezione bizantina del governo ai sovrani normanni che vennero in seguito; inoltre, come gi abbiamo osservato, a lui vanno per larga parte ricondotti gli stretti legami tra i principi normanni e il papato.
Il terzo gruppo di conquistatori normanni si insedi in Calabria e Sicilia. Negli anni sessanta Ruggero, con l'aiuto e la benedizione (inframmezzati da occasionali diatribe) del fratello Roberto, si impadron della punta dello stivale. Due secoli di ripetute scorrerie arabe avevano spopolato e avvilito questa terra di confine tra l'Italia bizantina e l'universo islamico. La Calabria diede i primi timidi segni di ripresa pi o meno all'epoca della conquista normanna - forse con un piccolo anticipo; i Normanni non possono arrogarsene l'intero merito. A partire dagli inizi dell'Undicesimo secolo le piantagioni di gelso cominciarono a rifiorire e a poco a poco spuntarono nuovi insediamenti, di solito intorno a un monastero greco fremente d'attivit. La Calabria nell'Undicesimo secolo, ancor pi che in passato, era una regione greca; e i suoi usurpatori normanni continuarono a servirsi di un'amministrazione bizantina, controllata da famiglie greche. Alcune di queste famiglie, come i Maleinoi, avrebbero avuto un ruolo importante nell'introduzione dei metodi amministrativi bizantini nella Sicilia propriamente detta.
La sicurezza della Calabria dipendeva, come i secoli trascorsi avevano crudelmente rivelato, dalla neutralizzazione o meglio ancora dal ricupero alla cristianit della Sicilia musulmana. Era questo il grande disegno di Ruggero Primo. L'aveva concepito come una guerra santa contro gli infedeli? La maggior parte dei suoi documenti trabocca di entusiasmo per la sua funzione di guerriero di Cristo; ma la maggior parte dei documenti che ci sono pervenuti in realt sono contraffazioni di epoca posteriore. I cronisti contemporanei a volte lasciano intendere che Ruggero coltivasse di s l'immagine di un soggiogatore investito di una missione cristiana. Quanto agli storici moderni, essi hanno fatto a gara per incensare la Sicilia normanna, presentandoci gli Altavilla come modelli di tolleranza e addirittura di libero pensiero in un'era di fanatismo: uno stravolgimento che ha contribuito ad accreditare di Federico Secondo l'immagine di un uomo di tre culture e religione incerta. In realt Ruggero Primo aveva un elenco di priorit e l'indulgenza nei confronti dei sudditi non-cristiani era pi uno strumento di governo che un fine a se stesso. La cristianizzazione della Sicilia non era affare di una notte: pi di met della popolazione era musulmana; pullulavano gli ebrei; i cristiani professavano in stragrande maggioranza il rito greco-ortodosso. Scadenze primarie erano portare l'isola sotto la confessione cattolica, sospingere indietro la frontiera politica dell'Islam, assumere il controllo del Mediterraneo centrale. La conquista della Sicilia si inquadra in un poderoso movimento che vide attivissimi non soltanto i Normanni, ma anche i Pisani, i Genovesi, i Catalani. Tra gli obiettivi si possono ricordare l'affrancamento della Sardegna e delle coste dell'Europa occidentale dalle scorrerie saracene, la "liberazione" di Maiorca e dei lidi spagnoli, la redenzione del Mediterraneo occidentale. Non va dimenticato che Ruggero Primo volle a tutti i costi una flotta in grado di tenere in scacco i Saraceni d'Africa e diede corso a riuscite operazioni sulla terraferma.
E, sia pure in tempi lunghi, perch no?: la predicazione del Verbo in Sicilia. Nel 1098 il papa Urbano Secondo, promotore della Prima Crociata, incontr Ruggero Primo e gli confer uno status equivalente a quello di legato apostolico. Ruggero sarebbe stato libero di eleggere i vescovi, raccogliere le entrate della Chiesa, giudicare i problemi ecclesiastici nell'ambito della Sicilia; a tutti gli effetti, gli venivano riconosciute sul piano locale buona parte delle prerogative del papa. Questa concessione ha lasciato stupefatti gli storici. Proprio nel momento in cui il papato andava asserendo i suoi diritti di supremazia in tutta l'Europa occidentale, qui, in Sicilia, sulla soglia del Patrimonio di San Pietro, un avventuriero normanno si ritrova elevato ad un rango quasi-papale! Eppure la spiegazione  semplice: Urbano Secondo si rendeva conto che la Sicilia, mancando di solide istituzioni ecclesiastiche dopo secoli di dominio musulmano, aveva bisogno di demarcazioni diocesane, doveva essere sottratta alla giurisdizione greca e incanalata in quella romana, necessitava per giunta di un vigoroso programma di proselitismo missionario tra i musulmani. La logica voleva che questi compiti fossero affidati a chi se n'era impossessato con le armi, l'unico in grado di impiantare centri di governo regionale, stabilire il modo migliore di trattare la maggioranza musulmana, pianificare nuovi stanziamenti abitati da Latini o almeno da cristiani. Sotto Ruggero Primo aree come le isole Lipari divennero il punto focale della penetrazione cristiana; e la moglie Adelaide gli port in dote dall'Italia settentrionale un'ondata di agricoltori "lombardi" che colonizzarono la parte orientale della Sicilia. In altri termini, il compito di Ruggero quale legato pontificio era di accrescere il numero dei cristiani in Sicilia. Al contempo, la posizione secolare di Ruggero non era (in teoria) elevata. Il rango di conte di Sicilia e Calabria lo rendeva vassallo del duca di Puglia, a sua volta vassallo papale. Urbano Secondo acconsent di buon grado a conferire a Ruggero l'autorit legatizia, in quanto il papa considerava la Sicilia un territorio assoggettato alla Santa Sede. Va per detto che questo privilegio forn ai sovrani di Sicilia un ventaglio di argomenti speculativi che li mise al riparo di qualsiasi tentativo papale di interferire nei loro affari. D'accordo, in ultima analisi tutto faceva capo al pontefice, ma restava il fatto che il monarca siciliano esercitava in Sicilia l'autorit del pontefice. Questa tradizione di controllo della Chiesa siciliana sarebbe diventata motivo di gravi contrasti nei rapporti tra gli Hohenstaufen e il papato del Tredicesimo secolo.
Verso la met del Dodicesimo secolo i cittadini di Roma si lamentarono con il re tedesco, Corrado Terzo, del fatto che il figlio di Ruggero Primo, Ruggero Secondo, ostentasse ornamenti papali - mitra, tunica e dalmatica, per tacere dei sandali rossi; qualcuno ha avanzato l'ipotesi che in tal modo i sovrani siciliani intendessero enfatizzare la loro legazia apostolica. Come abbiamo notato qualche pagina addietro, non  agevole accertare se questi paramenti fossero in realt di ispirazione bizantina o papale. Ci che  evidente  che i signori normanni coglievano ogni opportunit per mettere in risalto il loro rango legatizio: nella cattedrale di Cefal, edificata da Ruggero Secondo, il trono del re era posto sul lato nord all'ingresso del coro, dirimpetto alla scranna del vescovo. Secondo le consuetudini normanne il vescovo avrebbe avuto diritto al fianco settentrionale, ma in questo caso il sovrano aveva giurisdizione sulla Chiesa, per cui a lui spettava l'ubicazione pi prestigiosa. Da questi piccoli particolari traspare un altro elemento importante: Roberto Secondo affettava di aver ereditato l'autorit legatizia del padre; i pontefici opinavano invece che l'investitura era legata alla persona di Ruggero. D'altra parte Ruggero Secondo cerc di estendere anche alla Puglia e a Capua il diritto di nominare i vescovi. La controversia si trascin a lungo e, a distanza di un secolo, sotto Federico Secondo, avrebbe avuto conseguenze drammatiche. Quando Roberto il Guiscardo mor nel 1085, durante un infruttuoso attacco alle isole Ionie, la Sicilia poteva dirsi pressoch soggiogata: Noto cadde nel 1090. "Cadde" in questo contesto  forse una parola un po' forte: la conquista fu dovuta in parti uguali alle armi e alle arti diplomatiche; le citt islamiche strette d'assedio furono sollecitate a chiedere la pace, a condizioni favorevoli. Ibn-ath-Thumnah, emiro di Catania, negli anni sessanta aveva ottenuto garanzie per i musulmani nella Sicilia orientale; vaste regioni a occidente furono appena sfiorate dagli invasori, purch pagassero le tasse e se ne stessero tranquille. Si spiega cos l'imponente "Bantustan" a sud di Palermo, dominato dalla dinastia musulmana di Ibn Hammud, virtuali signori palatini della Sicilia occidentale. A Girgenti (Agrigento) il vescovo non ebbe l'ardire di risiedere: una visita lampo a uno degli ex templi greci di Agrigento, diventato moschea e poi cattedrale, venne ritenuta pi che sufficiente, e il prelato entr in citt timoroso della sua incolumit. A Palermo e in altri grossi centri le moschee furono trasformate in chiese: corre voce che sia questa l'origine dell'incantevole chiesa di San Giovanni degli Eremiti in Palermo; una cattedrale sorse sul sito della poderosa moschea del Venerd, utilizzando pietre incise di iscrizioni arabe. Lo spirito religioso islamico non fu per soffocato. Ibn Jubayr, il famoso viaggiatore di Granada, ci assicura che Trapani rigurgitava di moschee. Senza dubbio, come avvenne a Costantinopoli in seguito all'occupazione turca, i migliori edifici di un culto venivano espropriati a favore di un altro; ma ebrei e maomettani poterono continuare a incontrarsi nei rispettivi luoghi di preghiera. La cristianizzazione della Sicilia, programmata da Ruggero Primo, si svolse secondo ritmi lenti. Sembra che Ruggero Secondo l'avesse particolarmente a cuore attorno al 1150, e che i suoi successori abbiano premuto alquanto sull'acceleratore; ma l'estinzione delle comunit musulmane pot considerarsi cosa fatta soltanto con Federico Secondo, in un modo che caus non poche preoccupazioni al papato. Quanto agli Ebrei, vivacchiarono alla meno peggio, parlando arabo e adattandosi ai mestieri pi umili e alle occasioni che offriva l'industria della seta, sino alla fine del Quindicesimo secolo, quando furono travolti dall'ondata di piena conseguente all'espulsione degli Ebrei dalla Spagna.
Il periodo di Ruggero Primo, spentosi nel 1101,  povero di documenti o monumenti. Impegnato in una gigantesca opera di "pacificazione", imposta a suon di sberle o di sottigliezze diplomatiche, egli continu a esercitare il potere dalla Calabria, tramite una base amministrativa a Mileto. La Sicilia era infatti ancora la frontiera.

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4.

Guiscardo e suo fratello tennero uniti i loro possedimenti con la forza della personalit. Il secondo scomparve lasciando due figli in tenera et, e una moglie risoluta che seppe tener la reggenza con polso fermo. Sul continente la situazione era meno propizia. Guiscardo lasci le sue terre nel 1085 al figlio di secondo letto Ruggero "Borsa" anzich al cocciuto Boemondo, pi maturo e navigato. Insoddisfatto della graziosa qualifica di "principe di Taranto", quest'ultimo nel 1095 accorse senza esitare al richiamo della crociata, o per meglio dire delle possibili conquiste in Siria. La nobilt lombardo-normanna per parte sua vide nella dipartita di Roberto un'occasione irripetibile per svincolarsi dal potere centrale e consolidare le propriet acquisite durante l'usurpazione normanna dell'Italia meridionale. Ribellione, frammentazione, qua e l collasso: il Mezzogiorno all'alba del Dodicesimo secolo pareva diviso n pi n meno di come lo era stato cent'anni prima, quando i Normanni vi si erano per la prima volta affacciati e avevano saputo trar profitto dalle esistenti rivalit per insediarsi al posto di comando. Citt di primaria importanza come Amalfi insorsero in armi. Non fossero stati i Bizantini cos sviati dalla Prima Crociata e dalle stramberie di Boemondo nei Balcani e ad Antiochia, l'imperatore greco avrebbe potuto tranquillamente reinvadere la Puglia e ristabilirvi la propria autorit. Un territorio normanno rimase comunque (relativamente, se non altro) compatto: la Sicilia rinforzata dalla Calabria. Nel 1105 il figlio minore di Ruggero Primo, Ruggero Secondo, gli subentr nella contea e poco a poco mise in mostra un'astuzia degna dello zio e del padre. Eccolo infatti offrire il braccio ai cugini pugliesi in difficolt, chiedendo per in cambio un allentamento del gi esile controllo messo in atto dal duca di Puglia sulla Sicilia. Dopo il trionfo del 1072, Roberto il Guiscardo aveva serbato per s met di Palermo; ma questa venne ceduta in baratto del soccorso armato siciliano agli inizi del Dodicesimo secolo, cosicch prima dello scadere del terzo decennio si pot dire che la Sicilia era un'unica contea. Le ribellioni in Puglia fecero quindi il gioco, almeno indirettamente, del conte di Sicilia, fortunato a non trovarsi in casa baroni abbastanza potenti da contestarne il primato. Ruggero Secondo cominci anzi a spingere lo sguardo oltre gli angusti confini insulari. Nel 1090 il padre aveva reso tributaria l'isola di Malta, affrancandone gli schiavi cristiani; vi  motivo di pensare che Ruggero Primo considerasse il Nord Africa un obiettivo militare. Gi nel 1116 Ruggero Secondo lanci un primo, prematuro assalto contro la costa tunisina, utilizzando la possente macchina da guerra navale approntata dal padre. La Sicilia gli andava invero un po' stretta, per cui fu ben lieto di volger l'occhio all'Africa per punire le scorribande musulmane e rispondere alle invocazioni di emiri assediati in cerca di un protettore, uno qualsiasi, foss'anco un conte cristiano "politeista" di Sicilia.
Pure a Oriente si andavano dischiudendo prospettive interessanti. La madre Adelaide era stata per un breve e inglorioso periodo regina di Gerusalemme, dove si era recata per congiungersi in matrimonio al bigamo Baldovino Primo. Ruggero Secondo non si lasci sfuggire l'opportunit di mettere una sorta di ipoteca sul trono di Gerusalemme: si era convenuto che avrebbe ereditato Gerusalemme se Baldovino e Adelaide non avessero avuto eredi. Ma Adelaide fu rispedita al mittente con ignominia non appena il re si ricord di esser gi in precedenza convolato a nozze (ma gli rimase appiccicata alle dita una pingue dote in oro). Le ragioni di Ruggero trovarono sfogo presso la corte siciliana; ma furono del tutto ignorate altrove. A dire di Guglielmo di Tiro, cronista nel Dodicesimo secolo del regno latino di Gerusalemme, Ruggero pat talmente l'offesa recata alla madre in Terra Santa che n lui n i suoi successori si mostrarono disposti a prestare aiuto sostanziale agli Stati fondati dai crociati. Un'esagerazione? Probabile, ma non si pu negare che i trascorsi con il regno di Gerusalemme abbiano lasciato a Ruggero un po' d'amaro in bocca, inducendolo a ricercar piuttosto l'amicizia dell'Egitto. In effetti Ruggero (al pari di Federico Secondo) intrattenne cordialissimi rapporti con il Cairo e pare addirittura che ne abbia ricevuto addirittura lodi sperticate: se soltanto non credeste in Cristo ma in Maometto, sareste il pi saggio re del mondo! La prosa araba  incline all'adulazione, ma gli Egiziani non potevano che essere impressionati dall'interesse di Ruggero per la filosofia e le scienze, e dal suo mecenatismo nei confronti di tanti eruditi musulmani. Sia come sia, Ruggero stipul un accordo commerciale con l'Egitto. Un altro Stato dei crociati tenne desta l'attenzione di Ruggero Secondo: Antiochia, retta a principato dal cugino Boemondo. Anche qui accampava diritti di successione, ricusati dalla nobilt locale (in gran parte normanna); Ruggero mise in campo tutte le sue conoscenze, compreso il patriarca di Antiochia che gli fu ospite e venne inondato di mielate parole: voi pure siete successore di San Pietro (gli venne detto), titolare di una diocesi fondata dall'apostolo ancor prima che raggiungesse Roma; avete dignit pari al vescovo di Roma. Ma la piaggeria non gli valse Antiochia.
Queste straordinarie ambizioni, cos lontano dalla Sicilia, sono estremamente rivelatrici. Ruggero era preparato a giocar la partita con patriarchi diversi dal papa; in altre occasioni accarezz a quanto sembra l'idea di avvicinare lo stesso patriarca di Costantinopoli, convinto che l'aiuto delle massime autorit episcopali, fossero pure ortodosse, potesse fornirgli il mezzo di scrollarsi di dosso l'odiata sovranit papale. Nel suo mirino, considerando gli staterelli governati dai crociati alla stregua di territori in bilico tra l'Impero d'Oriente e il mondo islamico, rientravano la Cilicia bizantina, la Turchia selgiuchide e l'Egitto fatimita. Nulla vieta di pensare che abbia mediato da Boemondo la trovata di usare l'Italia e Antiochia come trampolini paralleli per rapidi colpi di mano in territorio bizantino. Ma, soprattutto, questi contatti dimostrano che, anche negli anni venti, Ruggero aspirava a una corona. Allo scopo poteva prestarsi Gerusalemme, certo per non la contea di Sicilia, una "dpendance" della Puglia e alla fin fine di Roma. Ultima ipotesi  quella di un impero latino mediterraneo, costruito sulle rovine dell'antico impero romano e abbracciante la Sicilia, alcuni lembi d'Africa e il Levante - e magari una fettina della Spagna, dove Ruggero Secondo e il conte di Catalogna nel 1127-28 stesero accurati piani per una campagna a sud contro la musulmana Valencia: un gigantesco impero marittimo, cementato dalla marina siciliana e finanziato, almeno in parte, con le rendite della Sicilia.
Mentre i progetti spagnoli cominciavano a cristallizzarsi, nuove opportunit si profilarono nel Mezzogiorno d'Italia; Ruggero fu lesto ad accantonare momentaneamente Valencia e a ordinare alla flotta di puntare su una citt cristiana: Salerno. Nel 1127 esal l'ultimo respiro il figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo, lasciando un ducato di Puglia in pezzi e privo di un erede designato. Ancora una volta Ruggero Secondo poteva vantare qualche diritto di successione, anche se si trovava in numerosa compagnia. L'invasione fu fulminea e tutta la regione venne colta di sorpresa. Entro il 1129 persino il principe normanno di Capua, la cui dinastia nulla aveva mai avuto a che fare con gli Altavilla, ne riconobbe la sovranit. Fu una vittoria talmente sensazionale che Ruggero non si diede abbastanza pensiero di consolidare la posizione raggiunta, pagando la sua supponenza con una lunga serie di rivolte e un tentativo di invasione (messo in opera da Bisanzio) prima che la sua autorit fosse accettata, a malincuore, in via definitiva. A cavallo della cresta dell'onda del 1129, egli parve comunque infine aver coronato il sogno di una fusione tra Italia meridionale e Sicilia - componendo una volta per tutte i dissapori tra vassalli di vecchia e di fresca data. Nel 1129 i suoi baroni, adunati in una grande dieta o "parliamentum" a Melfi, nell'entroterra del Sud Italia, proclamarono la pace generale; le diatribe tra i vassalli dovevano cessare, la giustizia centrale prevalere, vie di comunicazione e mercanti andavano protetti. Un semplice preludio a eventi di ben maggiore portata. Nel 1130 i baroni lo implorarono di cingersi il capo di una corona. Nessun dubbio sull'identit dell'autore dell'immodesto suggerimento; ma, ad essere sinceri, il sovrano "in pectore" aveva altre, e non secondarie, pezze d'appoggio: Anacleto Secondo, uno dei due pretendenti - all'epoca il pi accreditato - al soglio pontificio, invi un emissario a Palermo, dove il giorno di Natale di quello stesso anno Ruggero venne incoronato "re di Sicilia e Italia", per espressa volont papale. Quest'appello al potere costituito di un'assemblea di nobili, ma anche alla funzione elettiva del Vicario di Cristo,  uno dei tanti esempi della propensione di Ruggero ad attingere a ogni sorta di idee contrapposte pur di perseguire i suoi fini.
La creazione di un nuovo regno non era, nel Medioevo, un atto casuale. Regni nuovi di zecca, come la Sicilia, Cipro o l'Armenia, furono riconosciuti da papi o imperatori nel Dodicesimo secolo. (Fa eccezione sotto questo profilo il regno latino di Gerusalemme, creato senza l'intervento di un'autorit superiore). Ad ogni spuntar di reame sorgeva cos la questione se l'imperatore d'Occidente approvasse l'investitura del pontefice, o viceversa. Vedremo a tempo debito che il problema delle origini del regno di Cipro pose molti grattacapi a Federico Secondo quand'egli fece tappa sull'isola durante il viaggio che doveva condurlo in Terra Santa. Nel decennio che va dal 1120 al 1130 gli imperatori tedeschi si opposero con violenza alla formazione di un regno siciliano, reputando l'Italia meridionale parte integrante del loro "regnum Italicum". La scelta di Ruggero di fregiarsi del titolo di "re di Sicilia e Italia" non valse certo a placare gli animi, dal momento che comportava automaticamente l'estensione della sua autorit ad ogni frammento del "regnum Italicum". In realt l'appellativo riflette un problema di ordine diverso: Ruggero dominava una miscellanea di territori, taluni latini (l'Abruzzo), altri almeno in parte greci (la Puglia, la Calabria), altri ancora in ampia misura musulmani (la Sicilia occidentale). Un titolo semplice, riassuntivo, era fuori questione; nel 1138, su insistenza papale, egli assunse cos la denominazione riveduta e corretta di "re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua" - una qualifica stravagante, poich com'era possibile essere sovrani di un ducato? Ne fu per pienamente soddisfatta la Santa Sede, visto che sottolineava l'esistenza separata e ininterrotta degli Stati normanni dell'Italia meridionale, sia pur assoggettati a un unico governo; e questi Stati erano storicamente vassalli di Roma.
Una miscellanea di territori, e una congerie di opinioni sulla natura di questa monarchia: i re di Sicilia si ispirarono alle fonti pi disparate: gli imperatori d'Oriente e i loro rappresentanti dell'Italia ex bizantina; il papato, o meglio il potere e lo status del legato apostolico; le usanze feudali occidentali, manifestate nei "parliamenta" che ratificavano e secondavano le iniziative di Ruggero, come legislatore e aspirante sovrano. Anche i musulmani diedero qualche contributo; sulle monete coniate nelle citt africane conquistate da Ruggero il re  descritto quale protettore dei credenti islamici (bench egli non facesse parte dell'eletta schiera), esattamente con le parole usate dai suoi predecessori. Null'altro che un eclettico assortimento di concezioni della monarchia, fondate sull'"elastico" principio che il re debba presentarsi ai suoi sudditi greci nelle vesti di un "basileus" bizantino, ai maomettani in quelle di un emiro, ai latini come un monarca feudale? Alcuni autori non concordano appieno su questa tesi, preferendo mettere in rilievo un aspetto a scapito degli altri. Mnager pone l'accento sui caratteri occidentali: l'ambizione dell'"abbigliamento papale" (anche se, come abbiamo visto, l'espressione non ha connotati definiti, neppure nelle fonti del Dodicesimo secolo), la prassi delle acclamazioni liturgiche, o "laudes", di matrice nordeuropea - presumibilmente derivata da Rouen in Normandia -, l'uso stesso dei "parliamenta". Rifiutandosi di ammettere che la monarchia normanna affettasse modi "bizantini", egli liquida come irrilevanti i mosaici che ritraggono il re in vesti d'uso a Costantinopoli e in un caso sono chiaramente modellati sull'iconografia metropolitana bizantina; dopo tutto i mosaicisti della Sicilia provenivano dal cuore dell'Impero d'Oriente, e dunque come avrebbero potuto altrimenti raffigurare un regnante? Questi ragionamenti di Mnager sono utili nella misura in cui ci danno del sovrano un'immagine che era probabilmente diffusa nel Mezzogiorno continentale nel Dodicesimo secolo - in quei "nuovi territori", di popolazione latina, sottomessi da Ruggero dal 1127 in poi. Ma di fatto in quella parte del regno Ruggero aveva tradizioni native a cui rifarsi: i principi longobardi di Capua e Benevento nei due secoli precedenti erano stati consacrati e indossavano costumi cerimoniali informati a quelli degli imperatori bizantini o dei pontefici o di entrambi; gli arcivescovi di Benevento portavano una tiara, ancorch in seguito soppressa per intervento papale. Il fatto  che nell'Italia meridionale con il Decimo secolo l'idea del "princeps" come entit autonoma, sovrana, incarnante nella sua interezza l'autorit del padrone supremo che risiedeva a Costantinopoli, aveva messo profonde radici. I principi longobardi nel Meridione erano, insieme a re e imperatori, gli unici potenti secolari a ricevere un'investitura con l'olio santo del crisma: una cerimonia di grande effetto, che ne sacralizzava il potere e li innalzava al di sopra dell'uomo comune. Siffatte tradizioni furono saccheggiate, modificate e riutilizzate dai Normanni - da Guiscardo, dai due Ruggero.
Ma Ruggero Secondo diede anche un contributo originale. Walter Ullmann ha dimostrato che il giudizio di Mnager lascia molte zone d'ombra: Ruggero non si limit ad accumulare alla rinfusa formule di monarchia, n le consuetudini feudali sottolineate da Mnager vennero alla ribalta. Il regno normanno era uno stato territoriale, sul cui trono sedeva un "imperatore del suo stesso regno", vale a dire un sovrano che non doveva render conto a nessuno e si arrogava il diritto di esercitare un potere assoluto sugli affari, secolari e religiosi, dei suoi sudditi. Non  da credere che Ruggero visualizzasse il suo regno come una nazione-stato: sarebbe stato inconcepibile, tenuto conto della coesistenza di popolazioni e religioni le pi diverse; tanto meno part dal presupposto - non pi di quanto avesse fatto Guiscardo - che i suoi confini dovessero arrestarsi sulle coste dell'Italia e della Sicilia, visto che sguinzagli agguerrite spedizioni in Africa o nei Balcani. ""Omnes possessiones regni mei mee sunt"" - tutti i beni del regno sono miei, ricord il sovrano a un gruppo di vescovi. Un atteggiamento che venne riconosciuto ed etichettato dai contemporanei con una parola sola, "tirannia"; alcuni, come Giovanni di Salisbury, adoperarono il termine nella sua accezione tecnica, a significare l'assunzione da parte di Ruggero del controllo totale. Ma altri, citiamo san Bernardo, se ne servirono per esprimere il loro vituperio. Fonte ispiratrice di questi princip fu comunque il codice di diritto romano. Con tutta evidenza nell'Italia meridionale circolavano testi, quantunque corrotti o antiquati, ispirati al "Corpus Iuris" giustinianeo; pare assodato che i signori normanni avessero a disposizione una notevole massa di materiale, oggi purtroppo perduto, di cui agli inizi del Dodicesimo secolo pochissimo si sapeva a nord delle frontiere del regno. Ruggero Secondo seppe sfruttare a proprio vantaggio le raccolte di "leges" romane con decenni di anticipo rispetto agli imperatori germanici, e certo ne colse gli elementi essenziali con maggior prontezza e decisione:

"nessuno dovrebbe porre in discussione il giudizio, i progetti e le intraprese del re. Giacch mettere in dubbio le sue decisioni, azioni, decreti, piani e se sia degno colui che il re ha prescelto  comparabile al sacrilegio".

Il sovrano era al di sopra della legge: una trasposizione pura e semplice dal "Corpus", mutando "princeps" in "rex". In altre parole, una legge che sembrava fatta su misura per il regno di Ruggero. Il concetto del crimine di "maiestas", o alto tradimento, venne messo a punto su traccia romana ed esteso pari pari agli eretici, poich contestando i parametri della religione essi implicitamente dubitavano dell'elezione divina del re.
La monarchia siciliana non era dunque una novit assoluta. Le idee che guidarono Ruggero erano nozioni legali tardo-romane, trasmesse a mezzo dell'Italia bizantina, ma applicate a un nuovo insieme di condizioni: una monarchia territoriale il cui sovrano si riteneva svincolato dall'alta giurisdizione di qualsivoglia pontefice o imperatore, d'Occidente o d'Oriente. Una venerabile legislazione serviva a confermare i diritti e i poteri di una nuova istituzione, la monarchia siciliana; rivoluzionaria era la metamorfosi del principio monarchico dall'universalismo dei codici tardo-romani all'autonomia regionale del regno di Sicilia.
Ruggero si prese persino la briga di argomentare che il suo regno dopotutto non era cos inedito: millecinquecento anni prima vi erano stati "tiranni" a Siracusa e in altre citt. Tutto vero, non c' che dire, ma si dava esca al fuoco della critica di coloro che vedevano in Ruggero un despota matricolato. Imperturbabile, Ruggero coni monete di bronzo copiate da modelli antichi, nell'ovvio intento di filtrare il messaggio che il regno siciliano era stato riesumato e non creato "ex nihilo".
Il modo di intendere la monarchia proprio di Ruggero Secondo  stato travisato in special modo per quanto concerne i rapporti da lui intessuti con gli imperatori bizantini. Buona parte di ci che aveva conquistato era frutto di conflitti aperti o minacciati con Costantinopoli; ma nel 1141 e nel 1143 egli invi ambascerie agli imperatori Giovanni e Manuele Comneno, chiedendo gli fosse riconosciuto il rango di "basileus". Guarda caso, in quegli stessi anni il suo ministro Giorgio di Antiochia commissionava il mosaico del sovrano incoronato da Cristo e i rapporti con il papa si erano di nuovo raffreddati a causa della legazia apostolica. Che cosa si proponeva Ruggero? La scelta dell'appellativo "basileus" suscit molte perplessit. Gli occidentali sapevano che era il fulcro di una lunga teoria di titoli posseduti dall'imperatore bizantino (in Oriente era d'altra parte risaputo che l'autorit per concessione divina dell'imperatore esulava dalla normale capacit umana di descrizione). Nell'antica Grecia, "basileus" aveva il significato di "re". I sovrani occidentali desiderosi di irritare i Bizantini non avevano che da inviare lettere a Costantinopoli indirizzate al "re dei Greci"; ma i Bizantini consideravano il loro capo "imperatore dei Romani", vale a dire imperatore universale, insediato da Dio, successore di Costantino. La concezione di Ruggero di una monarchia territoriale, distaccata dalla comunit cristiana universale, era un po' ostica da digerire; Bisanzio aveva escogitato un'elaborata finzione che le consentiva di trattare i potentati dell'"altra parte" alla stregua di insignificanti province "lasciate" in vita sulla base di un sistema di autogoverno (l'Italia meridionale e la Sicilia erano per un caso diverso - erano state "sottratte" a Costantinopoli dai Normanni). Ci che Ruggero voleva dalla capitale dell'Impero d'Oriente era l'accettazione della nuova realt; qualificandosi come "basileus" egli non pretendeva sfacciatamente di essere considerato un uguale dell'imperatore, o l'imperatore occidentale (luogo di chi sedeva sul trono di Germania), ma un sovrano territoriale nella pienezza dell'autorit monarchica, descritta nei codici giustinianei. Comunque sia, i Bizantini lo considerarono un atto d'inaudita impudenza; l'ambasciatore siciliano venne imprigionato e i rapporti si fecero se possibile ancor pi tesi.
Pu gettar forse luce su questi avvenimenti un libro scritto in quel tempo alla corte di Ruggero dallo studioso bizantino Nilo Doxopatrios: "La storia dei cinque patriarcati". L'autore riversa il suo biasimo sui Normanni per essersi impadroniti delle terre dell'imperatore romano - affermazione invero straordinaria in un'opera dedicata a un sovrano normanno - ma formula altres il parere che la Sicilia e il Meridione appartengano al patriarcato di Costantinopoli e non siano pertanto soggetti all'autorit ecclesiastica del vescovo di Roma. Pu darsi che Ruggero si sia aggrappato a quest'ncora, gi sfruttata nei maneggi con la Chiesa, per accostarsi all'imperatore bizantino ed offrire un ritorno all'ovile ortodosso. Nell'ipotesi pi riduttiva, sarebbe stata una mossa abile per rendere pi malleabile il papa a proposito della legazia apostolica.
Al fondo di queste attivit, diplomatiche ed anche culturali, stava il principio dell'autonomia. Ruggero era consapevole dell'eredit romana di simili idee e fu nella Roma di Costantino, o quanto meno nell'impero romano di Giustiniano, che cerc ispirazione: il miglior modello reperibile per una monarchia romana cristiana. Non  dunque una coincidenza che lui e i suoi successori usassero tombe di porfido, marmo porporino, come gli imperatori romani del passato e come molti dei Vicari di Cristo. Curiosamente a Bisanzio avevano dovuto rinunciare al porfido per il rarefarsi della materia prima. Un'altra dimostrazione del fatto che la monarchia siciliana si rifaceva ad archetipi costantiniani, suggeriti in questo caso dagli ambienti pontifici. A partire dalla fine dell'Undicesimo secolo il papato aveva commissionato mosaici in uno stile nuovo, "puro", pi vicino a quello di Ravenna o delle prime basiliche cristiane che agli attuali modelli bizantini - un virar di rotta tanto pi significativo ove si tenga presente che gli artigiani erano essi stessi Bizantini. Mosaici del genere esistevano anche nel regno di Sicilia, in particolare a Salerno; quanto a Palermo, il sovrano si atteneva invece alle norme bizantine correnti, pi adatte a dare espressione al loro esaltato concetto della sovranit. Ma qui non si tratta di stile. A Roma e in Sicilia, due aree indissolubilmente legate tra loro, era in atto un ritorno alle idee della monarchia costantiniana, reso manifesto nelle opere artistiche e basato tra l'altro sull'interpretazione di testi giuridici romani. Vedremo in seguito quali conseguenze ebbe questa innovativa chiave di lettura sui rapporti tra papato e istituzione monarchica, in particolare sotto Federico Secondo. Una sorgente comune: ma tipi diversissimi di monarchia, papale, siciliana e imperiale d'Occidente.

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5.

Nel 1129, alla dieta di Melfi, Ruggero Secondo si era presentato come un principe onnicompetente, qualificato ad occuparsi dei vassalli dei suoi vassalli, dei pellegrini come dei mercanti - insomma, di tutti coloro che risiedevano o si recavano nei suoi territori. Nel 1129, in altre parole, si comportava gi come un monarca "a tutto tondo", cui mancava soltanto il suggello della consacrazione ufficiale. L'autorit regale confer maggiore unit alla legislazione e amministrazione di Ruggero; ma ancor prima del 1130 i territori normanni erano diretti con maggior scrupolosit, e maggior successo, di altri stati europei e occidentali: gli sconvolgimenti in Puglia dopo il 1085 avevano smantellato un sistema di governo improntato a quello della provincia italica bizantina; in Calabria e Sicilia era sorta un'amministrazione altamente centralizzata su fondamenta arabe e bizantine. L'architetto non fu per Ruggero Secondo. Ruolo decisivo ebbero il padre, lo zio, ma soprattutto i Greci dell'Italia meridionale. Dalla met dell'Undicesimo secolo sino al regno di Federico Secondo si dipan una costante opera di affinamento di un sistema che, nella sua struttura portante, era stato elaborato molto prima della venuta dei Normanni.
Nuovo viceversa era il tentativo di porre il controllo dell'intera popolazione nelle mani di una sola persona: il re. A prima vista, nulla di strano; ma la giurisdizione feudale prevedeva che il sovrano avocasse a s ogni decisione riguardante status, terre e bisogni personali, lasciando ai vassalli pi influenti libert di giudicare i rispettivi feudatari. Nell'Inghilterra del Dodicesimo secolo questo caposaldo denunciava sinistri scricchiolii, mentre in Sicilia la corona lo avversava con risolutezza ancor maggiore. Il re si riserv il diritto di controllare la trasmissibilit dei feudi agli eredi, conservando cos la possibilit di intervenire nel caso di vassalli giudicati inidonei, perch troppo giovani o troppo ostili. Manco a dirlo, erano poi di sua esclusiva pertinenza i delitti capitali, tra i quali la palma della gravit spettava alle offese contro la sua persona e i suoi funzionari. Evit,  vero, di abolire completamente la giurisdizione palatina di alcuni grandi proprietari terrieri dell'Italia meridionale - gli abati di Montecassino, ad esempio, o i conti di Conversano - ma in corrispondenza della concessione di tali privilegi esigette in maniera sempre pi pressante il rispetto dell'obbligo del servizio militare, anche dai monasteri. Il nocciolo della questione era la facolt del sovrano di elargire o cancellare questi diritti; persino l'esercizio della giurisdizione palatina era vincolato al suo beneplacito e a suo capriccio (almeno in linea teorica) poteva venir meno. Per finire, il potere di vita e di morte venne sottratto al conte o all'abate e consegnato ai tribunali della Corona.
Quasi superfluo sottolineare che esisteva un problema di accesso alla giustizia. Nelle plaghe pi remote del Meridione, dove assai di rado il re si faceva vedere, era necessario avvalersi di delegati. In questo campo Ruggero Secondo si limit ad articolare meglio l'ordinamento giudiziario e militare bizantino, tramandato da Guiscardo e dai duchi di Puglia. Per impulso di Ruggero Secondo venne costituito un apparato giudiziario di funzionari preposti a una circoscrizione, incaricati di applicare le direttive del tribunale supremo nelle varie province meridionali. Molti dei "giustizieri" del Dodicesimo secolo erano baroni locali di alto rango; il distretto del conte Boemondo nell'Italia sudorientale comprendeva le campagne circostanti i suoi estesi possessi. Nel secolo seguente Federico Secondo avrebbe apportato grandi cambiamenti, esautorando in pratica i grossi latifondisti, ma anche ai tempi di Ruggero Secondo non mancano segni del desiderio della Corona di escludere i giustizieri dalle zone dove si addensavano le sue maggiori propriet. Nonostante risiedessero nelle principali citt del distretto di loro competenza (la circoscrizione della Terra d'Otranto aveva sedi a Brindisi, Lecce, Otranto, Taranto), i giustizieri erano tenuti a espletare indagini "sul posto". Era esattamente il compito che avevano assolto i governatori bizantini nel Decimo secolo e al principio dell'Undicesimo. Ovviamente quest'attivit aveva due facce. Con il puro esercizio del potere giudiziario il sovrano dimostrava ai sudditi la concretezza della sua autorit, il potere di far funzionare le cose anche se fisicamente assente. I giudici erano il riflesso della sua autorit; parlavano con la voce del padrone. Ma giustizia voleva anche dire denaro. I profitti che ne derivavano - ammende, confische, pagamenti dai querelanti per servizi resi - contribuivano non poco alla ben pasciuta tesoreria normanna. Una burocrazia operosa - che vigilasse sui diritti ereditari, appianasse le vertenze catastali e fosse organizzata per rilasciare privilegi ed emettere sentenze inoppugnabili - era una garanzia di autofinanziamento.
Avendo altri interessi da coltivare nelle province, la Corona nomin una schiera di camerlenghi ("camerarii") a tutela dei diritti che vantava sulle terre e foreste demaniali, sulle attivit dei mercanti stranieri e via dicendo. Rafforzava i camerari un folto gruppo di balivi ("baiuli"), disseminati con criterio capillare. Alcune famiglie meridionali resero ottimi servigi nella pubblica amministrazione: i Tassilgardo in Puglia, proprietari di immobili urbani ma non grandi baroni, fornirono parecchie generazioni di camerari e altri funzionari nell'Italia sudorientale. L'impiego di cavalieri e cittadini benestanti negli uffici governativi, cio di persone la cui condizione sociale dipende in misura pi o meno rilevante dal favore del re,  gi una realt nel Dodicesimo secolo, ma assume ben altra consistenza con Federico Secondo. Non sorprende che la scelta della monarchia di affidarsi a burocrati di natali relativamente modesti fosse motivo di vibranti tensioni. L'lite nobiliare normanno-longobarda guardava con malcelato disprezzo Maione di Bari, primo ministro dopo la morte di Ruggero Secondo: un vile mercante d'olio pugliese, correva voce, anche se probabilmente faceva parte del patriziato locale. Sia i Normanni che gli Hohenstaufen erano consapevoli che il malanimo contro i "novi homines" poteva da un momento all'altro esplodere in violenza. Lo stesso Maione fu assassinato dai suoi nemici.
L'Italia meridionale poneva problemi particolari: a livello regionale la potenza della feudalit era appena scalfita dalla legislazione regia sulle eredit e sull'esercizio della giustizia. Ruggero e i suoi successori potevano guadagnare l'alto baronaggio alla loro causa soltanto dimostrando che la giustizia funzionava bene, che era ragionevolmente imparziale, che il suo fine era un buon governo cristiano nell'interesse di tutti. A iniziare dal 1129 Ruggero Secondo colse notevoli successi su questo versante. Molta pi libert di manovra aveva comunque nella Sicilia vera e propria. Qui era la base di potere degli Altavilla - terra per la pi parte nelle mani del sovrano o in quelle di cavalieri che a lui solo dovevano carica e lealt. Qui d'altra parte aveva sede la corte: Palermo era la capitale normanna, e non in senso astratto (laddove altri regni medievali avevano in generale carattere pi decentrato). Guglielmo Primo (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate - come sussurravano le malelingue - nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consent perci l'evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine. La "diwan at-tahqiq al-mamur", o "mega sekreton" o "duana de secretis", un dipartimento le cui tre denominazioni corrispondono agli idiomi che risuonavano tra le sue sale, si occupava degli affari dell'isola, anche se non (o non molto) di quelli della terraferma. Erano di sua pertinenza le rendite delle propriet regie, per altro in gran parte dislocate sull'isola, e la vigilanza sui camerlenghi e balivi insulari. Si tenevano registri fondiari, spesso paragonati dagli storici al Domesday Book (grande Libro del Catasto) dell'Inghilterra normanna, ma impostati su archivi greci e arabi di vecchia data dalla Calabria bizantina e dalla Sicilia islamica. Questi registri non hanno retto all'usura del tempo, ma ce ne sono giunti numerosi estratti nelle assegnazioni di terre, minuziosi sino al punto di elencare i nomi dei servi della gleba musulmani che lavoravano nei campi. Accademiche e feroci discussioni, dal Giappone all'Italia e all'Inghilterra, hanno avuto come oggetto le esatte incombenze della "duana de secretis" e le sue connessioni con una seconda "duana", quella dei baroni, entrata in funzione sul finire del Dodicesimo secolo con compiti prevalenti nel Mezzogiorno continentale. Il riordinamento, voluto da Federico Secondo, della "duana de secretis" nella siciliana "secrezia" non fa che ingarbugliare ancor pi la matassa. Pare in sostanza che i Normanni abbiano conservato una separazione tra la Sicilia (con aggiunta della Calabria) e il resto dell'Italia meridionale, in riferimento alla diversa natura dell'influenza della Corona e alla diversa estensione delle propriet terriere reali, tra isola e terraferma. Quegli studiosi che hanno voluto presentare la Sicilia normanna come uno "stato modello" sono partiti dall'ambiziosa ipotesi che il mandato del re fosse efficace al confine dell'Abruzzo non meno che nelle campagne della Sicilia nordoccidentale. Ma in realt il regno non era cos omogeneo nel Dodicesimo secolo; soltanto sotto Federico Secondo appaiono segni di compattezza. Lo "stato modello" comprendeva, nel Dodicesimo secolo, la Sicilia e la punta dello stivale d'Italia; erano queste le aree in cui l'autorit regia si dispiegava senza ostacoli, con qualche notevole eccezione - il "bantustan" maomettano, i possedimenti longobardi della Sicilia orientale, l'indocile Messina, le terre di taluni monasteri greci.
Un secondo assunto  che i metodi di governo fossero sostanzialmente identici, che la direzione degli affari pubblici in Sicilia rappresenti l'applicazione della ragione al fine del massimo rendimento. Ma l'amministrazione del potere nel Medioevo seguiva linee diverse. Espedienti, sperimentazioni, improvvisi mutamenti erano all'ordine del giorno. Dopo la morte di Ruggero, il sovrano prefer riversare gran parte delle incombenze amministrative sulle spalle del suo ministro principale, Maione, il cosiddetto emiro degli emiri. Tolto di mezzo costui con l'assassinio, i baroni dell'Italia meridionale pretesero che la sua carica fosse abolita. Ebbero soddisfazione; ma di l a non molto venne alla ribalta un cancelliere, con poteri equivalenti.
Un terzo "pilastro"  che il governo siciliano fosse sensibile ai bisogni di tutti i sudditi del re, Greci, Latini, ebrei, musulmani. I documenti ufficiali erano emanati in greco, latino e arabo; una famosa miniatura raffigura la "duana de secretis" in piena attivit nel 1189, con scrivani di tre origini: un latino tonsurato, un greco barbuto, un maomettano provvisto di turbante. L'amministrazione multilingue era per di per s un artifizio; il sovrano, come  stato osservato, non considerava tutti i suoi sudditi con ugual favore, ma si rendeva conto che il governo avrebbe potuto operare soltanto in un clima di imparzialit etnica. Ai massimi livelli di responsabilit la tolleranza non era la norma. I burocrati musulmani, o almeno quelli di rango elevato, erano tenuti a convertirsi al cristianesimo; Filippo di Mahdia ader all'invito ma, scoperta la sua apostasia, venne bruciato al rogo come eretico. Si era nel 1154, l'ultimo anno di Ruggero; la condanna di Filippo  stata da alcuni attribuita all'aberrazione di un re malato, in procinto di presentarsi dinnanzi al tribunale celeste. Nulla di tutto ci. Filippo, un cristiano battezzato, era colpevole di "maiestas", alto tradimento, avendo continuato in segreto a coltivare la fede islamica. A quanto pare in seguito, ad esempio con Guglielmo Secondo, la Corona si fece pi indulgente; ma lo sfogo di uno stimato cortigiano, raccolto da Ibn Jubayr, la dice lunga sulla situazione:

"Tu puoi senza tema far mostra della tua fede nell'Islam, ed hai successo nelle tue iniziative, e prosperi, a Dio piacendo, nel tuo commercio. Noi al contrario dobbiamo dissimulare il nostro credo e, timorosi per le nostre vite, siamo costretti a venerare Dio e ad adempiere di nascosto le nostre funzioni religiose".

Alcuni teologi maomettani sostenevano nel Dodicesimo secolo che i veri credenti avessero l'obbligo religioso di andarsene dalla Sicilia; era disdicevole per un musulmano sottostare alla regola cristiana. A giudicare dal rapido declino della popolazione islamica, nella Sicilia di quei tempi, il loro biasimo non rimase inascoltato. Ciononostante, ancora agli inizi del secolo seguente alla corte di Federico Secondo troviamo amministratori di origine musulmana, primo tra tutti Uberto Fallamonaca.
Al calo demografico musulmano corrispose il declino della produzione araba della "duana": poche testimonianze scritte in quella lingua ci sono pervenute dal Tredicesimo secolo. Per converso, aument la produzione latina: in origine, sotto Ruggero Secondo, a Palermo, un solo copista era addetto alla compilazione di incartamenti latini per Sua Maest, e per buona dose svolgeva mansioni di cappellano reale. Quasi tutti i documenti erano in greco: la lingua dell'amministrazione "par excellence", un idioma compreso, insieme a un'infarinatura di arabo, dai governanti normanni (e fors'anche da Federico Secondo). Ruggero Secondo sembra traesse diletto dai sermoni in greco ed usasse questa lingua in pubblico; su numerosi atti ufficiali in greco compare il suo sigillo, e a volte persino la sua firma. Con il crepuscolo del Dodicesimo secolo prende decisamente il sopravvento il latino, un fenomeno che rispecchia la graduale latinizzazione della Sicilia nella religione, nella lingua e nella popolazione. A corte i Greci erano ancora potenti, in particolare l'emiro Eugenio, esponente di una famiglia di burocrati di grande tradizione, ma la vita per loro si faceva sempre pi difficile. Costretti a muoversi in un'atmosfera ostile, erano schiacciati dai cortigiani latini; ad ogni modo Eugenio parlava un latino fluente e contava tra i Latini molti amici. Questo cambiamento di clima  legato a due fattori. Il primo fu l'arrivo dal Nord di una schiera di arrampicatori sociali e avventurieri che raggiunsero posizioni di grande prestigio durante il regno di Ruggero e acquistarono peso ancora maggiore prima che il secolo volgesse al termine. Stefano di Perche, un francese, ricopr la carica di cancelliere sotto Guglielmo Secondo; Richard Palmer, uno dei tanti gentiluomini di corte provenienti dall'Inghilterra, fu dallo stesso sovrano nominato vescovo di Siracusa. Questo gruppo non nutriva soverchia simpatia per gli interessi dei non-Latini a corte, Greci o Arabi che fossero. Un secondo fattore fu il rampante desiderio di emergere dei baroni normanno-longobardi. L'insofferenza all'eccessiva limitazione della propria autonomia si era palesata sin dall'epoca della ribellione contro Maione di Bari; eppoi pretendevano una maggior influenza a corte, come naturali consiglieri del re. In parte questa smania era un bene: la generazione precedente aveva "flirtato" con Bisanzio e la Germania, confidando nella distruzione della monarchia siciliana e nella possibilit di sottrarsi ai suoi laccioli. Dal 1150 in poi i grandi vassalli si rassegnarono all'esistenza della monarchia, ma in cambio reclamarono una maggior incidenza nella direzione delle faccende di stato. Ovvio dunque che detestassero i parvenu francesi e inglesi e che contrastassero con ogni mezzo la fiducia riposta dal sovrano in servitori maomettani e greci. I non-Latini, che dovevano le loro fortune al benvolere del re e gli erano perci ciecamente devoti, incarnavano vividamente la realt dell'autocrazia regia, la distanza tra l'assolutismo politico della Corona e i diritti e gli interessi dell'alta aristocrazia. E non si trattava di fantasie. Ruggero Secondo aveva intuito con chiarezza che, essendo met della Sicilia di fede islamica, era giocoforza utilizzare e mostrare il massimo rispetto nei confronti dei sudditi maomettani, non soltanto per guadagnarne l'appoggio ma per render manifesto alla comunit cristiana che lui, il re, possedeva un'ampia riserva di lealt a prova di bomba. La rappacificazione effettiva con i baroni rimonta al periodo di Guglielmo Secondo (1167-89). In questo processo va presumibilmente inserita la creazione di una "duana baronum" separata, un tentativo di svincolare l'aristocrazia feudale continentale dalla sorveglianza di Palermo. Uno dei suoi primi atti fu, nel 1187, l'abolizione dei balzelli sul movimento delle merci nelle terre demaniali dell'Italia meridionale - un evidente ramoscello d'ulivo offerto ai baroni non isolani. Guglielmo Secondo, il Buono, fu anche un attivo legislatore e la combinazione di un sovrano ben disposto nei confronti della nobilt e al contempo determinato a far rispettare le leggi imparziali volute da Ruggero Secondo suscit vasti consensi. I tempi del buon re Guglielmo vennero citati, decenni dopo la sua morte, come l'et d'oro del dominio normanno, l'ideale cui molti dichiararono di volersi uniformare - Federico Secondo, Carlo d'Angi, Pietro d'Aragona. Persino Boccaccio non seppe sottrarsi al carisma di Guglielmo e ambient due novelle del "Decameron" nella sua splendida corte. Poca importanza ha se tale fama fosse interamente meritata. La scomparsa di Guglielmo Secondo coincise con un'epoca di calamit: un'accanita lotta per la successione, l'invasione tedesca, dissidi di parte, la lunga minorit di Federico Secondo. Insomma: la quiete "prima" della tempesta. Guglielmo fu per giunta l'unico re normanno a prendere a cuore il destino della Terra Santa minacciata d'orrenda fine per mano del Saladino negli anni ottanta. Su suo ordine, la flotta fece vela contro Alessandria nel 1174, Tessalonica e Durazzo nel 1185, Maiorca nel 1181. Anche queste azioni, per quanto pi fumo che arrosto, accrebbero la sua gloria. La fondazione dell'abbazia di Monreale, corredata del "bantustan" islamico, va interpretata come una speranza di ottenere un'apertura di credito pure in paradiso; l'abbazia venne dedicata alla Vergine Maria. Eppure questa sontuosa facciata rivela qualche preoccupante crepa: le concessioni all'alta nobilt, seppur in misura limitata, erosero il potere della monarchia. La relativa acquiescenza dei baroni all'autorit della Corona negli anni settanta e ottanta si accompagn infatti a una presenza sempre pi massiccia nella conduzione del regno; una presenza che, nell'affannosa caccia alla successione scatenata dalla prematura dipartita di Guglielmo, si concretizz in un congruo pacchetto di privilegi strappati al sovrano incoronato con il loro appoggio, Tancredi di Lecce. Una discreta fetta della torta tocc anche a citt come Napoli, in baratto della promessa di opporre resistenza al rivale di Tancredi, Enrico di Hohenstaufen, che attendeva il momento propizio per lanciare un attacco decisivo e impadronirsi dello scettro. La solidit politica e finanziaria della Corona usc da queste vicende piuttosto scossa. L'autocrazia normanna si rivel sorprendentemente fragile.

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6.

Prendendo le mosse dal governo arabo-bizantino del padre, Ruggero Secondo riusc dunque a creare in Sicilia una monarchia formidabile. Meno percettivi si dimostrarono i suoi successori, Guglielmo il Malo e Guglielmo il Buono, in parte perch i cambiamenti demografici impedirono loro di destreggiarsi con successo tra Latini, Greci e musulmani. Intorno agli anni ottanta la latinizzazione aveva assunto ritmi vertiginosi.
La comunit "lombarda" della Sicilia orientale continu a espandersi nel corso dei primi decenni del Dodicesimo secolo, ottenendo speciali benefici (addirittura in qualche caso l'esenzione dal servizio nella flotta reale) nella speranza che accudisse alle campagne sempre pi spopolate e contribuisse alla prosperit della Corona. Negli anni sessanta i Longobardi si ritagliarono uno spazio maggiore; il loro leader, Ruggero Sclavo, imparentato con il re, promosse una serie di "pogrom" contro i Saraceni, che si rifugiarono in massa a occidente nelle loro sicure cittadelle tra Palermo, Girgenti e Trapani. L'afflusso di coloni dal Nord, per larga parte dall'entroterra genovese e savonese, continu incessante anche sotto Federico Secondo, quando gli immigranti furono esonerati dal pagamento delle tasse per un periodo sino a dieci anni. A dire il vero, Federico accolse con pari entusiasmo ebrei dalla Tunisia e cristiani dall'Italia settentrionale; ma l'orientamento di fondo portava alla latinizzazione, a spese degli Islamici e in minor grado dei Greci.
Altri signori medievali erano preoccupati della carenza di lavoratori della terra - in Spagna, nel regno di Gerusalemme, e alla frontiera baltica (con cui dovette confrontarsi Federico). Queste regioni erano per cos dire in concorrenza tra loro; la Sicilia drenava agricoltori che vi si fermavano "en route" per la Terra Santa e restavano incantati dalle opportunit offerte dall'isola. Non bisogna per dimenticare la politica della Corona: i Normanni e gli Hohenstaufen allettarono in molti modi i contadini, convinti dei grandi vantaggi, politici e fiscali, che la presenza dei Latini assicurava alla Sicilia. Negli ultimi anni di vita Ruggero Secondo giunse al punto di consentire che sull'isola si installassero monaci cluniacensi e cistercensi; questi ultimi andavano famosi per le loro opere di diboscamento e i grossi allevamenti di ovini. Molto meno entusiasta, almeno a prestar fede al papato, si mostr Federico in merito alla donazione degli (e agli) ordini monastici.
La monarchia teneva in pugno le attivit economiche, con particolare riferimento ai vantaggi fiscali, anche attraverso i controlli centrali, o regalie, sulla produzione e vendita di determinati beni: a dispetto dell'opinione contraria di alcuni storici, il termine "regalia" non ha affatto il significato di "monopolio". Confluiscono qui vari temi importanti: l'esercizio dell'assolutismo normanno, secondo il quale per decreto alcuni prodotti della terra e del mare sono riservati alla Corona; e la ricerca del denaro, in forma di profitti ricavati dalla vendita di queste merci. Federico Secondo provvide al minuzioso riordinamento di un apparato che per (come sempre) era stato messo in piedi dai Normanni;  istruttivo confrontare la blanda attuazione dei diritti e privilegi dei sovrani del Dodicesimo secolo con la rigorosa sorveglianza, genuinamente monopolistica, del Tredicesimo. Federico, ad esempio, volle affidare la gestione delle saline alla Corona, mentre i sovrani normanni (ma la consuetudine si protrasse sino al 1226) erano disposti a riconoscerne la propriet privata; la monarchia normanna, a quanto ci consta, non teneva d'occhio la produzione ma il movimento del sale, imponendo un'imposta sul trasporto. Ad ogni modo la Corona impiant, in Calabria e altrove, non poche saline, estese e lucrose, che costituirono il nucleo del sistema eretto da Federico Secondo nel 1231 e pi avanti. Ora, il sale era un prodotto naturale, nel senso che non poteva essere "fatto crescere" come il grano; non era possibile raccoglierlo come frutto della fatica dell'uomo. Quale prodotto neutro elargito dalla Provvidenza divina, era dunque prerogativa del rappresentante di Dio sulla terra, il re, che era il custode del pubblico bene. L'idea che i minerali, le ricchezze del mare, i tesori trovati appartenessero alla comunit, garante il sovrano, discendeva in linea diretta dai codici romani; per di pi, non era certo incomoda a una monarchia assai sensibile al problema di riempire i forzieri. Trovano cos un punto d'incontro due motivi che sono alla base della monarchia siciliana: il fiscalismo e la concezione del re come erede del "princeps" romano, investito di tutta la sua autorit.
Regalie divennero in quest'ottica il ferro, e la fabbricazione dell'acciaio e della pece. Con il 1300 i giuristi del Mezzogiorno giunsero alla conclusione che i sovrani normanni avessero posto in essere un monopolio o mal che vada un elaborato sistema di tassazione di questi prodotti. Le ragioni pratiche erano trasparenti, non meno degli ideali pi nobili: materiali strategici, di arduo approvvigionamento, molto richiesti in tutta Europa e nel mondo islamico. Analogamente venne limitato il taglio degli alberi nelle foreste reali (per costruire navi o case). A questo proposito non ci  dato sapere con certezza se la Corona agisse in qualit di signore feudale, riservandosi l'uso dei boschi, come fece Guglielmo il Conquistatore nel caso della Nuova Foresta, o se ancora una volta si rifacesse al diritto pubblico romano. Senza dubbio Ruggero Primo vide la questione essenzialmente nei primi termini; ma Ruggero Secondo, e pi di lui Federico Secondo, furono accaniti sostenitori del principio dell'assolutismo regio. La lista degli articoli controllati dalla Corona prosegue: ecco il tonno, la possente preda brulicante nei mari di Sicilia che metteva a dura prova la forza dei pescatori; tesoro trovato, manco a dirlo. Entro il 1231 la Corona si preoccup di includere tra le regalie un elenco completo di pesci rari o pregiati, tra i quali lo storione e le lamprede. Quale fortuna ebbero i monaci di San Giovanni degli Eremiti in Palermo a vedersi concedere ventuno barili di tonno all'anno da Ruggero Secondo! Va da s che pesce, nel Medioevo, voleva dire anche sale; in molti luoghi il pesce salato era pi importante di quello fresco. L'interesse per le saline si intrecciava perci con quello per i prodotti ittici. Ampliando poi l'orizzonte, carni e formaggi salati si ponevano ai primi posti nelle esportazioni siciliane, soprattutto ai paesi dell'Europa continentale, forti consumatori di salumi e carne di maiale; il sale aveva cos modo di dimostrare una volta di pi il suo valore, come conservante per alimenti di alta qualit.
La monarchia normanna dissod dunque il terreno che avrebbe consentito a Federico Secondo di regolare da vicino la vita economica del suo popolo. Non che a questo fine nel Dodicesimo secolo esistesse un disegno preordinato: i sovrani normanni esercitarono i loro diritti sulle risorse naturali in modo frammentario, spesso incoerente, pronti se del caso a sostanziose concessioni, alla faccia dei princip. Futile ad esempio era insistere sulla rigorosa applicazione di quelli che in teoria erano i loro diritti quando si aveva a che fare con baroni o abati della terraferma. L'abbazia di Monreale in Sicilia ebbe in dotazione da Guglielmo Secondo una vasta regione, ricca di risorse naturali che i suoi predecessori avevano sempre avuto cura di conservare alla Corona. D'altra parte era una zona di insediamento musulmano, certo recalcitrante a pagare con regolarit i tributi; d'ora innanzi sarebbe stato un problema di Monreale rastrellare i profitti. A farla breve, un conto erano le prerogative della Corona, un altro la loro traduzione pratica. Abbiamo osservato che nel 1187 furono soppresse un certo numero di imposizioni fiscali sul movimento delle merci nei territori demaniali dell'Italia meridionale. Non si deve per pensare a un atto di clemenza; era risaputo che i proventi delle tasse stentavano ad affluire alle casse del Tesoro, restando per la maggior parte impigliati nelle tasche di esattori corrotti. Il controllo era incisivo secondo il metro di misura dell'Europa occidentale, alla pari con quello (poniamo) dei califfi nel Cairo, ma sarebbe errato supporre che fosse totale o inesorabile. Anche questa era una difficolt che Federico Secondo decise di risolvere.

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7.

A questo punto ci pare il caso di chiederci quale destinazione avesse il denaro riscosso con tanta efficienza. Non ci risulta che i re normanni di Sicilia abbiano dovuto fare i conti con le crisi finanziarie che di quando in quando consegnavano i loro colleghi inglesi alle grinfie dell'aristocrazia. I maggiorenti del Mezzogiorno d'Italia non disponevano di questo strumento di pressione, per quanto tirannico giudicassero il carico impositivo; soltanto Tancredi, stretto alle corde agli inizi degli anni novanta, fu costretto a subire il loro ricatto. Uscite ed entrate non erano affatto trascurabili. Romualdo di Salerno, cronista della corte normanna, defin Ruggero Secondo abile nel far denaro e taccagno, anche se quest'ultimo aggettivo appare un po' stiracchiato. La sua ricchezza trovava macroscopico impiego nella guerra, sebbene, al modo in cui l'intendeva Ruggero, la parola guerra non andasse disgiunta da un certo profitto: bottino, tributi, tasse sui territori conquistati in Africa. I Normanni tenevano in attivit un esercito misto, formato da mercenari, ma anche da cavalieri e cittadini che prestavano servizio militare o navale. Un registro del servizio di leva dal continente, il cosiddetto "Catalogo dei baroni", d un'idea delle risorse su cui potevano contare Ruggero Secondo e Guglielmo Primo; gli obblighi feudali possono avere contribuito soltanto in parte ad alcune attivit belliche essenziali, come la cantieristica e il mantenimento di guarnigioni. Altra voce al passivo era la corruzione, indispensabile per stornare eventuali attacchi - pregevole tattica bizantina, questa. I sovrani normanni pompavano moneta nelle tesorerie delle citt dell'Italia settentrionale per incoraggiarne la resistenza all'imperatore tedesco, Federico Barbarossa (nonno paterno di Federico Secondo). La spiegazione  semplice: l'imperatore teutonico aveva tra l'altro in animo di invadere l'Italia meridionale e la Sicilia, per cui era valida strategia tenerlo bloccato in Lombardia. Occorreva poi alimentare la politica di "grandeur". Quando la madre di Ruggero Secondo, Adelaide, part alla volta di Gerusalemme per esservi incoronata regina, sembr agli osservatori che le sue navi fossero sovraccariche di frumento, vino, olio, carni salate, armi, cavalli e, ultimo ma non meno importante, una quantit sterminata di denaro. Guerra e diplomazia potevano essere sovvenzionate con gli introiti della Corona, e ricorrendo al servizio militare; nulla autorizza a supporre che i sovrani normanni avessero bisogno di contrarre prestiti per coprire i costi delle loro iniziative bellicose, n che muovessero guerra nella speranza di assicurarsi fertili contrade in grado di finanziare future campagne. Era infatti questo il probabile obiettivo degli imperatori germanici che sul finire del Dodicesimo secolo puntarono a impadronirsi della Sicilia - terra di molte promesse, una pioggia d'oro per chi l'avesse posseduta. Stridente  il contrasto con la situazione nel secolo seguente. Federico Secondo dovette prendere a prestito ingenti somme dai banchieri di Roma e dell'Alta Italia per far fronte ai suoi impegni bellici, troppo onerosi per le possibilit del regno normanno. Sotto i Normanni, ed anche sotto Federico, la Sicilia continu a coniare monete d'oro che mantennero - a parte fugaci e trascurabili fluttuazioni negli anni di Federico - una purezza costante del 66,7 per cento. Ci significa che nel Dodicesimo secolo l'erario non fu costretto a togliere oro dalla circolazione; allo spuntare del Tredicesimo vi sono segni di una nuova politica, che per ebbe breve durata.
Un discreto salasso era poi imputabile ai passatempi: mecenatismo verso le arti e la scienza, manutenzione di palazzi e giardini ben forniti di servit, massiccio consumo di generi di lusso a corte. Comfort e spettacoli erano reputati meritevoli capitoli di spesa. Non desta meraviglia che una monarchia cos consapevole della sua dignit, cos petulante per quanto riguardava il riconoscimento dei suoi diritti, profondesse veri e propri tesori per dar lustro alla corte e cercasse in ogni modo di accaparrarsi qualcuna delle menti pi brillanti dell'epoca. Ma non era soltanto esteriorit: Ruggero Secondo, Guglielmo Primo e Secondo avevano profondo amore per le scienze, erano poliglotti e trovarono un degno successore intellettuale in Federico Secondo, nonostante i gravi problemi di bilancio che durante il suo regno si ripercossero su palazzi e mosaici.
Il sapore della vita culturale a corte viene sovente caratterizzato come un eclettico amalgama di conoscenze arabe, greche e latine, nelle mani di sapienti ebrei, cristiani e maomettani - una definizione che ha molto in comune con la visione idealizzata della monarchia normanna quale lodevole miscuglio di talenti amministrativi. In realt non esisteva una netta separazione tra funzioni burocratiche e impegni culturali, per cui non sorprende pi di tanto il passaggio da un ambiente culturale in cui i musulmani erano ben rappresentati, sotto Ruggero Secondo, a un'atmosfera pi favorevole ai Latini (con robuste iniezioni greche) con Guglielmo Secondo. Nel Tredicesimo secolo ancora non si erano interrotte le comunicazioni con il patrimonio del sapere islamico, ma gli intermediari erano molto pi spesso ebrei che non arabi; ebrei a parte, la corte di Federico ebbe un carattere pi spiccatamente cristiano (seppur con forti venature di libero pensiero). Cominciamo con Ruggero Secondo: agli albori del Dodicesimo secolo la sua reggia era un faro luminoso per i poeti musulmani, che ne cantavano le lodi in parte perch avidi di ricompensa ma anche perch ammirati della sua saggezza. Molti di questi spiriti eletti dividevano il loro tempo tra la Sicilia e l'Africa; alcuni, ma non tutti, erano di origini siciliane o maltesi. Anche se non  facile accertare se il sovrano avesse una buona padronanza della lingua araba, dobbiamo presumere che fosse in grado di apprezzarne i versi alquanto servili. Sotto Ruggero la corte siciliana si inser in un pi ampio reticolo di cenacoli sparsi per il Mediterraneo centrale, con connotati prevalentemente musulmani. Pi d'uno di questi poeti, basti ricordare Ibn Hamdis, raggiunse fama imperitura.
Ruggero era per soprattutto attratto dal seducente mondo della scienza e non lesinava il suo appoggio a iniziative che vedevano all'opera forestieri non meno che nativi. Un'iscrizione in tre lingue, oggi incorporata nella parete del palazzo reale in Palermo, presso l'entrata alla cappella regia, commemora la realizzazione di una clessidra ad acqua per mano di un maltese maomettano residente in Sicilia. Ma il personaggio dominante non era un autoctono: al-Idrisi, rampollo di una famiglia principesca del Nord Africa, in realt un rifugiato politico, godette dell'alto patronato del re. Sua intenzione era descrivere i prodotti e le risorse naturali di ogni regione del globo, raffigurandolo in una grande mappa d'argento. Quest'ultima and distrutta durante un saccheggio del palazzo nel 1161, ma per buona sorte ci  giunta intatta la sua prima opera di geografia, il "Kitab Rujar" o "Libro di Re Ruggero", basata su una mistura di racconti di viaggiatori contemporanei, testi di geografia arabi, conoscenze personali, e dunque alquanto disomogenea: minuziosa per quanto concerne la Sicilia e i territori nordafricani, si fa vieppi imprecisa man mano che si spinge al Nord e decisamente fantasiosa accostandosi alla Cina e all'India. Pazienza per quanto riguarda l'Estremo Oriente, ma davvero imperdonabile  la leggerezza con la quale  affrontata l'Europa settentrionale, ove si rammenti che molti a corte avevano origini o ascendenze in quei luoghi. In linea di massima si pu asserire che gli autori arabi avessero scarsa attenzione per i resoconti oculari dei Latini e nessuna per le monografie esistenti di geografia latina. Il saggio di al-Idrisi suggerisce rapporti assai superficiali tra cristiani e musulmani alla corte normanna. Convivere fianco a fianco non significa osservare e scambiarsi informazioni. Van Cleve  convinto che Federico Secondo abbia preso a modello al-Idrisi: a suo giudizio le metodologie da lui seguite nelle scienze naturali rivelano l'impronta di al-Idrisi e i rapporti da lui intrattenuti con l'astrologo e scienziato Michele Scoto non erano diversi da quelli che legavano Ruggero a al-Idrisi. Ecco un altro esempio del modo in cui estese somiglianze vengono usate per creare un'immagine esagerata di un'omogenea corte normanno-Hohenstaufen, impregnata dell'ideale di una fratellanza scientifica non settaria.
Al-Idrisi mise il suo genio anche al servizio di Guglielmo Primo, ma il ruolo dei sapienti musulmani a palazzo cal d'importanza nel tardo Dodicesimo secolo. Le insistenze della monarchia a favore della conversione furono causa di scoraggiamento tra le file dei maomettani, come ebbe a testimoniare il viaggiatore Ibn Jubayr, e decretarono un progressivo declino della dottrina islamica in Sicilia. I dotti stranieri preferivano restarsene a casa loro; gli intellettuali siciliani di fede musulmana si recavano in Africa per rintracciarvi il loro retaggio, e spesso non facevano ritorno. La Sicilia si ritrasse dal mondo culturale islamico, sia pur con gradualit; il "Libro delle Consolazioni" di Ibn Zafar, Dodicesimo secolo avanzato, rivela che le tradizioni erano ancora vive. Ma non va dimenticato che la fioritura della cultura islamica in Sicilia fu sostanzialmente opera dei primi governanti normanni; non risulta che nell'Undicesimo secolo, all'epoca del dominio degli emiri musulmani, l'isola fosse una roccaforte del sapere. Come la Calabria venne ri-ellenizzata pressoch contemporaneamente alla conquista di Ruggero Primo, cos la Sicilia, o per meglio dire la sua vita intellettuale, conobbe un processo di ringiovanimento grazie a freschi impulsi islamici sotto Ruggero Secondo, donde in parte gli elogi di al-Hafiz e altri califfi egiziani. Questo ragguardevole, ma effimero rigoglio lasci comunque un'eredit: nonostante la cerchia degli intimi di Federico Secondo contasse pochissimi sapienti musulmani, l'interesse del sovrano venne tenuto desto da libri arabi, in originale o tradotti, e da specialisti ebrei in grado di interpretarne le pi minute sottigliezze; fitte furono, come vedremo pi innanzi, le sue relazioni epistolari con studiosi arabi, ma si tratt pur sempre di un substrato culturale ben diverso da quello che aveva interessato la corte di Ruggero Secondo, risuonante di voci islamiche. Eppure, paradossalmente, la cerchia di Ruggero trov maggiori difficolt a fondere in uno stesso crogiolo il sapere arabo e quello cristiano e dovette rassegnarsi a una coesistenza poco "feconda" di frammenti di civilt latina, greca e araba; Federico si sforz viceversa di applicare il patrimonio di conoscenze dell'Oriente all'impianto culturale occidentale, in particolare per quanto attiene alle scienze naturali.
La corte siciliana viene in genere considerata uno dei maggiori centri di opere di traduzione, insieme a Toledo in Castiglia. Questa tesi non manca di una sua validit: i dotti latini acquistavano manoscritti da Costantinopoli, approfittando di missioni diplomatiche o di scambi di doni per accaparrarsi l'"Almagesto" di Tolomeo, il "Menone" e il "Fedone" di Platone, gli oracoli sibillini. Enrico Aristippo, cortigiano di Guglielmo Primo, fu particolarmente attivo nelle versioni dal greco al latino - tradizione in seguito mantenuta viva da Eugenio l'emiro, greco di nascita. Ci che sorprende  che i Siciliani volgarizzassero direttamente dal greco, almeno in linea di massima, mentre le scuole di Toledo seguivano una strada pi tortuosa: esempio tipico, un cristiano doveva volgere in latino la traduzione compiuta da un ebreo di un testo arabo, tradotto molto tempo prima dal siriano, su originale greco. Va da s che, in questa successione di passaggi, le finezze stilistiche, per non dire di peggio, andavano perdute. Ma Toledo esercit un maggiore impatto: la sua corte dur pi a lungo ed ebbe l'opportunit di lavorare su un maggior numero di testi, per giunta integrati da commentari di Arabi ed Ebrei che ne facilitarono l'assimilazione nella cultura occidentale. Palermo all'opposto offriva poco pi del testo "tout court", affrontato con notevole superficialit da cortigiani di lingua greca. Sarebbe d'altronde lecito chiedersi se le attivit dei traduttori rivelino davvero per loro natura quello scambio multiculturale che da molti viene dato per scontato. Le opere venivano selezionate dal canone filosofico greco per essere trasmesse a un pubblico latino; in altre parole, erano estratte dall'ambiente culturale greco in cui erano state trovate e indirizzate a un mercato cui poco importava delle circostanze che le avevano prodotte; ai lettori spettava l'improbo compito di inserire questi metodi e concetti nuovi nel contesto della filosofia occidentale. Lungi da me l'intenzione di negare che taluni pensatori occidentali, primo tra tutti Adelardo di Bath, vedessero nella Sicilia una fonte cui attingere nuovo materiale sulla filosofia, sulle scienze naturali ed altro ancora, ma il punto  che ai loro occhi la Sicilia non era un punto di contatto con la cultura bizantina, e neppure con quella araba. Ci che li interessava era una possibilit di accesso, non importa se attraverso la Sicilia o la Spagna, all'antichit classica. Ad ogni buon conto, non mancavano a corte intellettuali di estrazione bizantina; il periodo pi scintillante sembra essere stato ancora una volta il regno di Ruggero Secondo. Abbiamo gi accennato all'alta considerazione in cui era tenuto Doxopatrios o Doxapater, i cui studi, precedenti di una dozzina d'anni quelli di al-Idrisi, rientrano in un disegno preordinato: il patrocinio di opere di geografia, nel senso pi lato - fisica, umana, persino ecclesiastica. Pi smaccata fu la piaggeria dell'omilista e predicatore Theophanes Kerameus, al quale sono state attribuite realizzazioni grandiose, addirittura l'aver progettato la Cappella Palatina in Palermo, elaborando un tracciato iconografico su modelli bizantini con l'intenzione di rendere lusingante omaggio alla monarchia siciliana. Certo non risparmi adulazioni a Ruggero, dinnanzi al quale tenne un discorso in greco. Nel 1140 gli fu accordato il privilegio di pronunciare il sermone della Domenica delle Palme; una gradita occasione che offriva ai monarchi medievali (non ultimi quelli siciliani) la possibilit di evidenziare il loro ruolo di rappresentanti di Cristo in terra. Ruggero si present in chiesa in groppa a un somaro bianco, a imitazione del Salvatore, per sentirsi dire che i suoi trionfi, ottenuti per grazia dell'Onnipotente, sarebbero stati ricordati da un capo all'altro del mondo per tutti i secoli a venire.
Pi avanti nel Dodicesimo secolo si registr una rarefazione di eruditi greci. Eugenio compose versi tutt'altro che disprezzabili in greco e si ciment con successo anche nella prosa latina; a lui dobbiamo la traduzione degli oracoli sibillini dal greco in latino. Gli  stata altres riconosciuta la paternit di una delle massime opere latine del regno normanno, la storia dei regni di Guglielmo Primo e Secondo, attribuita a un certo Ugo Falcando. Pare che il nome "Falcando" sia stato un tocco di fantasia di chi cur nel Sedicesimo secolo la pubblicazione del libro; non vi sono validi motivi per ritenere che "Falcando" e Eugenio siano la stessa persona. Ci che importa  la comune visione politica: l'ostilit nei confronti di Maione, cio delle minoranze. Eugenio apparteneva in effetti a un ambiente culturale misto latino e greco, ma ai suoi tempi i Latini erano in netta preponderanza. "Falcando", dal canto suo, adott un elegante stile tacitiano che denuncia una chiara inclinazione verso modelli classici.

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8.

L'altro ovvio sbocco del mecenatismo trovava espressione nell'edilizia e nelle belle arti. Il patrimonio di cattedrali e mosaici giunti sino a noi dal Dodicesimo secolo venne arricchito in modesta misura per impulso di Federico Secondo. Vengono alla mente la loggia e una manciata di mosaici a Cefal. Le grandi costruzioni normanne rappresentano per lo scenario entro il quale si dipana la sua giovent a Palermo; alcune, come la Cappella Palatina, la chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio o l'abbazia di Monreale, parlano un linguaggio di "grandeur" e assolutismo che sembra aver influenzato Federico Secondo. Qui il sovrano era rappresentato nell'atto di ricevere la corona direttamente dal Figlio di Dio, senza intermediazione papale: una scena dipinta in Santa Maria ed anche, con minor ampollosit, a Monreale; qui, nei mosaici della Cappella Palatina, il re compariva nei panni del novello Davide, possessore della terrena Gerusalemme. Nella parole di Otto Demus, il mosaico era "l'arte imperiale "par excellence""; l'unica forma d'arte che poteva render giustizia all'idea esaltata della monarchia in Sicilia. Tuttavia si trattava di una specialit bizantina, per cui i Normanni dovettero rivolgersi a Costantinopoli. Pu darsi che sul finire del Dodicesimo secolo abbia spiccato il volo una scuola nativa di mosaicisti, ma non si pu sottacere che con Federico Secondo questa tecnica perse il suo primato, vuoi perch Costantinopoli non riusc pi a sfornare artisti di alto livello (il dominio latino a partire dal 1204 ne aveva compromesso la vita culturale), vuoi perch la scuola siciliana autoctona stent a mantenere le fulgide promesse, vuoi infine perch Federico non era preparato a sostenere i costi che la meticolosa opera dei mosaicisti richiedeva.
I palazzi e le chiese della Sicilia normanna sono per solito considerati un ulteriore esempio della "convivencia" siciliana tra Greci, Latini e musulmani. La Cappella Palatina  adorna di un soffitto in legno dipinto di stile arabo, mosaici bizantini, un pavimento di fattura latina ed elementi scultorei romanici. Ma l'insieme si propone come un tutto armonico? La convivenza di numerose culture, come gi abbiamo avuto modo di sottolineare, non favor la nascita di quell'amalgama culturale che taluni studiosi hanno postulato. I mosaici intendevano offrire della corte regia l'immagine di una nuova Gerusalemme, governata dal novello Davide. Ma il soffitto arabo della Cappella Palatina non soltanto  privo di riferimenti alla cristianit - come logica pretende - ma si pone come un corpo curiosamente estraneo rispetto al resto dell'edificio; e d'altra parte durante il regno di Federico modesti furono gli influssi islamici sulle arti figurative della Sicilia e dell'Italia meridionale. L'unica eccezione - la ceramica - si colloca ai margini delle arti coltivate a corte.
Chi pi, chi meno sensibile a queste differenze stilistiche, i regnanti normanni edificarono sontuosi palazzi nella loro capitale. Lungo i confini meridionali di Palermo si stendeva una cintura pressoch ininterrotta di giardini e laghi creati per il diletto del monarca. Chioschi e padiglioni, ornati di mosaici e fontane, furono eretti in ossequio a canoni, mosaici a parte, sostanzialmente nordafricani. Queste realizzazioni assolvevano anche un'altra funzione, sia pure indiretta: troneggianti in giardini lussureggianti d'acqua, i palazzi testimoniavano della leggendaria fertilit dell'isola; mentre l'harem reale, la guardia del corpo saracena, il cuoco arabo, davano ai visitatori maomettani come Ibn Jubayr l'impressione di trovarsi di fronte a emiri nel pieno della loro magnificenza, cristiani e dunque barbari per origine ma certo non per comportamento. Qui d'altronde, nei giardini plasmati a puro scopo di svago, i sovrani indulgevano al gusto per il grandioso e il meraviglioso, senza perdere di vista l'interesse per le scienze naturali: quando, nel 1194, l'imperatore tedesco Enrico si impadron di Palermo, tra il bottino figuravano una giraffa e alcuni cammelli, animali che suscitarono attoniti stupori da Roma sino alla Germania. Anche i re normanni d'Inghilterra mantenevano un serraglio, ma abbiamo validi motivi per ritenere che quello siciliano fosse pi spettacolare; i contatti diplomatici con l'Africa, l'Egitto e il Levante garantivano un rifornimento continuo di specie bizzarre e mirabili. Persino nella Puglia di Guiscardo, l'elefante divenne un soggetto favorito dagli scultori. Nel 1161 la plebaglia palermitana, esasperata, fece irruzione nei palazzi, mettendo in fuga un gran numero di animali selvatici; ma lo zoo venne ben presto ripopolato. Federico Secondo vi dedic molte cure ed anzi si port appresso parecchi esemplari durante le sue campagne nell'Italia settentrionale, un'abitudine che contribu non poco a far di lui nelle menti dei sempliciotti una sorta di mago, attorniato da un corpo scelto di mostri. In realt egli e i suoi predecessori amavano gli animali rari perch prova tangibile delle infinite meraviglie del mondo naturale: infatti non era stato forse concesso ad Adamo dominio "sopra i pesci del mare e su gli uccelli dell'aria, e sopra ogni creatura vivente che si muove sulla terra?" Coloro che governavano gli uomini erano anche amministratori di Dio per il resto del creato; un serraglio regio simboleggiava questa posizione privilegiata.
La monarchia normanna non si attir lodi incondizionate per il suo impegno scientifico, i contatti con la cultura islamica, i modi di vita fastosi. Sia nel Dodicesimo che nel Tredicesimo secolo i critici ebbero buon gioco a far leva proprio su questi argomenti, e sull'assolutismo della Corona, a descrivere il sovrano come un brigante, non migliore dei Saraceni sui quali teneva il suo tallone. Il papa prese addirittura in esame la possibilit di bandire una crociata contro Ruggero Secondo. Simili motivi di biasimo si sarebbero fatti ancor pi vigorosi al tempo di Federico Secondo.

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9.

Mia intenzione  chiarire quali siano le radici dell'impostazione culturale di Federico Secondo, le fonti che ne forgiarono la concezione e il modello di monarchia; troppi storici hanno preso come punto di riferimento la sua nascita, presentandocelo come il re-messia che, per il fatto stesso di venire al mondo, annunciava un Nuovo Ordine: valga per tutti l'esempio di Ernst Kantorowicz. Nessuna analisi della sua genealogia normanna sarebbe completa senza uno sguardo alla "politica estera" normanna, ai rapporti da un lato con pontefici e imperatori tedeschi e bizantini e dall'altro con i potentati africani. Fuori luogo ci appare un vero e proprio consuntivo che dia il giusto e proporzionato risalto alle singole aree di coinvolgimento: tra i grandi rivali dei Normanni, gli imperatori bizantini uscirono drammaticamente dalla scena politica europea nel 1204, con la caduta di Costantinopoli sotto i colpi d'ariete della Quarta Crociata; e va da s che le relazioni tra Sicilia e Germania acquistarono un sapore assai diverso dopo il 1194, quando l'imperatore d'Occidente conquist il regno siciliano. La questione se l'Italia meridionale dovesse o potesse essere riaffidata al controllo dell'imperatore romano (d'Oriente o d'Occidente) divenne perci accademica dopo il Dodicesimo secolo; il nuovo oggetto del contendere, sotto Federico Secondo, era se chi governava l'Italia meridionale dovesse o potesse identificarsi con l'imperatore romano d'Occidente. I termini del problema si erano in altre parole ribaltati: non la riunificazione del Sud d'Italia con l'impero romano, ma la sua separazione da questi.
Al centro del dibattito, il papa, fedele alleato di Tancredi, accettato nei suoi diritti sovrani da Guiscardo, Ruggero Secondo, Guglielmo Primo e Secondo. Abbiamo visto come nell'ultimo scorcio dell'Undicesimo secolo il papato avesse deciso che la potenza militare normanna era la miglior difesa delle libert di San Pietro. Nel corso del Dodicesimo vi furono preoccupanti complicazioni: lo scisma del 1130, in cui Ruggero di Sicilia appoggi Anacleto Secondo; la necessit di scendere a patti con Innocenzo Secondo, uscito vincitore dalla lotta per il soglio. Purtuttavia Ruggero, dando prova di non comune agilit, riusc a far valere quelli che reputava i suoi sacrosanti diritti, non ultimo il riconoscimento papale della corona da poco conferita, e mise altres a punto una strategia che i suoi successori avrebbero imitato con entusiasmo: in caso di conflitto con il pontefice, impadronirsene fisicamente. Un'impresa che si rivel priva di soverchie difficolt. Innocenzo Secondo fece l'errore di dar supporto, e aggregarsi, all'esercito tedesco d'invasione nel Mezzogiorno; venne catturato e costretto ad un accomodamento. Tecnica analoga adott Guglielmo Primo, nel 1156, nei confronti del petulante Adriano Quarto, sequestrato in quel di Benevento. Benevento era un'enclave papale, incuneata in territorio siciliano, e la sua difesa contro la "tirannia" normanna stette particolarmente a cuore ai Vicari di Cristo che si succedettero nella prima parte del Dodicesimo secolo. Sfortunatamente, tale era la loro sollecitudine per la citt che vi si recavano in pompa magna; donde l'irrisoria facilit con cui Guglielmo mise le mani sul papa, ottenendone la legittimazione della monarchia siciliana e della legazia apostolica. In cambio al papa veniva promesso il pagamento del "census", il tributo che esprimeva la condizione di vassallaggio; non ci sorprende, tenuto conto della concezione "divina" della monarchia siciliana, che simile obbligo abbia scatenato le ire dei suoi successori. Di maggior significato fu forse l'aiuto siciliano al papato nel tardo Dodicesimo secolo. La politica inaugurata da Guiscardo matur con gli anni sessanta in un patto di ferro, mirato a salvaguardare l'Italia dalle pretese di autorit dell'imperatore tedesco Federico Barbarossa. Guglielmo Primo e Secondo diedero vigoroso appoggio al papa Alessandro Terzo durante ventott'anni di continui scontri con Federico Primo; i Siciliani rivestirono un ruolo importante nella conferenza di pace a Venezia, nel 1177, quando infine pontefice, imperatore, citt lombarde e Corona siciliana risolsero di seppellire l'ascia di guerra. Roma e Palermo furono entrambe obiettivo della imponente campagna italiana intrapresa dal Barbarossa nel 1167; fortunatamente per i Siciliani, l'armata teutonica venne decimata dalla pestilenza alle porte di Roma. La minaccia della dominazione tedesca sulla Citt Eterna e sull'Italia centrale si estendeva anche al Meridione: una minaccia premeditata, visto che soltanto nel 1177 Federico Barbarossa acconsent a riconoscere il regno siciliano fondato quasi mezzo secolo prima; sino ad allora la Sicilia rimase uno stato paria. Del resto, la pianificata invasione germanica dell'Italia meridionale era reputata dalla Santa Sede una minaccia mortale per la citt di Roma, una potenziale negazione della libert papale d'azione. Il Barbarossa vide vanificati tutti i suoi sforzi, ma il figlio Enrico (in circostanze completamente diverse) soggiog la Sicilia con le armi. Logico pertanto l'incondizionato appoggio prestato dal papa Celestino Terzo a Tancredi e a Guglielmo Terzo, suo giovane figlio. A Celestino non era sfuggito il pericolo rappresentato dall'unione sotto una stessa corona dell'Impero e dello Stato siciliano, anticipando cos con esattezza i guai che sarebbero derivati dall'avvento al potere di Federico Secondo.
Gli imperatori germanici si dimostrarono poco consequenziali nei riguardi della dinastia normanna. Prima del 1177, la considerarono alla stregua di un'usurpatrice dei loro diritti sovrani; dopo, optarono per la soluzione dei vincoli matrimoniali. Nel corso della prima fase, la Sicilia normanna assume i contorni dell'ossessione: Lotario Secondo lanci una grande invasione, di concerto con Innocenzo Secondo, nel 1137; giustificazione ufficiale era la difesa degli interessi di Innocenzo contro Ruggero Secondo e l'antipapa rivale Anacleto Secondo; ma sotto sotto Lotario temeva la fragilit delle fondamenta della sua autorit in Germania e vedeva nell'Italia meridionale una fonte di ricchezza, prestigio e risorse militari. Il suo successore, Corrado Terzo, si rivel disponibile a smembrare il Mezzogiorno a favore dei soci bizantini, ma con Federico Primo, a partire dal 1152, si registr un ritorno a princip pi nobili: era pur sempre parte del "regnum Italicum", possesso legittimo dell'imperatore romano; andava esclusa qualsiasi ipotesi di spartizione della regione con Bisanzio, essendo da stimare nulle le rivendicazioni dell'imperatore greco. Proprio perch si profilava come una minaccia immediata all'esistenza stessa dei loro domini, i re normanni operarono alacremente su tutti i fronti possibili per ostacolare e bloccare le manovre dell'imperatore; di straordinaria efficacia si rivel l'aiuto finanziario alle citt lombarde, levatesi contro l'autorit imperiale. Anzi, si pu ben dire che il denaro siciliano, bizantino e veneziano abbia contribuito a costringere Federico letteralmente in ginocchio ai piedi del papa Alessandro: evento in certa misura imprevedibile, avendo le tre potenze idee assai diverse in merito al futuro dell'Italia; e Venezia, nonostante l'opposizione di fondo al Barbarossa, non disdegn all'occasione, in vista di obiettivi locali, di far con lui causa comune contro Bisanzio.
Con l'atto di sottomissione a Alessandro Terzo, in Venezia nel 1177, Federico diede l'avvio a una nuova strategia diplomatica nei confronti della Sicilia. Nel 1183 propose un sodalizio per via di matrimonio, sancito nel 1184 grazie alle nozze del figlio Enrico con la figlia postuma di Ruggero Secondo, Costanza (un nome che di per se stesso richiama la concezione costantiniana della monarchia cara a Ruggero). Anche per la Sicilia si tratt di un radicale cambiamento di rotta. Guglielmo Secondo aveva accarezzato negli anni sessanta e settanta l'idea di legarsi all'imperatore greco, Manuele Comneno, impalmandone la figlia. La sposa si faceva per attendere all'infinito e Guglielmo cominci a dubitare delle promesse bizantine. Tra parentesi, tutto lascia credere che Manuele si fosse impegnato a nominarlo suo erede a Costantinopoli; privato del diritto di una successione pacifica, Guglielmo mut atteggiamento e invest con violenza Bisanzio nel 1185; Tessalonica e Durazzo gli cedettero, ma non per molto. Non  una coincidenza che la violenta offensiva sia stata scatenata subito dopo l'accordo definitivo con i tedeschi. A partire da quel momento la Sicilia fu alleata del Barbarossa, una metamorfosi diplomatica impensabile vent'anni addietro.
 opinione diffusa che il matrimonio tra Enrico e Costanza sia stato il colpo magistrale degli ultimi anni del Barbarossa. Guglielmo Secondo non aveva figli; alla sua morte sarebbe salita al trono Costanza; in altre parole, Enrico di Hohenstaufen avrebbe governato la Sicilia per mezzo della moglie. Dopo innumeri complicazioni, fu ci che accadde. Ma nel 1183 Guglielmo era giovane e non v'era motivo per supporre che non avrebbe lasciato una progenie. A onor del vero, spentosi Guglielmo, la moglie Giovanna d'Inghilterra ebbe un figlio di secondo letto con Raimondo Sesto, conte di Tolosa e nemico giurato dei crociati albigesi. Per contro, tutto lasciava supporre che Costanza sarebbe rimasta sterile; aveva quarant'anni quando diede a Enrico un erede, il futuro Federico Secondo, dopo parecchi anni di inutili tentativi. La fusione delle corone esulava quindi dalle finalit realistiche di Guglielmo; suo obiettivo era il consolidamento di un sodalizio, non un'unione.
Spazio pi ridotto meritano i rapporti con Costantinopoli. Senza dubbio i Bizantini si risentirono delle pretese di Ruggero Secondo, e di quelle dei suoi eredi, ma allo stesso tempo si rivelarono pronti ad accettare, in chiave strategica, l'esistenza "de facto" del nuovo Stato. Cos nel 1158 Manuele Comneno si rappacific con Guglielmo Primo, che solo pochi anni prima ne aveva insidiato l'impero; ma le opportunit per uno sforzo decisivo volto a ristabilire l'influenza bizantina a Roma e nell'Italia centrale si andavano infittendo e l'imperatore greco non aveva alcuna intenzione di lasciarsi distrarre dalle istanze normanne. L'errore imperdonabile fu il rifiuto delle "avances" matrimoniali di Guglielmo Secondo, il cui rancore si sarebbe attenuato soltanto con l'invasione del 1185, e con il ricordo del breve periodo di dominazione siciliana sui Balcani occidentali. Un lascito questo che, raccolto da Enrico di Hohenstaufen e dalla sua famiglia, non fu probabilmente estraneo alla conquista di Bisanzio ad opera delle forze della Quarta Crociata. Federico Secondo coltiv per parte sua buone relazioni con i principi bizantini sopravvissuti alla furia dei cavalieri cristiani, arroccati ai margini dello sminuzzato impero greco e esclusi dal nuovo ordine latino. La mancanza in Costantinopoli di un "basileus" capace di farsi portavoce delle aspirazioni universalistiche degli imperatori bizantini del Dodicesimo secolo rese pi agevole a Federico Secondo il proporsi come l'unico vero imperatore romano, successore di Costantino.
La "politica estera" dei Normanni aveva per in sostanza un orientamento diverso. Papi, Germani, Bizantini sbandieravano diritti di sovranit sul Mezzogiorno. E i Saraceni di quando in quando rammentavano al mondo islamico che la Sicilia in un recente passato era stata parte del "dar-al-Islam" e che tra i suoi abitanti si annoveravano moltissimi maomettani. Ma (con l'eccezione di qualche sobbollente risveglio della corte del Saladino e degli Almohadi del Marocco) i grandi imperi islamici rappresentavano una minaccia trascurabile per la Sicilia. V'era piuttosto da preoccuparsi per gli emiri da operetta che fecero il bello e il cattivo tempo in Tunisia e in Tripolitania sino alla met del Dodicesimo secolo. In perenne conflitto tra loro, ad ogni pi sospinto invocavano il soccorso militare siciliano contro i rivali, insensibili al fatto che i Siciliani fossero di fede cristiana. Ruggero Secondo, catapultatosi all'inizio in Nord Africa accorrendo alle suppliche degli emiri, fin con il ritagliarsi un minuscolo impero africano, comprendente citt come Tripoli e al-Mahdia, capolinea delle carovane dell'oro. Soltanto Tunisi si oppose al suo tentativo di mettere sotto controllo l'intera costa dirimpetto alla Sicilia; ed anch'essa dovette con ogni probabilit piegarsi al tributo. Scrive il cronista normanno Romualdo Salernitano:

"Poich aveva animo orgoglioso e grande determinazione a governare, non bastandogli affatto la Sicilia e la Puglia, egli prepar una forte flotta, che invi in Africa con gran numero di soldati, e prese e tenne l'Africa".

Pare anche che Ruggero abbia secondato gli insediamenti cristiani in Africa, anche se non vi sono fondati motivi per ipotizzare che interpretasse le campagne africane come una crociata in difesa della cristianit; tra le sue truppe i musulmani devono esser stati numerosi. Negli anni cinquanta l'impero africano si sbriciol; nuove trib islamiche, i fondamentalisti Almohadi, sciamarono a occidente provenienti dai monti Atlas e si appropriarono degli ultimi possedimenti normanni nel 1160. Tuttavia persino il loro fanatismo smarr tosto il primitivo vigore e nel volgere di una trentina d'anni i rapporti tra il califfo almohade di Tunisi e il re di Sicilia si normalizzarono. Probabilmente le forniture di grano siciliano all'Africa proseguirono indisturbate, n conobbe sosta l'estrazione della polvere d'oro sahariana destinata alla coniazione nel regno normanno. Ci che importa  che le vicissitudini nordafricane continuarono a tener desto l'interesse dei sovrani siciliani anche nel Tredicesimo secolo.
Molteplici erano le ragioni. La prima che viene alla mente, in una monarchia che attingeva soprattutto alle tasse sui commerci, sono i profitti derivanti dalle correnti di scambio con la Tunisia. Vi  poi da supporre che la Corona siciliana non avesse rinunciato del tutto a riportare all'ovile una parte almeno della costa africana. Non era soltanto una questione di prestigio, anche se molti a corte avevano vissuto la perdita dell'Africa nel 1160 come una tremenda mazzata alla fierezza della dinastia. Avere in pugno Mahdia, Tunisi o Gerba significava controllare le rotte mercantili e militari tra la Sicilia e l'Africa: un cespite non indifferente, e un'arma politica di tutto rispetto. Genovesi, Pisani, Catalani, senza contare qualche occasionale nave musulmana, avrebbero durato maggior fatica ad eludere l'apparato siciliano di esazione e sorveglianza marittima. La monarchia ne avrebbe guadagnato in peso diplomatico e risorse finanziarie. Una terza motivazione era la speranza, ove l'assoggettamento si fosse rivelato chimerico, di attingere tributi: su questo versante Federico Secondo miet qualche successo, facendo perno sui precedenti normanni a Tunisi. La spinta decisiva venne per impressa dal problema della pirateria musulmana e delle incursioni degli infedeli sulle coste meridionali della Sicilia. I mercanti di schiavi islamici vedevano nella Sicilia un pozzo senza fondo ricolmo della materia prima che pi stava loro a cuore, esseri umani. Alcuni razziatori davano sostegno, in armi o manodopera, ai ribelli saraceni nella Sicilia occidentale; sotto Federico Secondo questo problema, seppur affatto nuovo, divenne acuto. Superfluo poi sottolineare quanto l'interferenza musulmana nei traffici mercantili siciliani o cristiani al largo delle coste isolane mettesse in forse la convenienza di rotte commerciali dalle quali la monarchia traeva grande beneficio. Si deve supporre che molte tra le pi ambiziose campagne anti-islamiche di Guglielmo Secondo abbiano avuto come bersaglio i pirati: l'attacco su Maiorca nel 1181, ad esempio.

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10.

L'Africa aveva un chiaro valore simbolico per la monarchia normanna, che della sua conquista, o per meglio dire della sua ricristianizzazione, faceva un nobile traguardo, degno di quel regno costantiniano che anelava a creare. L'imperatore germanico ebbe invero da obiettare che le guerre africane di Ruggero Secondo calpestavano i suoi diritti - l'Africa, ancorch perduta, era una scheggia dell'"imperium Romanum", non meno dell'Italia e della Sicilia. Ma l'Africa  emblematica anche del pragmatismo della monarchia siciliana. Gli interessi fiscali e politici non dipendevano completamente dai princip di assolutismo romano coltivati da Palermo. Raccogliere denaro, proteggere la navigazione mercantile, impedire ogni aiuto ai Saraceni stanziati in Sicilia, erano tutti obiettivi assolutamente concreti, cos come realistico era il riconoscimento della sovranit papale al fine di assicurarsi un alleato prezioso e una situazione pacifica sulla frontiera settentrionale; le questioni di principio, in questo caso alquanto imbarazzanti, dovettero essere ignorate. Nella medesima ottica, le altisonanti enunciazioni, derivate dal diritto romano furono utilizzate pi per proiettare un'immagine ingrandita della monarchia che per fornire uno strumento affilato di governo. Le leggi locali di Lombardi, Normanni, Greci, Ebrei e Arabi continuarono a funzionare e ad essere rispettate.
L'assolutismo normanno rivela perci una componente di intangibile praticit. Il re aveva idee chiare sull'estensione della sua autorit e una precisa consapevolezza dei limiti da non valicare. Il potere andava salvaguardato scendendo a ragionevoli compromessi con i baroni del continente e i turbolenti arabi insulari. Incondizionata ammirazione suscita la perizia con la quale Ruggero Secondo e, in minor misura, i suoi successori seppero tener saldo il timone e manovrare per fondere per quanto pi possibile in un unico complesso i territori normanni. Un'operazione riuscita soltanto a met: l'unit si manifestava nella persona del sovrano, nella cerchia dei suoi intimi; ma, come abbiamo gi osservato, il sistema amministrativo e la stessa vita culturale della corte esprimevano una discordanza maggiore di quanto in genere si supponga. L'assolutismo serv a tenere a bada le forze reazionarie che minacciavano di lacerare il regno, rintuzzando in particolare la mai sopita brama di autonomia o indipendenza di baroni, citt e Arabi. Nel caso di una successione contrastata, o di un'invasione, veniva applicato il test della lealt. Negli anni novanta, quando Enrico di Hohenstaufen dilag nell'Italia meridionale, parve essere giunta a maturazione l'opportunit di spezzare una volta per tutte l'autocrazia: ci vollero tre decenni di aspra lotta perch Federico Secondo riuscisse a reimporla.
Federico Secondo ricevette in eredit dai suoi antenati normanni assai pi della rossa capigliatura e della corona sul capo. La concezione monarchica e la struttura amministrativa passarono indenni attraverso l'apparente anarchia della sua giovinezza per costituire la base di un rinnovato dispotismo normanno dopo il 1220. Tuttavia la monarchia costantiniana sub una trasformazione di particolare importanza. Cess di essere una realt puramente territoriale, un tentativo - non molto felice, secondo i contemporanei - di contemperare l'autocrazia romana e persino l'universalismo con la sostanza di un'area limitata, un nuovo regno. Federico, in quanto imperatore, port alla ribalta mondiale le idee normanne di monarchia; l'elemento mancante nell'assolutismo romano di Ruggero Secondo, la dimensione universale, era ora presente e venne sfruttato con energia.
 significativo che al momento della nascita, a Iesi, Federico sia stato chiamato "Costantino"; e, anche se di questo nome non v' pi traccia nel battesimo, egli venne accolto nella comunit cristiana come Ruggero oltre che come Federico. Si fece probabilmente sentire l'influenza materna che l'avrebbe accompagnato per buona parte della sua esistenza.

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Capitolo secondo.
L'EREDITA' GERMANICA: FEDERICO BARBAROSSA E ENRICO SESTO.


1.

Anche l'altro nonno di Federico Secondo, il Barbarossa, lasci agli eredi una situazione piuttosto ingarbugliata: una monarchia che investigava le sue origini nell'impero romano dell'antichit, tentando (con dubbia fortuna) di asserire la propria autorit in Italia e dibattendosi tra profondi dissensi in Germania; una monarchia, per giunta, che indulgeva al fascino del movimento crociato assai pi che i re siciliani. Ciascuno di questi aspetti del curricolo di Federico Primo, e di quello del figlio Enrico, condizion pesantemente la condotta e il modo di pensare di Federico Secondo. Il problema di fondo era rappresentato dai rapporti tra il papa e l'imperatore. In linea teorica, il papa auspicava un imperatore che fungesse da "spada temporale", esercitando la giustizia mediante un buon governo e (se del caso) ricorrendo alla coercizione nei confronti dei peccatori. Papa e imperatore erano alleati naturali; non riceveva forse il secondo la corona dalle mani del primo? Il sogno della cooperazione, ripetutamente enunciato nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo, era inquinato dalla realt: il rifiuto dell'imperatore occidentale di riconoscere che la sua autorit derivava dal papa, di cui in qualche modo egli era un semplice agente. Il primo scontro di Federico Barbarossa con la Santa Sede ebbe come oggetto proprio questo punto: nel 1157, Adriano Quarto fece presente come per caso in una lettera a Federico che l'impero era un "beneficium" elargito dal papa. Il termine usato era carico di calcolata ambiguit: si doveva interpretarlo come "beneficio" in senso astratto, con riferimento all'atto dell'incoronazione, ma senza che comportasse una subordinazione dell'imperatore al papa? Federico era certo dell'intenzione di Adriano di insinuare un altro significato: "beneficium" nel senso feudale, cio la concessione di un bene dal papa al suo vassallo; replic dunque con durezza che, una volta insediato sul trono per volont elettiva dei principi germanici, soltanto Dio avrebbe potuto togliergli la corona che gli cingeva il capo; insomma, se il pontefice era di diverso avviso, travisava l'essenza del suo mandato quale successore di Pietro.
Ma la questione non si riduceva al rifiuto delle ambizioni papali. L'autorit costituita dei principi germanici era di per se stessa motivo di confusione. Nulla, se non il prestigio personale, poteva garantire a un monarca la continuit della propria dinastia. I primi imperatori germanici di stirpe sassone erano riusciti a rafforzarsi al potere con tale accortezza che avanti la fine del Decimo secolo i grandi feudatari accettarono sul trono un minorenne - ovvio tributo al successo dinastico di chi l'aveva preceduto, ma anche inequivocabile segnale di disintegrazione del potere regio. L'alta nobilt era consapevole dell'assenza di un polso fermo in grado di contrastarne i tentativi di estensione territoriale. Nell'Undicesimo secolo, la monarchia (dopo un periodo di rigoglio a cavallo dei decenni centrali) venne pericolosamente indebolita dapprima dalla minorit di Enrico Quarto e in seguito dall'aspro urto con il papato. Gregorio Settimo, ansioso di ribadire la supremazia papale di fronte ai pi potenti governanti europei, cerc di mettere in difficolt Enrico incoraggiando l'elezione di un anti-re, un nuovo centro attorno al quale potesse coagularsi la lealt dei principi. Enrico riusc a sopravvivere alla tempesta, ma a prezzo di una preoccupante diminuzione dell'autorit regale. I sovrani germanici degli inizi del Dodicesimo secolo si ritrovarono cos con un potere messo in discussione da forze difficili da controllare in Baviera, Svevia e Sassonia. Famiglie di elevato lignaggio, come i duchi di Zhringen, accumularono immense fortune, costruendo castelli e asservendo alla propria causa un gruppo di vassalli, i cosiddetti "ministeriales", uomini di origini per lo pi modeste ma di fedelt a tutta prova. Merc l'impulso di qualche potente feudatario, acquistarono rilevanza anche numerose citt, tra le altre Colonia.
La monarchia tedesca aveva attributi che la differenziavano nettamente da quella siciliana. In Germania una Corona itinerante, con un'amministrazione relativamente sottosviluppata, era in perenne attrito con principi potenti la cui obbedienza a volte era puramente formale; in Sicilia una robusta burocrazia installata nella capitale teneva con discreta efficacia a freno i baroni del continente. Non si pu certo sostenere che in Germania albergassero sentimenti "nazionali" (situazione questa non dissimile da quella siciliana). Nel corso del Decimo secolo un gruppo di aristocratici franchi orientali si era sottratto all'autorit peraltro assai infiacchita dei discendenti di Carlomagno in Parigi per costituire un secondo "regnum Francorum", nel quale confluirono Sassoni e (gradatamente) Bavaresi, Svevi, Turingi e persino Longobardi; idioma prevalente era il tedesco, ma molti usavano dialetti francesi e, col tempo, risuonarono parlate slave o italiche. L'affettazione letteraria introdusse il vocabolo "teutonico" per descrivere questo coacervo di popoli e linguaggi; ed era diffusa la consapevolezza, gi nel Decimo secolo, che questi popoli erano gli eredi delle nazioni barbare che avevano invaso e colonizzato in pratica ogni anfratto dell'antico Impero romano.
Si arriv a dire che l'impero era stato trasferito dai Romani a razze meno logore, quali i Longobardi d'Italia, i Burgundi di Provenza e i Sassoni di Germania. Quest'asserzione fu abbondantemente sfruttata a difesa del buon diritto tedesco al titolo imperiale, soprattutto nei confronti di quegli altri successori di Costantino e Giustiniano che avevano dimora in Costantinopoli. Nel Decimo e Undicesimo secolo (con una breve eccezione attorno all'anno 1000) la qualifica imperiale venne usata per finalit diverse dalla rivendicazione dell'ascendenza romana. Ottone Primo, conquistatore del regno longobardo dell'Italia settentrionale, il cosiddetto "regnum Italicum", cal su Roma per proteggere il papato dalle lotte intestine che vi imperversavano, seguendo cos le orme di Carlomagno, che nell'800 si era meritato una corona imperiale per servizi resi. Medesima ricompensa ebbe nel 962 Ottone, signore dei Franchi orientali e ora dell'"Italia", massimo principe europeo. Tale riconoscimento era ambito per due ordini di motivi. In primo luogo, Ottone vedeva confermata dall'avallo papale la signoria sull'Italia settentrionale; tutti i rivali, Burgundi e Longobardi in testa, venivano messi fuori gioco. Secondariamente, Ottone si trovava a disporre di un titolo di ampio respiro, "imperator", utilizzabile per inquadrare in un ordine accettabile l'accozzaglia di popoli e territori che componevano il suo variegato impero. L'elezione si era svolta in un clima di incertezza dovuto al timore di una possibile scissione dei Carolingi francesi; non era ancora chiaro su quale tipo di regno avrebbe governato. Il conferimento della corona imperiale raggrum e santific questa congerie di territori in un unico "imperium" romano. Il titolo era per pur sempre considerato pi un simbolo onorifico che il riconoscimento della collocazione su un capo teutonico del potere e dello status dei Cesari. Nonostante i propagandisti si affrettassero ad esaltare l'autorit universale dell'imperatore, poche e irrilevanti - soprattutto per effetto della disapprovazione bizantina - furono le opportunit di applicazione concreta di questi principi. Lasciato in colpevole incuria, il "regnum Italicum" intorno al 1020 era ridotto a poco pi di un'amministrazione fiscale con sede a Pavia. Un brutto giorno, complice una sommossa, i registri furono dati alle fiamme e divenne cos sempre pi difficile per il lontano signore tedesco far valere i suoi diritti nell'Italia settentrionale.
Diritti che erano in parte determinati dal carattere itinerante della monarchia. L'esercito regio doveva essere nutrito e approvvigionato del necessario ogni qualvolta faceva capolino nelle citt del "regnum Italicum"; storicamente, per giunta, la monarchia spillava quattrini dalle tasse sui traffici fluviali, sulla zecca, sulla concessione di privilegi e sulle nomine dei notai imperiali; il re accordava uno statuto speciale alle citt di nuova fondazione e (rischiando di mettersi in rotta di collisione con il papato) si riservava la potest di intervenire nell'elezione di vescovi e altri dignitari della Chiesa. Ovvio che questi diritti teorici si svigorissero ancor pi in seguito al conflitto tra Enrico Quarto e Gregorio Settimo. Durante l'Undicesimo secolo i vescovi avevano svolto funzioni di governatori civici, ed erano stati sovente scelti tra la nobilt locale. I tentativi del Vaticano di riassumere il controllo diretto delle assegnazioni rappresentavano perci una minaccia non solo per le prerogative regie ma anche per le aristocrazie urbane. Verso la fine del secolo nelle citt dell'Italia del Nord si innescarono numerosi conflitti interni di natura assai variabile: tumulti popolari a Milano e Parma, tensioni tra il vescovado e il patriziato a Pisa, ma soprattutto un tranquillo passaggio di potere dalle sedi episcopali a consigli di famiglie aristocratiche. Non di rado le decisioni continuavano ad essere prese dalle medesime persone, sistemate per nel palazzo comunale anzich in quello diocesano; e i vescovi, provenienti da localit sempre pi lontane, vedevano in parallelo diminuire la loro influenza nella politica quotidiana. Naturalmente non va dimenticato che i "comuni" dell'Italia settentrionale avevano origini multiformi, anche se, intorno alla met del Dodicesimo secolo, avevano con ostentazione adottato un'identica terminologia romana per descrivere le loro istituzioni: "console" per i funzionari di grado pi elevato, "cives" per gli abitanti con diritto di suffragio.
Gli imperatori germanici "in pectore" per tradizione si avventuravano in Italia agli inizi del regno per ricevere a Monza o Milano la "corona di ferro dei Longobardi" e marciare quindi su Roma per esservi col incoronati ufficialmente. Era obbligo delle citt lombarde fornire vitto e alloggio al sovrano germanico in questo suo "iter Italicum", ma era altres sottinteso che lo scopo della visita era in larga misura cerimoniale: il re doveva mostrarsi, ricevere omaggio, cingersi le corone e togliere l'incomodo. Vere e proprie intromissioni negli affari italiani si ebbero soltanto pi avanti, in casi estremi: nel 1137, ad esempio, quando Lotario Secondo brand la spada a difesa di Innocenzo Secondo. In altre parole l'Italia, e in particolare la Lombardia, si riteneva immune da massicce ingerenze dei sovrani germanici: un'immunit acquisita grazie al rapido decadimento delle istituzioni del "regnum Italicum" e alla crescente autonomia dei comuni di recente formazione tra la fine dell'Undicesimo e l'inizio del Dodicesimo secolo. Attaccate com'erano alla loro identit "romana", in quanto collettivit modellate sull'antica repubblica, le citt-stato italiche erano poco ricettive alle idee di sovranit germaniche. Riconoscevano s il primato dell'imperatore, e traevano consistenti vantaggi dalla sua disponibilit ad autorizzare i loro notai, confermare i loro privilegi e magari (di rado) comporre le loro dispute, ma si aspettavano che se ne stesse al suo posto. I Genovesi, tanto per dirne una, insistevano di dover "soltanto lealt ("fidelitas") e di non poter essere usati per qualsivoglia altro scopo": cos arringarono il Barbarossa, che esigeva truppe, navi, denaro. L'imperatore non seppe capacitarsene: che cos'era la "fidelitas" se non trovava espressione materiale?

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2.

Federico Barbarossa, secondo re germanico della dinastia sveva degli Hohenstaufen, venne innalzato al trono per elezione nel 1152. Aveva gi avuto modo di guadagnarsi discreta fama partecipando alla Seconda Crociata, dove sembra abbia maturato quell'avversione per le pretese bizantine di autorit universale che avrebbe tradotto in azioni politiche negli anni sessanta. La competizione con Bisanzio, con l'"altro" imperatore romano, gli sugger qualche buona idea in merito al potere che poteva esercitare. Ancor prima di ricevere l'investitura in Roma, nella corrispondenza con Costantinopoli si presentava non gi come re dei Romani - qualifica tecnica dell'imperatore eletto, ma come unico e vero imperatore dei Romani, magnanimo nel rivolgersi al misero imperatore dei Greci. Altro elemento che contribu a forgiare il suo concetto di impero fu la disputa con Adriano Quarto nel 1157 sull'uso del vocabolo "beneficium" a proposito della carica che egli rivestiva. Conclusasi la controversia, ecco farsi strada un'espressione che non lascia adito a dubbi: il suo  il "sacratissimum imperium", l'impero pi sacro - una scelta di termini che intendeva bilanciare la descrizione classica della Chiesa romana come "sancta Romana ecclesia". Sotto Federico Primo, l'impero tedesco si trasforma dal semplice aggregato di territori della nazione germanica, romano di nome, nel Sacro Romano Impero del popolo tedesco. Desideroso di esaltare ancor pi il proprio ruolo, Federico riusc infine a ottenere da un antipapa la canonizzazione del fondatore del risorto impero romano, Carlomagno - un simbolo della rinascita dell'impero sotto il suo comando.
Le rivalit con Bisanzio e il papato non furono per le uniche muse ispiratrici. Vi erano anche testi cui attingere a piene mani. A questo proposito, con un lieve ritardo temporale, si deve riscontrare una sorprendente analogia con il regno normanno di Sicilia: l'appello al diritto romano, la riscoperta di Giustiniano. Gli ultimi pontefici dell'Undicesimo secolo stimolarono la ricerca di codici romani, nel quadro di un pi ampio programma mirante a giustificare l'indiscussa autorit papale. Sfortunatamente, Giustiniano nulla aveva da dire sul potere temporale del papato, ma su quello dell'imperatore. Non sarebbe eccessivo azzardo affermare che la corte tedesca fu pi selettiva e meno consapevole dei princip fondamentali del diritto romano che non quella siciliana. Le leggi romane erano per Federico Primo una sorgente di diritti inalienabili, custoditi dall'antichit, una limpida formulazione della supremazia imperiale. Latit per qualsiasi tentativo di mettere in esecuzione un ordinamento generale sulla scala delle assise siciliane; i testi giuridici romani furono applicati a pezzi e bocconi, con il dichiarato intento di garantire le entrate della Corona, il servizio dei vassalli italiani e - ma qui viene alla ribalta una questione teorica di pi vasta portata - rimarcare l'autonomia dell'imperatore romano nei rapporti con il papa. Il principio che abbiamo esposto era comunque informato all'epoca giustinianea; minor attenzione venne dedicata alle idee universalistiche tardo-romane, cos diligentemente indagate in Sicilia e nell'Italia meridionale. Federico ne ricav la prevedibile convinzione che il potere imperiale si estendesse ben oltre i regni d'Italia, Germania e Borgogna, le cui corone gi portava. Ruggero e Guglielmo di Sicilia erano da considerarsi degli usurpatori, in forza dell'idea - invero non nuovissima - che il Mezzogiorno fosse parte integrante del "regnum Italicum". Ma anche i regnanti di Francia e Inghilterra erano, o avrebbero dovuto essere, suoi delegati, "reguli" provinciali; una lettera di Enrico Secondo d'Inghilterra sembra dar per scontato (ma sull'interpretazione non tutti sono d'accordo) che il Barbarossa fosse in certo qual modo un sovrano di calibro superiore, ed  altres probabile che il forzato omaggio di Riccardo Primo d'Inghilterra al figlio di Federico, Enrico, dopo la Terza Crociata riverberi il convincimento che l'imperatore, quale monarca universale, dovesse essere posto su un gradino pi alto rispetto agli altri potenti della terra (in questa visione universalistica si colloca d'altra parte la decisione di Enrico Sesto di inviare corone a Cipro e all'Armenia). In teoria la figura di Federico quale imperatore nei confronti dei monarchi cristiani era identica alla sua posizione di re di Germania nei confronti dei principi tedeschi, competendogli una potest intrinseca anche laddove stentava a concretizzarsi.
Federico Barbarossa non tard a rendersi conto che le raccolte di leggi su cui aveva potuto mettere le mani delineavano un quadro dei suoi diritti nel "regnum Italicum" assai diverso da quello accettato dai suoi predecessori. Mescolando con una punta d'ingenuit autentici testi romani e decreti imperiali germanici del Decimo e dell'Undicesimo secolo, egli giunse alla conclusione di essere pienamente autorizzato a pretendere dai comuni italiani non soltanto approvvigionamenti per le sue armate, ma un ampio ventaglio di tributi e servigi, le cosiddette "regalie", ovverossia i diritti pertinenti al sovrano. Va rilevato che Federico Primo non fece alcuno sforzo per distinguere tra legislazione antica e ottoniana. Poich gli Ottoni erano nel suo giudizio gli eredi dei Cesari, era giusto che nei decreti fossero associati a Giulio, Augusto, Tiberio. L'argomento della trasposizione dell'impero dalle mani dei Romani perse d'importanza; Federico non aveva sangue romano, ma era il successore in linea diretta degli imperatori romani, per grazia divina. Era dunque conforme a giustizia che facesse rispettare quelli che riteneva essere (in modo un po' nebuloso) i diritti degli imperatori sulle citt lombarde. Perci nel 1158 a Roncaglia, accampato nella piana lombarda, eman una serie di ordinanze con cui intendeva restaurare l'autorit imperiale. Alle questioni di principio si aggiungeva la consapevolezza dell'enorme potenzialit della Lombardia in termini di reddito.  stato obiettato che gran parte di questi introiti potevano essere incamerati soltanto quando lui era fisicamente presente: innanzitutto "fodrum" e "gistum", l'ospitalit dovuta alla corte e alle truppe. N le campagne condotte in Italia gli offrirono mai molte possibilit di valicare le Alpi ben provvisto di argento italiano. Ma ci non toglie che egli avesse saputo cogliere le grandi opportunit di arricchimento offerte dalla Pianura Padana. Meglio ancora: aveva chiaro in mente che i monarchi tedeschi si trovavano da tempo in posizione di svantaggio nel trattare con i maggiori feudatari perch potevano contare su risorse limitate. I duchi sassoni, ad esempio, ardivano sfidare dall'interno l'autorit regia in forza di una signoria potente, attiva nell'annessione di nuove regioni slave a Oriente. Se la monarchia fosse riuscita a rafforzare i propri domini territoriali, anche al di fuori della Germania avrebbe avuto gioco pi facile a fronteggiare il dissenso interno. I piani per la conquista della Sicilia e dell'Italia meridionale sono un buon esempio di questa commistione di ragioni di fondo e considerazioni pratiche: d'accordo, la Sicilia era un regno corsaro, creato in terra imperiale senza rispetto per la legalit e dunque maturo per essere ghermito; ma era anche una potenziale fonte di denaro, manodopera e prestigio. Vedremo tra non molto se queste aspirazioni furono realizzate quando i discendenti di Federico Primo poterono cingere entrambe le corone.
L'iniziativa di Federico venne tosto valutata dai Lombardi in tutta la sua gravit. Se le intenzioni annunciate dall'imperatore a Roncaglia fossero state messe in pratica, si sarebbe dovuto dare l'addio all'autonomia comunale, almeno sotto certi aspetti. Federico sosteneva che fosse suo diritto nominare i consoli per le citt. Le vicende che seguirono dimostrarono com'egli fosse incline a un'interpretazione blanda: confermare in carica (senza dubbio in cambio di un congruo tornaconto) coloro che i cittadini avevano scelto. Non manc per un'interpretazione estrema, applicata ai comuni pi recalcitranti: l'imposizione di comandanti tedeschi, una politica perseguita, ad esempio, a San Miniato in Toscana.
Pi complessa era la percezione che aveva Federico dei suoi doveri nei confronti delle citt lombarde. Quel che  certo  che non si vedeva nei panni di un despota esclusivamente interessato all'esecuzione alla lettera degli ordini impartiti. In corrispondenza offriva qualcosa e fu sempre dolorosamente sorpreso della mancanza di gratitudine per i suoi sforzi. Nel 1153, durante una dieta convocata a Costanza in Germania, concesse udienza ai sudditi per ascoltarne le istanze. Si presentarono due lodigiani, che gli esposero le loro rimostranze per essere stati espropriati di ogni bene dalla non lontana Milano. Il fatto era che le libert tanto sospirate dalle citt lombarde non venivano rispettate dai vicini pi potenti. L'assenza dell'imperatore negli anni quaranta dall'Italia settentrionale aveva lasciato libere le citt pi grosse di impadronirsi delle terre e a volte dei centri vitali dei loro confinanti. Milano, di gran lunga il comune pi potente della Lombardia occidentale, non manc l'occasione di estendere il suo dominio sopra un'ampia estensione tra i laghi e le pendici appenniniche. Era dunque imperativo per il Barbarossa pacificare la Lombardia, soffocare il fastidioso imperialismo milanese; a questo scopo avrebbe esercitato sino in fondo la sua funzione di giudice supremo, essendo implicito che i Lombardi dovessero accettarne il diritto di amministrare la giustizia e che ogni negazione di tale diritto avrebbe suscitato la collera dell'imperatore. Su queste fondamenta il nipote di Federico Primo avrebbe edificato la sua visione del problema lombardo. Entrambi cercarono di accreditare l'idea che il riconoscimento dei diritti imperiali fosse l'unica via alla pace; ma, troppo insistendo, pavimentarono la strada che condusse alla guerra.
Si aggiungeva all'insieme l'assoluta incapacit di comprendere le ragioni profonde dello sviluppo dei comuni e quindi i motivi che potevano consigliare di salvaguardarne le "libert". Lo zio di Federico Primo, Ottone di Frisinga, redasse una cronaca del regno in cui affermava senza mezzi termini che il nipote non era in grado di apprezzare i princip di governo corporativo e uguaglianza di tutti i cittadini che costituiscono i cardini della realt comunale. Va bene che nelle citt lombarde si and poco al di l dell'enunciato teorico: il potere reale rimase nelle mani dell'aristocrazia urbana, in combutta con potenti magnati rurali che avevano unito la propria sorte a quella del comune e, in generale, dei membri pi influenti della classe mercantile emergente; ma resta pur sempre il fatto che formalmente il popolo eleggeva i suoi consoli e la cittadinanza era valutata un bene inestimabile da coloro che la possedevano, non necessariamente da tutti i residenti in pianta stabile. Ad occhi estranei la citt appariva un'isola felice, svincolata dall'ordinamento feudale, ma all'interno delle mura l'antica classe gentilizia continuava a fare il bello e il cattivo tempo, controllando folte schiere di accoliti. A dirla schietta, nel Dodicesimo secolo si dava spesso il caso che le amministrazioni municipali non riuscissero ad imporre le proprie deliberazioni all'intero corpo cittadino; sopravvivevano enclaves di giurisdizione privata, nonostante ogni sforzo dei comuni per inglobarle nel sistema corporativo. Le frizioni tra la cricca dominante e le famiglie all'opposizione, irritate per essere state escluse dall'esercizio del potere o magari per essere state incluse a forza in una struttura che avrebbero volentieri evitato, destabilizzarono in modo virulento le citt del Nord Italia: la storia di Genova nel Dodicesimo secolo  una lugubre teoria di assassin, tafferugli di strada e contrastate elezioni. Questa turbolenza colp gli Hohenstaufen come un segno di intollerabile disordine, a cui soltanto l'imperatore, nella sua veste di giudice supremo, poteva metter riparo; e produsse appelli a non finire ad opera di querelanti che vedevano nell'intervento imperiale l'unico mezzo per far valere i loro calpestati diritti. Appartengono a questo periodo le origini dei gruppi noti come "ghibellini", sostenitori della casa di Hohenstaufen nei centri urbani, gi comparsi (sia pure sotto un nome diverso) nel Dodicesimo secolo.
La minaccia del Barbarossa alle citt lombarde si indirizz perci soprattutto contro coloro che tiranneggiavano i vicini. Per dimostrare che intendeva fare sul serio, marci su Milano e la mise a sacco; persistendo questa a intralciare i piani attraverso aiuti concessi ai numerosi nemici che egli contava in Lombardia, torn e la rase al suolo. Una reazione cos spropositata ottenne il prevedibile effetto di coalizzare le citt lombarde, anche quelle come Cremona che vantavano tradizionali rapporti amichevoli con l'imperatore. La minaccia alle libert comunali apparve pi grave di quella costituita in passato dall'espansionismo milanese, tanto che i Cremonesi si risolsero persino ad aiutare i loro irriducibili avversari quando questi, sfidando ancora una volta Federico, ricostruirono la cerchia di mura. Forse Federico faceva affidamento sulle divisioni che da sempre laceravano le citt lombarde: doveva senza dubbio sembrargli inconcepibile che potessero tutt'a un tratto recuperare una concordia d'intenti. Eppure  proprio ci che accadde, con la formazione del primo nucleo della Lega Lombarda. Le distrutte citt di Milano e Cremona, Mantova e Brescia - rivali d'antica data le prime non meno delle seconde - si unirono in una causa comune; e molte altre ne seguirono l'esempio, anche nella Lombardia nordorientale. Nel 1167 si costitu definitivamente un'ampia coalizione, cui aderirono citt sia della Lombardia occidentale che di quella orientale. Qualche storico, in prospettiva ottimistica sull'unit d'Italia, ha voluto cogliervi il primo agitarsi di un sentimento nazionale, generato dalle insensate prevaricazioni di un tedesco, uno straniero. La Lega Lombarda non fu nulla di tutto ci, ma ebbe pur sempre alcune caratteristiche di estrema importanza. Non fu un "governo federale" e non si intromise negli affari interni dei singoli membri; le decisioni erano prese collegialmente, con l'obiettivo primario di organizzare una difesa militare in grado di reggere all'urto del Barbarossa. La Lega accett di buon grado l'interessato aiuto di Venezia, Sicilia e Costantinopoli, ma, nonostante gli entusiastici approcci dei Bizantini, resistette alla tentazione di porsi sotto la protezione dell'imperatore d'Oriente - sua funzione dichiarata era infatti sostituirsi all'autorit imperiale in tutte quelle questioni che di norma avrebbero dovuto esserle delegate. Provvide dunque ad approvare le nomine dei magistrati, poich le citt non potevano rivolgersi per la bisogna all'imperatore; si dot di un sigillo, una versione di quello imperiale, con tanto di aquila; cerc persino di appianare le divergenze tra i comuni, soprattutto quando mettevano a rischio l'organizzazione militare nel suo insieme. Tutte queste incombenze erano state sottratte all'imperatore d'Occidente, cos come il privilegio di fondare nuove citt: tra le altre Alessandria, in ottima posizione strategica tra le colline della Lombardia occidentale, con gran dispetto del Barbarossa, anche per via del nome che gli rammentava l'odiato Alessandro Terzo. Sul finire degli anni settanta le lunghe trattative negoziali tra Federico e i Lombardi rischiarono di naufragare sullo scoglio di Alessandria: un affronto alla potest imperiale per il fatto stesso di esistere e di avere quella denominazione (alla fine si convenne di ribattezzarla Cesarea, ma di l a non molto si torn all'antico).
Purtuttavia la coalizione guardava a un'autorit superiore, non tanto in veste di padrone quanto di mecenate o protettore: il papa Alessandro Terzo, una figura chiave nei negoziati con Costantinopoli e la Sicilia. Trovavano un terreno di fertile intesa nella volont di opporsi ai sogni di dominio universale di Federico, ma per il resto erano animati da motivazioni diverse. L'acrimonia di Alessandro nasceva dall'avergli contrapposto Federico l'antipapa Vittore Quarto, dopo una burrascosa elezione cui l'imperatore rimase in sostanza estraneo. L'oggetto del contendere dei Lombardi riguardava i "iura regalia", o meglio gli sforzi dell'imperatore di volger in realt tangibile i teorici diritti vantati sul "regnum Italicum". Non va trascurato che le schiere tedesche sciamarono in territori per tradizione considerati parte del Patrimonio di San Pietro, come la marca di Ancona, la Romagna e il ducato di Spoleto; qui le citt erano pi piccole, pi povere di mezzi, meno attrezzate per difendersi adeguatamente e tutto sommato poco sensibili al movimento comunale. Ma il nocciolo duro era la Lombardia. I tentativi di vincerne le resistenze assediando Roma nel 1167 o conquistando la Sicilia per tener sotto controllo la penisola dal Sud si rivelarono troppo ambiziosi.
Un altro aspetto importante della prima Lega Lombarda  la sua unit, un modello che molti in seguito avrebbero cercato di imitare, in special modo contro Federico Secondo. Troppo facile era per i ribelli richiamarsi a quest'eroico momento nella lotta delle citt per il riconoscimento dei loro privilegi: la concordia di allora non si sarebbe mai pi registrata; Cremona si tenne di poi sempre in disparte. Del resto anche la prima Lega Lombarda ebbe le sue tensioni, come quando Venezia, in ogni altra occasione risoluta antagonista dell'imperatore, nel 1173 decise di schierarsi al suo fianco in un attacco al rivale porto marittimo di Ancona. Federico cerc ovviamente di approfittare di queste incrinature, moltiplicando gli sforzi per riguadagnare il favore di Cremona e dimostrare ad altri comuni, Mantova ad esempio e le citt dell'Italia centrale, che la volont di veder riconosciuti i propri diritti non comportava una sostanziale limitazione dei loro poteri giurisdizionali. Era pronto a mercanteggiare, purch i comuni accettassero in linea di principio le sue regalie; si sarebbe poi premurato di restituirle in cambio di promesse di servizio militare. In questo modo riusc a raggranellare qualche rinforzo utile alle campagne romana e siciliana del 1167. Negli anni settanta ricorse a ogni genere di espedienti per stipulare accordi con le citt dell'Italia nordorientale, con l'obiettivo di logorare la Lega Lombarda, neutralizzare le forze che i Lombardi, nelle tempestose giornate del 1167, avevano sperato di tirar dalla loro parte, isolare Milano e i suoi fautori. Fu grazie a quest'attivit diplomatica che il Barbarossa riusc a superare indenne la sconfitta di Legnano nel 1176 ed a presentarsi a testa ragionevolmente alta al tavolo delle trattative. Nel 1177 giunse al punto di insinuarsi nelle rivalit intestine veneziane, onde garantirsi nella citt un'agguerrita fazione pro-imperiale in vista della conferenza di pace con Alessandro Terzo e i Siciliani. Sino all'ultimo, non rinunci a giocare le sue carte.
Tra la pace di Venezia nel 1177 e le nozze di Enrico con Costanza di Sicilia nel 1184, numerosi privilegi gli scivolarono via tra le dita. Sarebbe errato dare all'accordo di Venezia il significato di una vittoria per il Barbarossa; segn il fallimento, non l'apogeo, della sua visione politica, ma lo riconcili alla Chiesa e gli procur un nuovo, sorprendente ed entusiasta alleato nella persona di Guglielmo Secondo di Sicilia, finalmente libero dalla minaccia teutonica. Fu costretto a consentire che le citt lombarde imponessero tributi e gabelle a loro discrezione; agli occhi del mondo, concesse loro graziosamente tale diritto in sempiterno: l'onore era salvo. I consoli erano nominati dai cittadini e tenuti a rendergli poco pi che un occasionale atto d'omaggio; il controllo delle elezioni pass ai vescovi, dove ancora detenevano il potere, o ai comandanti tedeschi, ma in pratica aveva efficacia soltanto in Toscana e Umbria, cio nelle regioni politicamente meno mature. Qui Federico riport a onor del vero una vittoria, seppure per molti versi estranea alla pace di Venezia: l'acquisizione, per volont testamentaria del duca sassone Guelfo Sesto, delle "terre matildiche" in Toscana e negli Appennini, un lascito che mise in agitazione la Santa Sede. I papi si reputavano in un certo senso tutori delle propriet toscane, memori dei buoni rapporti con la contessa Matilde, dalla quale quei territori, nel tardo Undicesimo secolo, avevano preso nome. Le guarnigioni tedesche in passato non avevano propriamente suscitato l'incondizionata ammirazione dei cittadini italici, per cui l'imprevista buona accoglienza riservata a Federico in Toscana e Umbria va attribuita al tocco di gran lunga pi morbido dell'amministrazione imperiale dopo il 1177. Anche Milano ebbe in definitiva mano libera nel riscuotere tributi. Un breve periodo di relativa tranquillit segu i negoziati tra l'imperatore e i Lombardi; le sue stesse ambizioni nell'Italia centrale, tra le citt toscane, non sembrano aver destato soverchie preoccupazioni nei comuni del Nord. I Lombardi avevano in sostanza ottenuto ci per cui si erano battuti e non erano disposti a dar man forte al pontefice o ai contestatori del Barbarossa nell'Italia centrale. Vedremo che questo atteggiamento miope, di esclusivo interesse per il proprio orticello, si ripresenter puntuale all'epoca del conflitto tra Federico Secondo e il papato.

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3.

Tornato in Germania, Federico mut indirizzo alla sua politica, questa volta ai danni del rivale guelfo Enrico il Leone, che si era creato una vasta signoria in Sassonia, Baviera e sulla frontiera orientale e si sentiva forte abbastanza da sfidare l'autorit imperiale. Il rifiuto di Enrico di fornire il richiesto contingente di truppe a Federico alla vigilia della battaglia di Legnano conferm nell'imperatore la determinazione di distruggerlo. Per di pi Enrico andava prodigandosi per accaparrarsi le terre del vescovo di Halberstadt, una disputa territoriale che dischiuse al Barbarossa la possibilit di trovare amici in Germania ansiosi di porre un freno all'ingordigia dei guelfi. Le ostilit si aprirono subito dopo la pace di Venezia, con l'ingiunzione a Enrico di presentarsi alla dieta di Gelnhausen. Avendo ignorato l'invito, il Leone venne spodestato dai suoi ducati, anche se il provvedimento era destinato a scalfire appena la potenza della sua dinastia: non essendo riuscito l'imperatore a confiscare i possedimenti di famiglia di Enrico, il giovane Federico Secondo si sarebbe trovato a suo tempo di fronte un antagonista formidabile, il figlio del Leone, Ottone Quarto. Il Barbarossa si accinse anche a smantellare grosse unit territoriali, installando in regioni-chiave principi che gli erano, o si sperava sarebbero diventati, devoti: Enrico Jasomirgott in Austria, ad esempio. L'imperatore approfitt del diffondersi delle idee feudali per legare a s i nobili tedeschi, attraverso manifestazioni di omaggio e concessioni di benefici. Le vicissitudini italiane non indebolirono la sua posizione in patria; si pu anzi dire che indirettamente le guerre nella penisola abbiano infuso nuova vita alla sua politica germanica. Dall'Italia non poteva certo attendersi inarrestabili flussi di denaro; se mai aveva coltivato la speranza di costituire uno stato di qualche consistenza a sud delle Alpi, si era visto costretto ad abbandonarla (con l'eccezione della Toscana). Anche in Borgogna, la cui corona egli cingeva indipendentemente da quella di Germania, non lesin gli sforzi per ridare smalto a un'autorit un po' offuscata. Riun allo scopo tutti i vassalli provenzali e borgognoni a Arles, dove venne solennemente incoronato nella cattedrale di Saint-Trophime. Arduo sarebbe sostenere che ne abbia ricavato grandi vantaggi - giusto un ostentar d'insegne.

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4.

Il Barbarossa ci appare in questo contesto come un aspirante imperatore romano nella tradizione dei Cesari, un po' involgarito dal pi rozzo linguaggio della politica del Dodicesimo secolo. Gli elevati princpi razionali dell'autocrazia costantiniana non fanno per lui: quello  il mondo del despota siciliano, il "tyrannus", una parola che i suoi cortigiani amavano ripetere a proposito dei Normanni. Se poi ci spingiamo oltre il pragmatismo, l'ostinazione, diciamo pure l'inflessibilit di Federico, eccoci apparire un'altra dimensione, espressa nelle opere dello zio Ottone di Frisinga. Egli  altres l'Imperatore degli Ultimi Giorni, la figura escatologica scelta da Dio per inaugurare la sequenza finale di eventi nella storia umana: la battaglia con l'Anticristo, il Giudizio Finale nella valle di Giosafat, sotto le mura della santa Gerusalemme.  difficile valutare se sia il caso di prendere sul serio siffatti peana in lode dell'imperatore. Il dibattito non si  esaurito con la morte del Barbarossa. Consimile funzione escatologica venne accreditata a Federico Secondo. Dimostratosi anch'egli fallimentare come salvatore del genere umano, l'entusiasmo millenaristico si rivers su un altro Federico, re aragonese di Sicilia (nel Quattordicesimo secolo), e appresso sul cupo imperatore Federico Terzo di Germania (nel Quindicesimo secolo). Il tema si intreccia in maniera indissolubile con l'impresa che cost la vita al Barbarossa, la crociata - un'avventura che avrebbe dato non pochi grattacapi al nipote Federico Secondo, peraltro alquanto dubbioso sul significato dell'escatologia.
La Seconda Crociata aveva lasciato nell'animo di Federico Primo una profonda avversione per i Bizantini. N si poteva dire che avesse dato i risultati attesi. Il vero bersaglio, la riconquista di Edessa, era stato ampiamente mancato. Durante il lungo regno del Barbarossa le velleit musulmane riguardo agli Stati crociati in Oriente si erano via via irrobustite. La saldatura dell'Egitto al resto dei territori islamici centrali, artefice il Saladino, fu giudicata nell'Oriente latino una mossa potenzialmente fatale. Era evidente che il regno di Gerusalemme doveva la sua sopravvivenza in parti uguali alle divisioni del campo maomettano - Sciiti, Sunniti e via dicendo - e alle aspre fatiche di crociati e coloni. Le ripetute implorazioni all'Ovest, Sicilia, Francia, Inghilterra, Germania, trovarono orecchie da mercante. Furono promessi aiuti finanziari e uomini; le promesse non bastarono. Nel 1187, alla battaglia di Hattin, le forze del regno cristiano furono annientate dagli infedeli, che si impadronirono della reliquia della "vera croce". Tre mesi dopo cadde Gerusalemme, e con essa l'intera Terra Santa, con l'esclusione di Tiro. Mai l'Oriente latino aveva dovuto fronteggiare una simile emergenza. La reazione in Occidente fu fulminea: la nuova spedizione, con il patrocinio dei sovrani pi importanti, venne annunciata non appena giunsero notizie dei disastri. La consuetudine concedeva la leadership alla Francia, bench molti crociati francesi della prima ora fossero stati sudditi non della Corona francese ma di quella tedesca. Data la situazione, il desiderio di partecipare di Federico Barbarossa fu per accolto con grande giubilo. Non era inusitato che un re germanico muovesse alla liberazione del Santo Sepolcro: lo aveva gi fatto con esito infelice, Corrado Terzo, nonostante le insistenze del papato affinch rimanesse in patria, dove gli sarebbe stato meno agevole cospirare con Bisanzio. Ma nel 1187 si profil l'occasione che la spada temporale dell'imperatore romano fosse alzata a difesa della cristianit. Era esattamente il ruolo che, secondo il papato, competeva all'imperatore: "gladius Christi", "gladio di Cristo". Il massimo principe dell'Occidente, infine in pace con il pontefice, non pi distratto dalle devastanti beghe lombarde, poteva ora dedicarsi a una degna causa.
Le campagne in Lombardia, cos dispendiose, avevano distolto il fior fiore della giovent cavalleresca italica e tedesca dalla giusta guerra da combattere nel Levante. Quanto all'elemento escatologico, qualcuno certo l'aveva fatto rilevare nella presenza dell'imperatore: recarsi a Gerusalemme, appendere lo scudo a un ramo d'ulivo, inaugurare l'era della definitiva pacificazione. Pu essere che Saladino apparisse un valido Anticristo, anche se, conoscendolo meglio, i principi occidentali mutarono ben presto opinione. Da ultimo, Federico aveva l'opportunit di render visita al collega in Costantinopoli e far sventolare il suo stendardo in Ungheria, una terra di confine tra la Germania e Bisanzio la lealt dei cui sovrani oscillava con frequenza cos forsennata da coglier di sorpresa i Greci non meno dei Tedeschi. Ormai a un passo dalla Siria, il Barbarossa anneg mentre tentava di guadare un fiume nell'Anatolia meridionale. Orfana di lievitanti speranze, demoralizzata, una parte dell'esercito tedesco continu la sua marcia, portandosi appresso il corpo dell'imperatore immerso in salamoia. Tuttavia gli Hohenstaufen non si persero d'animo: Enrico, appena insediato sul trono, allest una nuova crociata ed anche il figlio, Federico Secondo, non and immune dal fascino dell'azzardo in Palestina. Aveva ormai attecchito l'idea che l'imperatore germanico, quale pi potente sovrano europeo, atleta di Cristo, dovesse condurre le operazioni per sloggiare i pagani dai luoghi santi. Dovere pi nobile era inimmaginabile.
E, poco a poco, nel folclore popolare comincia a prender forma il racconto dell'imperatore dormiente: un sovrano la cui umida fine  stata sostituita da un lungo sonno, in una caverna sul Kyffhauser, l seduto con la barba che si allunga sul tavolo, in attesa del momento giusto per un ritorno redentore. Man mano che la leggenda si arricchisce di particolari, nonno e nipote sembrano confondersi in un unico personaggio. Ma la favola meglio si attaglia al Barbarossa, un imperatore impregnato di "giudizio finale".

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5.

Il successore di Federico, Enrico Sesto, decise di portare a compimento l'opera del padre. Osserva Barraclough: "pochi regni hanno dato origine a giudizi tanto diversi come quello di Enrico Sesto". Fu durante la sua breve carriera che la Sicilia cadde sotto il dominio di un imperatore tedesco, i cui progetti di crociata e le richieste di tributo avanzate all'impero bizantino rivelano quanto fosse animato dalla stessa fede del genitore nel carattere universale dell'ufficio del Sacro Romano Imperatore. Come abbiamo visto, arriv a pretendere atto di sottomissione nientemeno che da Riccardo Cuor di Leone, avventuratosi con colpevole leggerezza sul suolo germanico di ritorno dalla Terra Santa. Il punto che ci preme sottolineare  la peculiarit del caso siciliano. L'Inghilterra, e persino Costantinopoli dovettero riconoscere la loro posizione subordinata all'imperatore romano d'Occidente, ma la Sicilia divenne una sorta di feudo privato, retto in prima persona. In virt della moglie Costanza, egli ne era l'erede al trono e si guard bene dal reintegrare la Sicilia nell'impero o nel "regnum Italicum". Netto in proposito  il contrasto tra i suoi piani e quelli del Barbarossa. Negli anni sessanta, la conquista armata del regno fuorilegge era ferma intenzione imperiale. La parola stessa andava cancellata, pur se riesce difficile credere che Federico mirasse a smantellare una burocrazia produttrice di ingenti ricchezze. La Sicilia doveva ritornare al seno materno. Enrico invece volle conservare la separazione della Sicilia dall'impero; esercit il potere in Palermo quale successore degli antenati normanni della consorte. La Sicilia in futuro avrebbe dovuto essere sottratta al potere decisionale dei principi tedeschi, nella loro funzione di elettori del re dei Romani, a vantaggio di interessi non soltanto germanici ma anche italici e burgundi. La Sicilia doveva essere un bene privato della casa di Hohenstaufen, una base di potere svincolata da ogni ingerenza della nobilt teutonica.
Dalla teoria alla pratica il passo non sempre  breve. Poco prima dell'improvvisa morte del Barbarossa, Guglielmo Secondo di Sicilia si spense prima di essere riuscito a mettere al mondo un erede, nel 1189. I baroni dell'Italia meridionale, timorosi del giogo di un principe straniero, elessero a loro sovrano un membro bastardo della dinastia degli Altavilla: Tancredi, conte di Lecce. Si dovette superare qualche difficolt costituzionale, ma dopo tutto ci si poteva sempre collegare al precedente di Ruggero Secondo. Tancredi non era cos ingenuo da supporre che Enrico accettasse passivamente il fatto compiuto, ma forse aveva fatto conto su indugi pi prolungati: la Terza Crociata era in pieno svolgimento; Federico era ancora (seppur non per molto) vivo; la Germania era una polveriera, soprattutto da quando Enrico il Leone, tornato dall'esilio inglese, aveva ripreso in pieno le sue attivit espansionistiche. Ma non appena Enrico Sesto pot sedersi sul trono la situazione precipit. Percorso il consueto "iter Italicum", onde ricevere la corona di ferro della Lombardia e quella imperiale in Roma, Enrico avrebbe potuto cogliere l'opportunit di spingersi ancora pi a sud, rivendicando i diritti suoi e della moglie in Sicilia e nell'Italia meridionale. Una prima invasione, nel 1191, abort, in parte perch l'esercito tedesco fu sgominato da un'epidemia a Napoli. L'imperatore torn per alla carica con maggior determinazione nel 1194; i baroni alzarono bandiera bianca, spalancandogli le porte di Palermo. Tancredi a quel punto era comunque gi uscito di scena e l'imberbe Guglielmo Terzo fu vittima predestinata degli Hohenstaufen: arrestato pretestuosamente, venne tradotto a nord in Germania, dove langu in prigione per il resto dei suoi fugaci giorni. Vanno sottolineate le differenti motivazioni di fondo - Enrico ricalc i disegni di conquista paterni degli anni sessanta, stipulando persino trattati parola per parola uguali con i Genovesi e i Pisani, del cui apporto navale non poteva fare a meno. Le due repubbliche marinare strapparono ancora una volta promesse di stazioni commerciali, territori, citt intere (Siracusa, tra le altre); ma Enrico, soggiogata la Sicilia, intu di essere forte abbastanza da rispedirle a casa a mani vuote; indispensabili al momento dell'invasione, Genova e Pisa non si resero conto di quanto sarebbero diventate superflue a cose fatte.
Enrico si invest del regno di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua, apportando limitati cambiamenti alla struttura di governo. Naturalmente furono revocati molti privilegi che Tancredi aveva dispensato generosamente a Napoli ed altri municipi nell'intento di guadagnarsene l'appoggio. L'assolutismo normanno, ammorbiditosi con Tancredi, torn all'antico. Una delle poche innovazioni significative fu la reimmissione sul mercato di un'infornata di pezzi d'argento, a imitazione di quelli dell'Italia settentrionale: Enrico sperava forse di far affluire nelle sue tasche tutte le monete d'oro circolanti, un'idea pi tardi sperimentata da Federico Secondo. Vi fu anche un effimero momento di trionfo quando grandi tesori d'oro e di seta, per tacere delle schiave dell'harem e del serraglio, furono trasportati attraverso i valichi alpini: mostrando il suo bottino, il "triumphator" romano indirizzava un monito solenne ai dissidenti. Certamente le ricchezze siciliane erano una lusinga potente: di qui avrebbe potuto lanciare, con nuove risorse di uomini e mezzi, la crociata per la riconquista di Gerusalemme, da ormai troppo tempo attesa (poco prima di essere sorpreso da morte prematura, riusc in effetti ad approntare una minuscola spedizione). Dalla Sicilia era inoltre possibile terrorizzare l'Impero Romano d'Oriente; annunci infatti ai Bizantini che voleva indietro gli estesi territori occupati nel 1185 da Guglielmo Secondo durante la sua ambiziosa incursione nei Balcani, o quanto meno pretendeva adeguato compenso per la consegna. La minaccia, provenendo da un sovrano siciliano che era al contempo imperatore romano, non fu presa alla leggera: gli furono recapitati munifici tributi (ancorch inferiori alle aspettative), da utilizzare per alimentare la guerra in Terra Santa. A quanto ci assicurano gli esperti, Enrico riassunse su di s le tradizioni diplomatiche sia di Sicilia che di Germania, brandendo contro Costantinopoli le rivendicazioni siciliane ma insistendo allo stesso tempo sull'autorit universale dell'imperatore romano d'Occidente. I sogni di un impero mediterraneo costantiniano sotto Ruggero Secondo parvero prossimi a realizzarsi; e la stessa Europa continentale sembr sul punto di essere risucchiata nei disegni di Enrico, che miravano all'Inghilterra e fors'anche alla Francia. L'Armenia e Cipro, come abbiamo notato, furono riconosciuti Stati sovrani da Enrico e la concessione a quest'ultima di una corona avrebbe intralciato non poco la libert di movimenti di Federico Secondo a proposito delle crociate; da allora in poi Cipro divenne uno Stato vassallo dell'impero.
Si profilarono ostacoli importanti. Enrico il Leone procur grossi grattacapi nella Germania settentrionale e nel 1192 e 1193 parve che tutta la regione fosse sul punto di ribellarsi. La morte colse per l'ex duca Enrico nel 1195, scongiurando per il momento pericolosi disordini. Pi incisiva ancora fu l'opposizione del papato, reso diffidente dalle manovre siciliane in considerazione del fatto che la presenza degli Hohenstaufen a nord e a sud del Patrimonio di San Pietro avrebbe gravemente condizionato le iniziative politiche del pontefice. Ma c'era di pi: il perdurante disaccordo tra papa e imperatore in merito alla sovranit sulle terre matildiche, sull'Umbria e sulla marca anconetana minacciava di trasformarsi in insanabile attrito. Celestino Terzo prese dunque le parti di Tancredi sino alla sua morte e, sconfitto il di lui partito da Enrico, si oppose strenuamente alle pretese imperiali nell'Italia centrale. Enrico cerc di contrattare: atteggiandosi a grande crociato, chiese al papa di riconoscere l'autorit imperiale nell'Italia centrale ma gli offr in dono permanente le rendite delle chiese del Sacro Romano Impero. Celestino avrebbe insomma dovuto accantonare ogni ambizione di dominio secolare nell'area tra Roma e l'Adriatico in cambio di un reddito sicuro e tutt'altro che disprezzabile. La proposta era allettante, ma nascondeva parecchie insidie. Con ogni probabilit la Santa Sede sarebbe venuta a dipendere dalla benevolenza degli imperatori: un futuro voltafaccia avrebbe alienato questi fondi preziosi. Eppoi la dignit secolare del papato nell'Italia centrale esprimeva un principio essenziale: era l'attestazione che il papato aveva responsabilit spirituali non meno che terrene e che si occupava delle cose del mondo in piena libert, senza essere subordinato all'imperatore o a chicchessia. Viceversa all'imperatore era consentita esclusivamente la spada temporale, o almeno ci era quanto avevano da tempo dimostrato i propagandisti papali. Inossidabili argomentazioni contro le prepotenze imperiali erano state fondate proprio su tale premessa. Vedremo in seguito che gli anni attorno al 1200 segnarono una brusca accelerazione del processo di consolidamento del controllo papale sull'Italia centrale, bloccandovi la riattivazione delle politiche di Enrico Sesto.
Il papato comprese che avrebbe potuto recuperare la sua libert di movimento soltanto emarginando Enrico dall'Italia centrale e/o meridionale. Pu darsi fosse gi stato dato corso al diktat che Federico Secondo avrebbe spesso ascoltato: l'imperatore deve scegliere se desidera essere un re germanico o siciliano; non gli  lecito portare ambedue le corone. Enrico, mai titubante nei momenti decisivi, affid al suo delegato Marcovaldo di Anweiler la marca anconetana e le strade che collegavano l'Italia nordorientale al "regnum" siciliano. Il messaggio era inequivocabile: l'imperatore intendeva che i negoziati con Celestino seguissero il corso previsto, e non aveva tempo per le prevaricazioni papali. Sprec invero molte energie per convincere i principi tedeschi a sottoscrivere un piano in flagrante antitesi con la strategia vaticana: l'elevazione al trono del figlio infante Federico, gi erede della corona siciliana. Era infatti risoluto a trasformare i poteri elettivi dei principi germanici in una sorta di tutela di un principio completamente diverso, la successione dinastica. In Francia ed altri regni era prassi corrente che il principe ereditario venisse associato al trono prima della morte del padre. Enrico intendeva perci garantire, con mezzi analoghi, la sopravvivenza della propria stirpe, inserendosi in quel filone di politica di salvaguardia degli interessi familiari che aveva caratterizzato il regno del Barbarossa e avrebbe informato l'esistenza di Federico Secondo.
Ma riusc soltanto in parte. I principi tedeschi promisero di eleggere Federico, nel 1196, ma Enrico si era illuso di poter coinvolgere anche Celestino. Fosse riuscito a persuadere il papa a impartire battesimo e investitura a Federico, avrebbe marcato un altro punto importante contro i grandi feudatari. L'arcivescovo di Colonia, uno dei pi autorevoli elettori, avrebbe cos dovuto rassegnarsi a perdere il privilegio di incoronare il re di Germania. E sarebbe uscito ridimensionato il potere dei principi, impotenti nel caso un imperatore avesse deciso di ignorarne le deliberazioni e di richiedere al pontefice la consacrazione dell'erede prescelto.
La caparbiet e l'insistenza di Enrico ottennero l'unico effetto di coagulare una forte opposizione. Il papa, i principi tedeschi e soprattutto i baroni siciliani cominciarono ad agitarsi nel 1197; anche la Lombardia si fece riottosa e undici citt si coalizzarono in una nuova Lega Lombarda. "More solito",  difficile stabilire se fossero motivate da elevate questioni di principio, tipo la difesa degli interessi papali. Enrico si era reso protagonista di alcune controverse iniziative, come il trasferimento della citt di Crema sotto la giurisdizione dell'alleata Cremona e la concessione a Pavia di diritti fluviali ambti anche dai Milanesi. Ovvio che Milano diventasse l'epicentro dell'opposizione a Enrico, come lo era stata nei confronti del Barbarossa; altrettanto logico che Como, Lodi, Bergamo ed altri comuni minori, spronati dall'imperatore, stringessero un patto contro l'odiata Milano. Il contrasto non aveva per come oggetto primario le regalie o l'estensione del potere imperiale. Ragioni di fondo erano le frontiere delle citt-stato e la proclamata supremazia di Milano, Cremona e altri "pezzi da novanta" sui comuni pi piccoli. Quanto alla suprema potest imperiale, bisogna dire che veniva esercitata con mano relativamente leggera: la pace di Costanza garantiva in misura ragionevole il diritto dei centri urbani all'autogoverno ed Enrico era prodigo di nuovi favori verso le citt, come Piacenza, che gli si dimostravano devote. Ecco un esempio lampante di errata valutazione: Piacenza ottenne la giurisdizione su Borgo San Donnino (l'attuale Fidenza), ma Enrico non si rese conto, o non si cur, della candidatura altrettanto qualificata di Parma. Fu questo tipo di ingiustizie che infiamm gli animi lombardi negli anni novanta. N, come vedremo, le prospettive cambiarono in modo radicale con l'avvento al trono di Federico Secondo. La lotta con il Barbarossa aveva avuto come parziale obiettivo il diritto di imporre tasse ed eleggere un governo municipale; quella con Enrico Sesto e Federico Secondo vide prevalere gli affari interni: rivendicazioni territoriali a livello locale, pedaggi su strade e fiumi, signoria di una citt sopra un'altra; e, sullo sfondo, la competizione sempre pi aspra per accaparrarsi derrate alimentari e materie prime, con buona pace delle questioni di principio.

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6.

Nel 1197 la Sicilia esplose. L'intollerante regime di Enrico attizzava il fuoco dell'opposizione; la stessa imperatrice Costanza riscuoteva scarse simpatie per via della sua intransigenza. Il rilassamento che aveva caratterizzato il periodo di regno di Tancredi aveva stuzzicato tra i baroni normanno-lombardi appetiti di governo pi morbido. L'insediamento sul trono di un imperatore tedesco probabilmente era stato visto come un'opportunit di strappare ulteriori concessioni: gli inevitabili lunghi periodi d'assenza del sovrano, peraltro digiuno di due delle lingue parlate nell'amministrazione, avrebbero lasciato mano libera alla burocrazia. Poco arrendevoli si dimostrarono in particolare i Saraceni della Sicilia occidentale. I musulmani, in cronico calo demografico, erano ormai per larga parte assoggettati all'arcivescovo di Monreale. Le conversioni forzate, il malcontento fiscale, il sobbollente risentimento per i precetti cristiani trovarono liberatorio sfogo in una ribellione che serpeggi per buona parte del regno di Federico Secondo, nonostante i gravi rovesci subiti intorno al 1223. Con maggiore rapidit ed efficacia venne liquidata la sedizione dei baroni. Uno di loro, accusato di aver aspirato al trono, fu punito da Enrico con intenti simbolici: gli fu conficcata in capo una corona di ferro incandescente. La spietata brutalit di Enrico nei confronti dei "traditori" trova riscontro nel comportamento di Ruggero Secondo e di Federico Secondo; l'intensit del suo regno del terrore in Sicilia non ha paragoni. Egli era mosso dalla convinzione che un'aperta sfida al potere costituito in Sicilia lo avrebbe indebolito proprio nel momento in cui aveva bisogno di imporre la propria volont nell'Italia centrale, in Lombardia e in Germania. I traditori minacciavano perci non soltanto il godimento del trono siciliano, ma la realizzazione di tutti i suoi sogni.
Sedata la rivolta, la sua mente torn alla crociata. L'alta aristocrazia tedesca gli aveva promesso appoggio; era la volta buona di far vedere di che tempra era fatto e legare a s, dispiegando adeguate virt militari, i sudditi pi autorevoli in Germania e in Italia - e magari, perch no, intimidire il papa. Una grave malattia lo colse d'improvviso nell'estate del 1197, dandogli morte in settembre. La conquista della Sicilia era stato soltanto un prologo; ma anche quello negli ultimi anni della sua vita rischi di esser rovinato dalle insurrezioni. Alcuni dei suoi progetti furono portati avanti dalla famiglia: il fratello Filippo di Svevia che, a parte un tentativo di incoronarsi re dei Germani, partecip alla Quarta Crociata e concep ambizioni, tramite la moglie bizantina, di influenza in Costantinopoli; la sposa Costanza, che rimase in Sicilia, attorniata da burocrati normanni e nativi, incluso qualche fedele tancrediano che aveva contrastato Enrico, e tenne in piedi la tradizione normanna di governo; Marcovaldo di Anweiler, che si era insediato nell'Italia centrale ma volgeva un occhio avido a sud. Questi personaggi avrebbero dominato la scena del regno di Federico Secondo anche molto tempo dopo essere scomparsi - le rivalit cui diedero origine non morirono infatti con loro.
Campeggiano due interrogativi: sarebbe sopravvissuto lo stato normanno? Avrebbe conservato i suoi legami con la Germania? La figura chiave era un fanciullo, Federico Ruggero, re di Sicilia.

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PARTE SECONDA.


Capitolo terzo.
L'INFANZIA, 1194-1220.


1.

Le circostanze della nascita di Federico Secondo hanno molto a che fare con la conquista siciliana di Enrico Sesto. L'imperatrice Costanza, gi avanti nella gravidanza, scendeva lungo il fianco orientale della penisola per incontrare Enrico in Sicilia quando fu costretta a fermarsi, essendo il parto imminente, a Jesi nella marca anconetana. Oggi una graziosa cittadina cinta di mura e ricca di palazzi del Sedicesimo secolo, Jesi intorno al 1200 era uno dei comuni determinanti nella travagliata Italia centrale. Questo era terreno di battaglia tra papa e imperatore - Ancona, sulla via del mare, era in generale favorevole alla Santa Sede, mentre Jesi inclinava verso la parte opposta. La divaricazione si fece ancora pi netta quando Federico raggiunse la maturit: era (avrebbe amato dire in seguito) la sua citt speciale; il nome stesso evocava quello di Ges (Jesus); era la nuova Betlemme. Anzi, Federico os un'analogia ancor pi ardita. Egli era nato il 26 dicembre 1194, non soltanto all'indomani del Natale ma il giorno dopo l'investitura in Palermo del padre a re di Sicilia e dell'Italia meridionale. Dunque sin dal momento in cui era uscito dal grembo materno era erede alla corona di Sicilia, destinato alla porpora, e per giunta erede all'impero romano (se i disegni di Enrico fossero andati a buon fine). La scelta del nome Costantino per il rampollo ne evidenziava ad un tempo la discendenza imperiale e il retaggio normanno - non per nulla la madre si chiamava Costanza. Ormai sulla quarantina, il fatto stesso di aver condotto a termine la gestazione suscit grandi meraviglie e spian la via a quegli autori che pi tardi avrebbero ricamato attorno all'imperatrice il ritratto di una megera, prelevata dalla reclusione di un monastero; simili leggende sono da porre in relazione non soltanto con la ricerca del meraviglioso e dell'insolito nella progenitura di Federico, ma anche con l'inquieta reazione dei lealisti siciliani alla nascita di un erede dell'odiato sovrano tedesco e dell'ultima principessa normanna. Il successo di Enrico come conquistatore sembrava doppiamente assicurato: alla corona si era aggiunto un successore.
Nel Mezzogiorno non mancavano comunque opinioni decisamente favorevoli a Enrico. L'adulazione di Pietro da Eboli, autoctono celebratore della vittoria di Enrico, era di per s di derivazione classica: l'Augusto, Enrico, aveva generato un figlio che sarebbe stato di lui ancor pi "felix": "questo bambino in ogni guisa sar benedetto". Pietro da Eboli, che scriveva in versi, si ispir nella sua piaggeria a una precedente dinastia imperiale che la stirpe di Enrico aveva ora soppiantato sul trono romano: Cesare Augusto in persona, nella versione virgiliana. Temi messianici si fondono con il pi sfrenato entusiasmo per gli Hohenstaufen. La quarta ecloga di Virgilio era per unanime consenso interpretata come una profezia della nascita di Ges, ma Pietro ritenne opportuno darle nuova forma in modo che si riferisse al neonato di Jesi. Sulla medesima lunghezza d'onda, pi a nord, si colloca la poesia del Continuatore di Goffredo da Viterbo, prodiga nel sottolineare che il fanciullo era erede a "imperium, regnum, monarchatum": impero, regno, monarchia. Ci che vuol significare il Continuatore  che l'unione di impero e regno siciliano nella stessa persona dev'essere permanente. Tesi d'altronde sostenuta da Enrico quando chiese all'indocile Celestino di battezzare e incoronare il figlio. Qui era il futuro Cesare, che avrebbe ereditato un impero di gran lunga pi vasto di quello del Barbarossa (sempre che i piani di Enrico avessero trovato attuazione). Qui era il figlio di Costanza, figlia di Ruggero, guidata, come abbiamo visto, da un ideale di monarchia affettatamente costantiniano. E la scelta finale dei nomi battesimali, Federico Ruggero, in luogo di Costantino, non faceva che mettere in evidenza per altra via la duplice eredit del futuro Cesare.
L'inopinata morte di Enrico nel 1197, a Messina, rimescol le carte. Federico non era ancora stato presentato ai principi germanici, e neppure battezzato. La sua candidatura alla successione godeva di poco credito: i feudatari tedeschi avrebbero approfittato della minorit per erodere il potere regio; per di pi, vi erano molti pretendenti pi anziani e di maggior peso. In prima fila stava il fratello di Enrico, Filippo di Svevia, che nel 1197 aveva ricevuto l'incarico di guadagnar l'assenso dei grandi elettori tedeschi all'incoronazione dell'infante Federico come re dei Romani, ed era giunto in Germania quale rappresentante di Enrico prima della dipartita dell'imperatore. Le sue credenziali erano a dir poco eccellenti. Nel personale bottino di guerra della campagna siciliana figurava la giovane vedova del figlio maggiore di Tancredi, Ruggero Terzo, che era stato investito del titolo regale ma aveva preceduto il padre nella tomba. Irene era una principessa bizantina e i poeti di corte, tra i quali l'ingegnoso Walther von der Vogelweide, nutrivano per lei una vera adorazione. Filippo si era visto anche intitolare i beni matildici nell'Italia settentrionale, per cui si trovava nel pieno della bufera tra papa e imperatore in merito alla sovranit territoriale nella penisola. Popolare a quanto risulta non meno della moglie, subito dopo la morte di Enrico cerc inutilmente di portarne avanti la politica e di ottenere a Federico l'appoggio germanico. Persino un gruppo di crociati tedeschi in Terra Santa, impressionato dagli avvenimenti, giur fedelt al fanciullo, in Beirut.
La seconda linea di concorrenti rappresentava il ritorno di fiamma di una vecchia minaccia. Enrico il Leone era deceduto, ma i suoi figli guelfi non avevano gettato la spugna, rincuorati da potenti nobili tedeschi, compreso l'anglofilo arcivescovo di Colonia, tuttora irremovibile sulla necessit di opporsi ai tentativi degli Hohenstaufen di creare una monarchia ereditaria. Quest'ultimo fu assai infastidito delle manovre di Enrico volte a metter di mezzo il papa in sua vece nella consacrazione di Federico a re di Germania. Fu in effetti la riluttanza di Adolfo di Colonia ad accettare Federico che indirizz i principi tedeschi verso un'altra soluzione, peraltro non molto pi favorevole alla causa guelfa: la nomina di Filippo al timone dell'impero, nel marzo 1198. Molti grandi feudatari, incluso l'arcivescovo, avevano per disertato l'assemblea e risposero con l'elezione tre mesi appresso di un principe guelfo, Ottone di Brunswick, secondogenito di Enrico il Leone. Ottone poteva mettere sulla bilancia sostenitori importanti anche al di fuori della Germania: all'elezione era presente una delegazione inglese, essendo Riccardo Cuor di Leone determinato a rifarsi in qualche modo dell'ignominia patita per opera di Enrico Sesto. Ora che si era dichiarato a favore dell'imperatore, pretendeva una giusta ricompensa. L'avversione inglese per gli Hohenstaufen era accentuata dai rapporti amichevoli intrattenuti con Colonia, uno dei primi partner commerciali dell'Inghilterra nel tardo Dodicesimo secolo e oltre. Filippo di Svevia era pi che consapevole del pericolo guelfo ed anzi andava dicendo di aver accettato la corona esclusivamente perch in caso contrario Federico sarebbe stato estromesso; non v'era alcuna speranza che il giovane vedesse riconosciuti i suoi diritti e si correva il rischio di una scelta compiuta "da coloro che sono da tempo nemici della nostra famiglia e con cui non potremmo avere n pace n tranquillit". Cos scrisse, tracciando un consuntivo degli ultimi otto anni, al papa Innocenzo nel 1206, con l'intento di giustificare il proprio operato.
Anche nell'altro regno di Federico la morte del padre cre grossi problemi. La ribellione del 1197 era stata frantumata; la Sicilia era inquieta. Ma quando Costanza si ritrov libera di governare a suo discernimento, effettu una brusca correzione di rotta. Circondatasi di una schiera di consiglieri indigeni, si impegn a fondo per scalzare Marcovaldo di Anweiler dalla sua posizione di potere. Non fu impresa facile; Marcovaldo era saldamente attestato nel continente e brigava per rafforzarsi nell'Italia meridionale. Asseriva inoltre di tenere in custodia il "vero" testamento di Enrico Sesto (che dobbiamo presumere a suo beneficio) e ripeteva a chiunque volesse ascoltarlo di essere un leale partigiano di Enrico e Filippo di Hohenstaufen. Esasperata, Costanza ordin l'allontanamento di Marcovaldo dal Regno, ma la mossa si rivel un pio desiderio: le sue terre nell'Italia centrale confinavano con il Regno ed erano prossime al feudo personale, il Molise, che gli era stato assegnato da Enrico Sesto. Si vuole che Costanza abbia tradito il pensiero di Enrico: cerc l'appoggio del papa, accettandone senza inquietudini la signoria feudale; rinunci alla dignit legatizia, da tempo infruttuosamente rivendicata da Roma; evit infine, come  stato sottolineato, ogni accenno alla corona tedesca quando, nel maggio 1198, il figlioletto venne consacrato re di Sicilia. L'assenza del titolo di "re dei Romani" nei primi documenti emanati in nome del re bambino equivaleva all'abdicazione ai diritti per i quali tempo addietro si era battuto Filippo di Svevia. Non  da escludere che Costanza avesse considerato, e accettato, il fatto che i feudatari tedeschi fossero preparati a riconoscere Filippo, non suo figlio, quale successore a quella che ai loro occhi era ancora una monarchia elettiva; rimane comunque la spiccata acquiescenza nei confronti del papato. Il nuovo pontefice, Innocenzo Terzo, sperava, al pari dei suoi predecessori, in un distacco della Sicilia dall'impero; fu per giunta gratificato di un legame con la Sicilia molto pi stretto di quanto la Santa Sede avesse mai sperimentato, fosse pure all'apogeo della cooperazione normanna. Era questa d'altra parte la massima aspirazione di Costanza, che stimava suo primo obiettivo la salvaguardia degli interessi della monarchia nell'ambito siciliano, rendendosi conto dei poderosi ostacoli frapposti da Marcovaldo e dagli altri capitani tedeschi e non scorgendo alcun vantaggio per Federico nell'insistere su una causa che avrebbe gravemente compromesso i rapporti con il papato e distratto la corte da assilli domestici pi urgenti. La Germania e i Germani (compreso Enrico, che Dio l'abbia in gloria!) avevano procurato abbastanza guai. Prima d'ogni altra cosa occorreva restaurare l'autorit regia in Sicilia - opera cui nel suo breve regno mise mano con energia, lasciando presagire l'impegno che avrebbe profuso Federico Secondo; ma i suoi sforzi furono frustrati dalla morte, non dai nemici terreni.
Nel testamento, Costanza affidava il giovane re alla tutela del pontefice. Chiuse gli occhi allo scadere del mese di novembre del 1198, dopo aver tenuto la reggenza per soli 18 mesi. Si era ripromessa di far risorgere la monarchia normanna e non riteneva che la sottomissione alla curia papale ne ledesse gravemente i diritti; ma la disponibilit all'abbandono della legazia apostolica signific lo sgretolamento di una delle fondamenta dell'autonomia monarchica, cos come l'aveva concepita il padre Ruggero Secondo. Nella capitolazione si pu forse individuare la profondit del rispetto che portava alla Chiesa e alla politica papale, giustamente tesa, a suo giudizio, alla separazione della Sicilia dall'impero. Ma vi era anche una robusta dose di realismo. Costanza era una donna decisa e piena di risorse, ma aveva bisogno di rendere il proprio regno inespugnabile e le trattative con la Santa Sede si svolsero proprio all'insegna di questo obiettivo. Se ne and da questo mondo prima di aver compiuto i quarantaquattro anni, ma la ricerca di un protettore per il suo tenero virgulto non era stata infruttuosa. Innocenzo, quale signore feudale di un minore, Federico, ne era automaticamente il custode; rientrava tra i suoi compiti sovrani proteggere il pupillo rimasto orfano di entrambi i genitori. Nominandolo con le sue ultime volont tutore di Federico, Costanza ricordava al mondo l'inviolabilit dell'eredit del figlio. La Sicilia era governata da un minorenne, ma protetta da un pontefice. Una strategia tutt'altro che disprezzabile, considerata l'emergenza.

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2.

Il nuovo papa, salito al soglio nel 1198, era un giurista relativamente giovane, di buona famiglia romana, Giovanni Lotario dei conti di Segni, che prese il nome di Innocenzo Terzo. Pochi pontefici medievali furono altrettanto incalzanti sui diritti del Vicario di Cristo e coerenti nello sforzo di dar loro applicazione pratica. Innocenzo trovava del tutto naturale la condizione di vassallaggio del regno di Sicilia, per cui era giusto il pagamento di un "census" o tributo e doveva esser chiaro che la legazia apostolica era un privilegio che poteva essere a suo piacimento concesso e strappato. Il papa si poneva come intermediario tra l'uomo e Dio; quale detentore dell'autorit spirituale, superiore per sua stessa natura a quella temporale, egli era per al di sopra di re e principi. Rientrava nelle sue prerogative rimetter sulla retta via i peccatori ed esigere dai governanti l'esercizio della giustizia. Cercando di dare effettiva esecuzione alle idee teocratiche del tardo Dodicesimo secolo, Innocenzo ampli notevolmente la portata e il significato dell'autorit papale. Gi nel 1198, fresco di nomina, enunci con risolutezza la sua dottrina:

"Dio ha istituito due grandi dignit, una maggiore per presiedere alle anime come fosse al giorno, e una minore per presiedere ai corpi come fosse alla notte. Queste sono l'autorit pontificale e il potere regio. Orbene, come la luna trae la sua luce dal sole ed  invero a questi inferiore in quantit e qualit, in posizione e forza, cos l'autorit regia trae lo splendore della sua dignit dall'autorit pontificale".

Il discorso rivolto quello stesso anno all'arcivescovo di Ravenna, imperniato sull'asserzione che la libert ecclesiastica viene meglio difesa quando la Chiesa romana ha piena potest nella sfera materiale non meno che in quella spirituale, trova puntuale riscontro nell'accomodamento raggiunto con Costanza di Sicilia e riecheggia le interpretazioni correnti della Donazione di Costantino. Ma il potere temporale si manifest anche in altri modi. Innocenzo persegu con tenacia lo scopo di riprendere il controllo del Patrimonio di San Pietro - non a caso annoverato tra i maggiori artefici degli Stati pontifici. Uno degli ostacoli che intralciavano i suoi disegni era proprio Marcovaldo di Anweiler, rappresentante imperiale della marca di Ancona.
Lo scontro tra Marcovaldo e Innocenzo nel 1199, uno scontro nel quale Federico fu poco pi di un balocco nelle mani delle due fazioni, ebbe come posta molto pi del Patrimonio di San Pietro. Marcovaldo era per molti aspetti un avversario pericoloso. Erano di pubblico dominio i suoi legami discretamente cordiali con Filippo di Svevia, e Innocenzo supponeva, probabilmente a torto, che Filippo mirasse anche alla corona siciliana. Ad ogni modo era diritto del pontefice giudicare l'idoneit dei candidati al trono imperiale: chi, dopo tutto, incoronava alla fine un imperatore, se non il papa? Per nulla commosso dall'iniziale riluttanza di Filippo ad accettare il titolo di re di Germania, Innocenzo continuava a temere il risorgere di un impero che abbracciasse la Germania, la Lombardia, l'Italia centrale e la Sicilia. La soluzione si deline per cos dire da sola: appoggiare Ottone di Brunswick, che si presumeva (un'analisi che i giorni a venire avrebbero dimostrato affrettata) offrisse la massima garanzia di ininterrotta divisione tra impero e regno siciliano. I legami di Marcovaldo con gli Hohenstaufen ne facevano perci il primo bersaglio locale dell'ira di Innocenzo. Un secondo motivo di apprensione era l'insistenza di Marcovaldo nel sostenere di essere il legittimo reggente di Sicilia, in seguito alla morte di entrambi i genitori di Federico. Di questo diritto non v' traccia nel testo parziale del testamento di Enrico che ci  stato tramandato, ma ovviamente Marcovaldo sosteneva di essere in possesso dell'originale, rifiutandosi per di lasciarlo esaminare a chicchessia. Va sottoscritta la tesi di Van Cleve, secondo la quale il cosiddetto testamento era una stesura preliminare di Enrico Sesto: un "progetto eventuale". Nel 1200 le truppe pontificie misero le mani sulle salmerie di Marcovaldo, documenti compresi, e alcuni stralci del testamento comparvero nella cronaca conosciuta come "Gesta Innocentii Tertii"; guarda caso, vi sono inserite soltanto le clausole pi favorevoli agli interessi papali, donde si evince che la Santa Sede ha indubbia signoria sulla Sicilia e che il governo del regno avrebbe dovuto passare al pontificato se la stirpe degli Hohenstaufen si fosse estinta. Pu darsi che Marcovaldo fondasse le sue ragioni su qualche promessa verbale, e ancor pi sulla realt dei fatti: aveva dominio su buona parte dell'Italia centrale e sul Molise e contava di far valere i suoi diritti con le armi.
La situazione era resa pi ingarbugliata dagli umori palermitani. La remissivit di Costanza nei confronti del papato era stata aspramente criticata dal Consiglio dei Familiari, che aveva assunto le redini del potere e si ritrovava assoggettato ai voleri del pontefice. Tutto ruotava attorno a Gualtieri di Palearia, un prelato del Sud Italia - esperto di affari temporali - che ricopriva l'ufficio di cancelliere. Costui ignor le argomentazioni di un legato papale giunto a Palermo per esporre il punto di vista del suo padrone, pur continuando a professare una falsa devozione nei confronti di Innocenzo, con il quale condivideva una radicata avversione per Filippo di Svevia. Pronto a cogliere lo spirar del vento, Gualtieri, che avrebbe servito Federico Secondo per parecchi anni, sapeva perfettamente che per sopravvivere avrebbe dovuto barcamenarsi tra Innocenzo e Marcovaldo. Costretto a muoversi su una trave d'equilibrio, poco prima del volger del secolo parve sul punto di vacillare. Caposaldo del suo programma era la capacit di barattare appoggi con concessioni di terre e privilegi ai titubanti. Nel 1199 Innocenzo lament che "gran parte del demanio regio sia stata da voi elargita a varie persone". Quale guardiano degli interessi di Federico, non poteva sfuggire al papa che Gualtieri stava erodendo la tradizionale base di potere della Corona. Tra i possedimenti perduti in questo periodo va forse inserita Malta, il cui conte, Guglielmo Grasso, un ben noto corsaro genovese, ebbe il torto di cooperare con Marcovaldo in un momento cruciale dell'evolversi dei piani dell'aspirante reggente.
Nell'ottobre 1199 Marcovaldo scov Grasso, che era di casa a Genova, e lo convinse a fornirgli un certo numero di navi per uno sbarco armato in Sicilia. Obiettivo: la conquista della capitale, unico mezzo attraverso il quale Marcovaldo poteva sperare di imporsi. Alcuni subodorarono un tentativo di appropriarsi della Corona. Quanto a Gualtieri di Palearia, non sapeva che pesci pigliare. Marcovaldo sbarc a Trapani, sulla punta occidentale dell'isola, e cominci ad aprirsi la strada verso est, usando parole mielate nei riguardi della bellicosa popolazione islamica della Sicilia occidentale e perci stesso attizzando ancor pi il furore papale. Aveva preso Innocenzo in parte di sorpresa, perch le passate invasioni del Regno erano state sferrate piuttosto da levante, tramite l'Italia meridionale e lo stretto di Messina. Era stata un'impresa audace penetrare in Sicilia dalla porta secondaria. Innocenzo rispose con una tonante bolla indirizzata al popolo siciliano, il 24 novembre 1199: Marcovaldo, a suo dire, aveva cospirato "non soltanto contro il regno siciliano, ma contro la comunit cristiana"; era "un altro Saladino", oppressore dei cristiani e alleato dei Saraceni, "infedele peggiore degli infedeli". Innocenzo si dilung sul pericolo che la Sicilia cadesse ancora una volta nelle mani dei musulmani; orrore di siffatta eventualit a parte, v'erano le conseguenze per il Santo Sepolcro. La Sicilia era il luogo da cui "sar pi facile soccorrere la Terra Santa" e, fosse Marcovaldo riuscito a portare avanti i suoi disegni, ogni idea di riprendere Gerusalemme avrebbe dovuto essere abbandonata. Ma ecco il colpo di genio: tutti coloro che si fossero opposti a Marcovaldo avrebbero avuto gli stessi privilegi (remissione dei peccati ed altro ancora) che spettavano ai crociati in Palestina. Era una vera e propria dichiarazione di guerra, una guerra che per giunta assumeva i toni della crociata, ponendosi come traguardo finale la sconfitta dei pagani e la difesa delle linee di rifornimento tra l'Europa occidentale e l'Oriente latino. Questa bolla era il culmine di una campagna di propaganda sovvenzionata dal papato lungo l'intero anno 1199; ancor prima che Marcovaldo approdasse sulle coste trapanesi, il pontefice guardava con malcelata preoccupazione alle sue attivit nell'Italia meridionale, esemplificate dall'invasione delle "terre di San Benedetto" nei paraggi di Montecassino. Le avvisaglie dell'intenzione del papa di scatenare contro Marcovaldo una "guerra santa" sono in effetti gi manifeste in una lettera a Capua, della primavera del 1199, che prometteva i privilegi concessi ai crociati a "tutti coloro che reprimano la violenza di Marcovaldo e dei suoi seguaci"; la missiva autunnale era un tentativo di volgere le minacce in azione. Guardandosi attorno alla ricerca di un campione, Innocenzo lo individu piuttosto sorprendentemente nel consorte della figlia di Tancredi, un cavaliere francese di nome Gualtiero di Brienne. La sua famiglia sarebbe stata coinvolta nelle vicende del Meridione lungo tutto il regno di Federico Secondo. Avendo gi prestato giuramento come crociato, Gualtiero bramava di raggiungere l'Oriente latino, ma Innocenzo lo sciolse dai voti o comunque riusc a persuaderlo che avrebbero potuto essere adempiuti sul suolo dell'Italia meridionale. Il pontefice gli agit dinnanzi l'esca della contea di Lecce, propriet di Tancredi prima di diventare re di Sicilia nel 1190, a condizione che riconoscesse Federico quale legittimo sovrano e rinunciasse ad ogni residua velleit come genero di Tancredi. Qui stava il nocciolo del problema: una successione di monarchi siciliani nel Dodicesimo secolo aveva fatto a gara per soccorrere, diciamo meglio per intimidire, il pontefice; su quelle basi erano state impostate le reciproche relazioni. Ora, con Innocenzo tutore di un re bambino, era emersa una nuova realt. Il papato non disponeva della forza militare per difendere il suo vassallo e dunque, sotto quest'aspetto, Innocenzo dimostrava di essere un protettore inadeguato, se non addirittura inadempiente.
Di qui la crociata, di qui la ricerca di un campione francese che agisse per conto del papa e della Sicilia. La crociata di cui fu vittima Marcovaldo mai venne predicata, per quanto ne sappiamo, con veemenza e non vi sono prove documentate che i soldati mandatigli contro dal pontefice si immaginassero nei panni dei crociati, con tutti i privilegi annessi a tale qualifica. A questa "crociata" partecip un giovane cavaliere, figlio di un mercante di Assisi; suo padre, ricco mercante di stoffe con interessi in Francia, gli aveva mutato il nome originario di battesimo in Francesco ed egli, come Francesco d'Assisi, tornato a casa, avrebbe rinunciato all'esistenza d'armi e di lucro cui era stato destinato.
Rilevante  non tanto la diffusione data da Innocenzo alle sue idee di una crociata contro Marcovaldo - ci sono pervenute soltanto le due lettere in cui prometteva mari e monti a chi avesse contrastato Marcovaldo - quanto la testimonianza che quelle bolle danno del suo pensiero. Innocenzo non aveva dubbi che la funzione "correttiva" del papato potesse estrinsecarsi attraverso atti autorizzati di violenza. A questo fine lo strumento della crociata prometteva di dare ottimi risultati ed egli si prese cura di adoperarne il linguaggio tradizionale: era una campagna che avrebbe recato vantaggio alla Terra Santa; era una guerra avversa agli infedeli saraceni e al loro falso alleato cristiano Marcovaldo. Qualche anno dopo Innocenzo fece un uso molto pi ambizioso dell'arma della crociata, scagliandola contro gli eretici albigesi nel Sud della Francia a partire dal 1209, anche se a onor del vero gi insediandosi sul trono di Pietro aveva minacciato di analoghi fulmini gli eterodossi dell'Italia settentrionale e della Bosnia. L'estensione della crociata al di fuori della Terra Santa non era una novit, avendo gi trovato fertile terreno in Spagna contro i Mori e nell'Europa orientale contro i pagani slavi e baltici. In questo contesto l'accenno di Innocenzo ai Saraceni siciliani  anche un tentativo di collegare la sua crociata nei riguardi di Marcovaldo ad altre iniziative dello stesso genere. Significativo e originale  piuttosto l'impegno della crociata a difesa degli interessi della Chiesa in Italia e Sicilia. Negli anni trenta del secolo precedente Innocenzo Secondo aveva agitato dinnanzi a Ruggero Secondo, senza per dar seguito alle minacce, lo spauracchio di una guerra santa. Persino durante la lotta tra Federico Barbarossa e Alessandro Terzo il pontefice, pur scomunicando l'imperatore, aveva evitato di predicare una crociata. Kennan rileva che il tono della denuncia di Innocenzo  "quasi apocalittico nella sua visione del peccato di Marcovaldo. Si avvicina assai pi nell'umore alle terribili maledizioni lanciate all'indirizzo di Federico Secondo". Come vedremo, Federico Secondo fu per l'appunto il bersaglio di crociate politiche e soprusi avallati dal papato.

"Avendo stretto alleanza con certi Saraceni non appena entrato [nell'isola], egli ne invoc l'aiuto contro il re e i cristiani; e cos da eccitarne maggiormente gli spiriti al massacro dei nostri e aumentarne la sete, ha spruzzato le loro mascelle di sangue cristiano ed ha esposto le donne cristiane catturate alla violenza della loro brama. Seppur qualcuno fosse indifferente alla causa del re fanciullo, v' chi non sia mosso dalla causa del re dei re, intoccato dalle ferite al Crocifisso? Chi non si leverebbe contro colui che si leva contro tutti e s'unisce ai nemici della Croce, cos ch'egli possa svuotar la fede della Croce e, infedele peggiore degli infedeli, lottare per soggiogare i credenti?"

Tuttavia  forse esagerato attribuire alla guerra contro Marcovaldo il significato di "prima crociata politica", intrapresa in ambito europeo contro i nemici secolari "cristiani" della Chiesa. Questo  il giudizio di Kennan, ma risulta chiaro dall'etichetta di "infedele" appiccicata a Marcovaldo che il papato era ansioso di rubricare questa guerra tra le categorie accettate di movimento crociato, inteso nel senso di battaglia contro gli avversari della cristianit, musulmani, pagani e loro fiancheggiatori. Fu una guerra in ostilit a un infedele, un cristiano rinnegato. Soltanto negli anni trenta e quaranta, complice lo scontro tra Federico Secondo e il papato, sarebbe giunta a maturazione l'idea della "crociata politica", mossa da un cristiano a un altro cristiano recalcitrante. La campagna in odio a Marcovaldo non fu che una falsa partenza.
Sia come sia, le forze papali sbarcarono in Sicilia e sconfissero Marcovaldo in combattimento a Monreale, nell'entroterra palermitano. Un colpo duro, per non risolutivo. Il cancelliere Gualtieri si mostr titubante e poco propenso a riservare accoglienze calorose a Gualtiero di Brienne, anche se di fatto il "condottere" aveva deciso di lasciare la guida dell'esercito e far ritorno alla Champagne per arruolare truppe fresche, nella convinzione che, divampato l'incendio tra i musulmani, si andasse profilando una guerra di logoramento; del pericolo doveva essersi reso conto anche Innocenzo, visto che indirizz un'amabile lettera ai Saraceni proponendosi come loro difensore in sostituzione di Marcovaldo, a suo dire prossimo ad abbandonarli!
Gualtieri di Palearia si avvide ben presto che, a dispetto del passo falso di Monreale, Marcovaldo andava consolidando la sua posizione nell'isola; unica via di uscita era venire a patti. Concord dunque di scindere il governo del regno, secondo modalit che a prima vista paiono l'esatto contrario di ci che la logica avrebbe suggerito. A Marcovaldo toccava la Sicilia, mentre Gualtieri di Palearia e il Consiglio dei Familiari si riservavano il continente. Al momento Palermo non doveva essere consegnata a Marcovaldo, ma Gualtieri di Palearia per parte sua si affrett a passare lo stretto. Il giovane Federico venne affidato al fratello di Gualtieri, il conte di Manopello. Un errore fatale. Istigato da un'ambizione sfrenata, Marcovaldo risolse di sequestrare il re. Ne nacquero voci di una sua intenzione di uccidere Federico e installarsi sul trono. Ma la persona del sovrano non era l'unico obiettivo: come resistere ai sigilli del potere, e alla possibilit di operare in nome del re?
Nell'autunno del 1201 Marcovaldo cal su Palermo che si arrese dopo un breve assedio; il conte di Manopello era lontano, a Messina, e si guard bene dall'interferire, fors'anche per precedenti accordi con Marcovaldo. Il mattino del giorno d'Ognissanti fu aperta una breccia nel ben fortificato palazzo reale con la complicit dell'infido castellano. Gli eventi che seguirono ci sono noti grazie all'accurata ricostruzione dell'arcivescovo di Capua, Rainaldo, in una lettera inviata al papa;  la prima manifestazione del carattere di Federico e molto - forse troppo - vi hanno ricamato sopra numerosi storici che si dilettano di psicologia. Penetrato Marcovaldo nel palazzo, ci viene detto, Federico corse a nascondersi insieme al suo precettore nelle profondit dell'edificio. Ma il castellano ne conosceva ogni anfratto e per la seconda volta trad il suo sire. Quando Marcovaldo si fece avanti per ghermirlo, Federico oppose fiera resistenza. Rivoltatosi come una furia, dovette presto constatare l'inanit dei suoi sforzi; allora si tolse le vesti, le fece a pezzi e si lacer le carni. Quel parvenu tedesco aveva osato calpestare la sua dignit; era impensabile che non difendesse la sua condizione regale, nei limiti di un ragazzino di sette anni e mezzo. Profondamente impressionato, l'arcivescovo di Capua paragon Federico al monte Sinai, che sino alla consegna delle tavole della Legge era rimasto inviolato, persino dagli animali. Se soltanto Federico avesse potuto salvare la pelle, sottintendeva Rainaldo, ecco qualcuno destinato a grandi cose.
Ma Marcovaldo aveva bisogno di un re vivo, non di un cadavere. Trattenere quasi in ostaggio Federico significava sfidare apertamente papa Innocenzo: il vero tutore non era il lontano inquilino della Santa Sede, ma il soldato tedesco a Palermo. La mossa venne forse dettata a Marcovaldo anche dalle notizie che gli giungevano dalla terraferma. Quattro giorni dopo il suo ingresso nella capitale dell'isola, ma prima di aver messo le mani sul real giovinetto, le schiere di Dietpoldo di Acerra, confederato di Marcovaldo e di Gualtieri di Palearia, ingaggiarono battaglia con le forze, inferiori di numero, di Gualtiero di Brienne finalmente di ritorno dalla Champagne (22 ottobre 1201); con probabile sorpresa dello stesso pontefice, ne usc vittorioso il suo campione. Il sogno di Gualtiero di reimpossessarsi di Lecce pot cos realizzarsi, al pari del dominio papale su gran parte dell'Italia meridionale. Gualtiero si vide affidare l'amministrazione della Puglia e della Campania, ricevendo per istruzioni direttamente dal papa anzich dal Consiglio dei Familiari, caduto in disgrazia. Un nuovo ordine pareva dolorosamente emergere in almeno met del regno di Sicilia, sebbene Gualtiero di Brienne fosse pi incline a rafforzare il feudo pugliese che a guidare il promesso esercito papale in Sicilia per trar di prigionia il re.
Marcovaldo costituiva per soltanto una parte del problema. La sua inattesa morte sul finire del 1202, nei pressi di Messina (che sino ad allora gli aveva tenuto testa, facendo ancora una volta onore alle proprie tradizioni separatiste), non decret il collasso della fazione antipapale, dilaniata da rivalit interne ma ancora capace di esprimere ambiziosi comandanti tedeschi. Il primo a farsi luce fu Guglielmo "Capparone": Palermo, e Federico, erano in suo potere ed egli non si perit di farsi proclamare "Difensore del re e grande capitano del regno". Un altro germanico, Corrado di Urslingen, venne investito d'autorit da Filippo di Svevia, il cui diritto a disporre della Sicilia era, per non dir di peggio, opinabile. Chi ne usciva pi malconcio era comunque Innocenzo Terzo: la sua funzione di tutore si andava sempre pi indebolendo ed era vieppi chiaro che la vera fonte del potere in Sicilia era il possesso fisico del giovane sovrano. Al pontefice non rest che far buon viso a cattivo gioco, accontentandosi di ottenere dal nuovo padrone dell'isola formale riconoscimento della sua sovranit. Sotto questo profilo, Guglielmo era pur sempre un miglioramento rispetto a Marcovaldo. Per colmo di disgrazia, la morte di Gualtiero di Brienne, per mano del tedesco Dietpoldo di Acerra, priv Innocenzo del suo pi valido sostegno nel Meridione continentale, lasciandolo col magro compenso del parziale ricupero di influenza sulla Sicilia. Lo sfortunato Gualtiero trov fine banale e ingloriosa nel giugno 1205. Accampato fuori le mura di una fortezza tenuta dal nemico, dimentic di piazzare una sentinella a guardia del suo padiglione; Dietpoldo in persona, con un manipolo di compagni, venne nottetempo, recise i tiranti di fissaggio e fece a fettine Gualtiero, impossibilitato a districarsi dalla tenda che gli era piovuta addosso.
Qualcuno ha sostenuto che la maggior colpa di Innocenzo fu proprio l'aver puntato le proprie carte su questo avventuriero. La mancanza di entusiasmo di Gualtiero per l'impresa siciliana starebbe a dimostrare l'errore di valutazione del pontefice, che meglio avrebbe fatto a unire le proprie sorti con quelle di Guglielmo "Capparone", dei Germani del continente, di Gualtieri di Palearia, in quei giorni impegnato a cercare un accomodamento con la Santa Sede (anche se non a esclusiva causa dell'assassinio di Brienne). Il punto debole di questo ragionamento  il presupposto che Innocenzo avesse capito, prima del 1205, di non poter andare oltre un controllo indiretto sul regno di Sicilia; e che volesse la tutela di Federico al solo scopo di garantirsi un riconoscimento permanente della signoria papale sul "regnum". Ahim!, le mire di Innocenzo erano pi arroganti, essendogli costituzionalmente difficile ammettere l'esistenza in Sicilia di feudatari tanto temerari da rifiutare il suo comando, non solo come signore assoluto ma come Vicario di Cristo. L'arrivo di Gualtiero di Brienne, per quanto mosso da interessi egoistici, gli si present come la soluzione ideale per domare la Sicilia. Ad ogni modo, la morte del campione designato innesc nella curia papale un processo di ripensamento della politica siciliana che sfoci rapidamente nella ricerca di un compromesso con i caporioni al Sud.

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3.

In quegli anni i grandi proprietari terrieri e i mercanti stranieri in Sicilia e nell'Italia meridionale furono gratificati di molteplici privilegi. Abbiamo osservato che i domini regi avevano cominciato a ridursi subito dopo la morte di Costanza. Un ulteriore tradimento degli interessi della Corona traspare nelle "corpose" espressioni di gratitudine per l'aiuto prestato dai Genovesi a Marcovaldo di Anweiler. Il condottiero concesse totale esenzione fiscale ai mercanti genovesi che operavano nel regno: agevolazione senza dubbio da loro assai apprezzata, ma salasso non indifferente per le casse dell'erario. Va detto che il sistema normanno di governo non venne smantellato; ma le divisioni settarie incoraggiavano chi era al potere a usare le risorse del Tesoro come strumento per procacciarsi supporto militare e politico. I documenti emessi dalla regia cancelleria rimasero sostanzialmente invariati; cambi invece, e in modo radicale, la situazione per quanto concerne l'afflusso delle entrate e la ridotta influenza della burocrazia sulle province pi remote, laddove si erano insediati i capitani tedeschi. Il rispetto per i diritti della Corona era limitato persino tra coloro che ufficialmente le dovevano il titolo: un certo Alamanno da Costa, pirata genovese e conquistatore di Siracusa, ne rivendic la contea "per grazia di Dio, del re e del comune di Genova", bench sia arduo capire quale voce in capitolo potessero avere i Genovesi nella nomina dei conti di un regno straniero. La restaurazione dell'autorit regia negli anni venti avrebbe perci avuto come tappa obbligata il soggiogamento dei baroni germanici e di altri gruppi che con la Sicilia avevano poco a che spartire, non ultimi i Genovesi. Gli avvenimenti dipanatisi a partire dal 1198 portano all'inevitabile e crudele legislazione che segu al 1220. Anche i nobili normanni badarono comunque ai loro interessi territoriali. Innocenzo Terzo, in una bolla del 1207, accus i maggiorenti siciliani di essere diventati duri di cuore: le sventure del regno non li avevano resi, com'egli si era augurato, pi consapevoli del loro dovere di agire con giustizia, ma anzi si erano rivelate un'irresistibile tentazione al disordine.
Sino al 1208, Innocenzo rimase in pratica ai margini delle cose del regno. La serie di "coups d'tat" di cui fu teatro Palermo, con passaggio delle consegne da Guglielmo "Capparone" a Dietpoldo di Acerra e da questi a Gualtieri di Palearia, scaturisce dalle grandi manovre dei contendenti pi che dallo zampino papale. In realt Innocenzo era stato costretto a trattare con tutti e tre i sedicenti padroni della Sicilia e al suo attivo poteva vantare soltanto l'esser riuscito a farsi consegnare il piccolo Federico grazie all'abilit diplomatica sfoggiata da un suo legato nei confronti di Gualtieri di Palearia. D'altra parte anche i tentativi di quest'ultimo di soppiantare Dietpoldo non furono coronati da pieno successo. Dietpoldo, sempre ansioso di dimostrare il suo valore, venne infatti arrestato, ma riusc a fuggire e a riparare nel continente. Qui riaffior come impudente antagonista del papa: una posizione resa particolarmente minacciosa dal fatto che lui e i suoi alleati seppero scatenare un'offensiva quasi sotto il naso del Santo Padre, lungo i confini settentrionali tra il regno di Sicilia e gli Stati pontifici. Soltanto la gagliarda resistenza allo strapotere tedesco di un pugno di baroni normanni imped che l'ascendente papale nel Regno si riducesse a zero. L'abate di Montecassino in persona condusse i lealisti all'assalto delle roccheforti germaniche nella zona di frontiera tra i territori siciliani e papali, sollevando in un sol colpo le sorti dell'autorit pontificia nell'agro romano e nel Regno.
La vittoria mise anzi il papa in condizione di metter piede, nel giugno 1208, in quelle terre dove vantava teorici diritti di sovranit. Gli era, beninteso, ancora vietato l'accesso alla Sicilia, dove viveva Federico, ma durante una dieta tenuta a San Germano, poche miglia all'interno dei confini siciliani ma pur sempre nella zona in cui i Tedeschi avevano or non era molto spadroneggiato, Innocenzo diede inizio alla sua paziente opera di ricostruzione. Gli esponenti pi rappresentativi della nobilt meridionale furono delegati all'amministrazione della giustizia, con un esplicito richiamo ai loro doveri nei confronti del giovane sovrano; venne annunciata una spedizione alla Sicilia, per riportar anche l ordine. Fondamentalmente Innocenzo stava cercando di ricostruire l'ossatura del sistema giudiziario normanno. Non era suo intendimento esercitare un controllo diretto e le dispute tra i baroni dovevano essere composte dai giustizieri e dai capitani generali per la cui nomina aveva preso accordi. Compito semplice a parole, un po' meno nei fatti: d'accordo, non mancavano gli strumenti legislativi per tenere a freno i sudditi troppo intraprendenti e risolvere le controversie territoriali, senza contare la tradizione di responsabilit dei funzionari regi nei riguardi della Corona, ma il re era in minore et e i suoi pubblici ufficiali sul continente si identificavano con i grandi feudatari. La tentazione di tirar l'acqua al proprio mulino fu tosto visibile. Federico negli anni venti e trenta si ingegn di circoscrivere il ruolo dei baroni nel governo, creando un corpo di burocrati professionisti, non tutti di origini aristocratiche - una determinazione giustificata dalle continue delusioni recategli dall'lite nobiliare negli anni giovanili.
Gli affari siciliani non potevano essere disgiunti da quelli dell'impero, sintantoch Filippo di Svevia avesse avanzato pretese su Federico, in contrapposizione a Innocenzo. Filippo aveva infatti molte frecce al suo arco. A parte gli stretti legami con Dietpoldo di Acerra, sped in Italia alla testa di un esercito Liutpoldo, vescovo di Worms, nella speranza di ristabilire il dominio tedesco nell'Italia centrale, dove il papato dopo la morte di Enrico Sesto aveva continuato a rafforzarsi; va da s che il vescovo avrebbe potuto agire da ottimo intermediario con i signori della guerra dell'Italia meridionale. Da sottolineare che Filippo non si proponeva di spodestare Federico: al contrario, meditava di servirsi della di lui corona per estendere la sua sfera d'influenza a sud delle Alpi e mantenere sotto pressione il papato. Innocenzo si schier decisamente dalla parte di Ottone di Brunswick; e la presenza alla testa dei soldati di Filippo di un vescovo, pronto a venire in urto con le forze papali, simboleggia il sostegno di una parte della Chiesa tedesca a Filippo contro Ottone e il pontefice. Nonostante la netta sconfitta subita, la spedizione di Liutpoldo si rivel sorprendentemente fruttifera. Nell'ultimo scorcio del 1206 Innocenzo dovette prender atto che l'alleanza con Ottone rischiava di alienargli l'Italia centrale. Quasi non bastasse, gli era giunta voce delle intenzioni di Filippo di legare in matrimonio Federico con la casa ducale nel Brabante, come mezzo per consolidare l'influenza degli Hohenstaufen nei Paesi Bassi. La strategia diplomatica di Filippo - un sapiente dosaggio di vigorose minacce alla politica papale di riconoscimento di Ottone - risult vincente. Innocenzo prefer venire a un accordo, mentre Filippo faceva altri proseliti tra la nobilt germanica. Nel 1208 la sua autorit pareva farsi di mese in mese pi forte.
Tanto forte che un ardente corteggiatore della figlia, Ottone di Wittelsbach, frustrato ed esasperato per il suo rifiuto di concedergliela in sposa, vibr un colpo mortale. Ottone di Brunswick, rivale di Filippo, ritenne di essersi aggiudicata la partita, ma gli Hohenstaufen avevano ancora buone carte da giocare. Sal alla ribalta Federico di Sicilia, non perch lui stesso o Innocenzo o i baroni siciliani avessero d'improvviso stabilito di far valere i suoi diritti, ma perch Filippo aveva lasciato in eredit in Germania un solido nucleo di patrizi ghibellini, in cerca di un sovrano.

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4

Un secondo avvenimento di grandi conseguenze fu nel 1208 la decisione di Federico, che avrebbe compiuto quattordici anni alla fine di quello stesso anno, di proclamarsi maggiorenne. Innocenzo, che si era per premurato di ribadire la propria sovranit pur avendo rinunziato alla tutela di Federico, pens anche al futuro, predisponendo il matrimonio del giovane re con una donna di parecchi anni pi anziana, Costanza d'Aragona, vedova del monarca d'Ungheria. Dava alla questione un carattere di particolare urgenza il rischio che Filippo scovasse per la Sicilia una sposa tedesca. L'Aragona non era all'epoca un regno particolarmente potente, ma il re Pietro Secondo era vassallo del papa e vari membri della famiglia reale possedevano in Provenza fertili terre loro concesse dal Sacro Romano Imperatore. Per di pi l'Aragona si stava affermando come fonte inesauribile di truppe ben addestrate, fanteria, cavalleria leggera ed altro ancora. Innocenzo aveva gi promesso a Federico un aiuto militare: nella conferenza di San Germano si era parlato di duecento cavalieri che dovevano portar pace alla Sicilia. Nell'estate del 1209 Costanza d'Aragona entr in Palermo accompagnata da non meno di cinquecento cavalieri, il fior fiore della nobilt catalana e provenzale. Fu questa la prima, e la meno fortunata di una serie di spedizioni aragonesi in Sicilia: nel 1282, incitati da un'altra Costanza, discendente di Federico, gli Aragonesi avrebbero soggiogato l'intera isola. Viceversa nel 1209 non riuscirono neppure a sentire l'odore del campo di battaglia; decimati dalle malattie, i sopravvissuti se ne tornarono mogi mogi in patria. Resistette per l'intrepida Costanza, che, nonostante un divario d'et di una decina d'anni, seppe rendersi cara al giovane re e gli fu preziosa consigliera. Venuta a morte nel 1222, Federico, in un evidente impeto d'emozione, pose la propria corona nell'antico sarcofago marmoreo dell'amata nella cattedrale di Palermo. Dobbiamo supporre che non soltanto nel nome Costanza d'Aragona riusc a sostituirsi alla madre che Federico aveva perduto in tenerissima et.
Secondo un'altra interpretazione Federico era decisamente pi maturo dei suoi anni: cos si evincerebbe da una lettera che Innocenzo Terzo inoltr alla Spagna nel tentativo di strappare agli Aragonesi l'assenso alle nozze; il divario generazionale veniva liquidato come cosa di minima importanza. A parere di Kantorowicz, Innocenzo non barava al gioco: vi sono accenni al risentimento di Federico verso chi lo trattava come un bamboccio quando ormai aveva tredici anni; essere re doveva significare non aver bisogno di tutori e reggenti. Si trattava per di una maturit non sofisticata, che affondava le sue radici nell'impazienza e nel ricordo di passate offese (vivo in particolare il precoce episodio con Marcovaldo). Nel 1207 Federico era ritenuto alquanto grezzo: attribuendone la causa alla mancanza di un'educazione sistematica, Kantorowicz ci conduce sulle ali dell'immaginazione tra i "souk" di Palermo, dove il giovinetto vagava, libero ma sovente affamato, "per i vicoli e i mercati e i giardini della capitale semi-africana", in mezzo a sinagoghe, moschee e chiese. Trascurando gli istitutori di cui s' serbata memoria, non ultimo Guglielmo Francesco, Kantorowicz si appella all'esistenza di uno sconosciuto "Chirone", senza dubbio un filosofo-imam. Risultato: un'istruzione diversa da quella di ogni altro principino. Ci che sapeva della natura, che non era poco, lo aveva appreso in parti uguali dai vagabondaggi e dalle letture di Aristotele; l'osservazione era il suo credo, e ne impar i segreti prima del quattordicesimo compleanno.
L'universit della vita, dunque; ma altre testimonianze attestano un insegnamento abbastanza minuzioso. Abbiamo una testimonianza che ce lo descrive nel periodo in cui assunse il potere: versato nelle lettere, essendo gran divoratore di "storie" - certamente saghe di Alessandro pi che cronache monastiche; abilissimo cavallerizzo, per giunta non digiuno del valore dei purosangue; buon combattente, con la spada ma anche con l'arco. Palesava ingegno versatile e grande energia, dedicandosi con inflessibilit all'esercizio del corpo e della mente. Qualcuno avrebbe in seguito rilevato con insolenza che un fisico tanto gracile avrebbe riscosso modesto successo nei mercati degli schiavi in Africa, ma sembra che nell'adolescenza fosse abbastanza vigoroso; di statura non alta, un difetto che per sua stessa ammissione andava a lieve detrimento della maest, considerato che i sovrani medievali non di rado si distinguevano per l'altezza; epper robusto. Forse non proprio ben proporzionato, ma assai vivace nell'espressione; come il giovane Davide, rosso di capelli e dal viso un tantino rubizzo. Col passare degli anni la vista si deterior: presumibilmente una banale miopia, che comunque non ne raffredd l'entusiasmo per la caccia col falcone, un'attivit che mal si concilia con un occhio men che acuto. Alcuni lo giudicarono di bell'aspetto, forse riferendosi in termini pi generali alla struttura fisica, al portamento e all'impressione che suscitava quand'era abbigliato dei panni regali. Gi avanti negli anni acquis il greco e almeno un'infarinatura di arabo, ma  probabile che in giovent parlasse soprattutto il latino e l'italiano. L'opinione di Van Cleve che egli abbia ricevuto un'educazione adeguata pare pi consona all'evidenza che non la romantica, deliziosa alternativa.
L'assunzione di autorit non venne salutata con eccessive manifestazioni di giubilo. Il 1209 fu nell'isola un anno di disordini, tra baroni che avevano rosicchiato i possedimenti regi durante la minore et di Federico ed erano estremamente riluttanti a restituire il maltolto. Federico si fece rispettare comparendo alla testa di uno squadrone e costringendo a miti consigli i capi dei rivoltosi, caduti nelle sue mani. Per il momento aveva deciso di recuperare ci che era andato perduto anzich punire chi aveva messo in dubbio la sua autorit. Tuttavia  verosimile che avesse gi familiarit con i fondamenti dell'assolutismo normanno: ogni tentativo di ridurre i beni della Corona era un atto di ribellione; resistere al potere sovrano equivaleva ad opporsi a Dio. Non ci  dato sapere come e quando abbia approfondito queste idee; non vi  motivo di supporre che i suoi tutori o custodi fossero abbastanza acuti da nascondergli la differenza tra la pratica normanna della monarchia e i loro stessi corrotti metodi di governo. Un segno che Federico si era gi accostato al modo di pensare dei suoi predecessori normanni  fornito dallo scontro avuto con il pontefice a riguardo della corretta procedura per l'elezione del nuovo arcivescovo di Palermo. Federico supponeva di avere diritto di ratifica, in base alla legazia concessa a Ruggero Primo. Disgraziatamente, come abbiamo visto, la madre Costanza aveva a suo tempo barattato questo privilegio; e in Sicilia era stanziato un legato papale, inviato dalla curia. Il reclamo di Innocenzo riveste un particolare interesse perch pone in evidenza il cattivo suggerimento ammannito al re dai suoi collaboratori. Il papa presumeva che Federico fosse attorniato da un gruppo di realisti, o forse, a evitare imbarazzi, volle cortesemente attribuire gli errori del sovrano ai suoi consiglieri. Tra questi spiccava una nostra vecchia conoscenza, Gualtieri di Palearia. Le propriet che Gualtieri si stava ora affannando di recuperare erano state tempo addietro, ironicamente, da lui elargite ad altri, attorno al 1200. Pu lasciare perplessi il fatto che sia riuscito a conservare una posizione di preminenza a corte sino alla Quinta Crociata, quando, resosi conto per tempo dell'approssimarsi delle folgori regali, fugg a Venezia, una citt su cui Federico non aveva giurisdizione.

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5.

Innocenzo era comunque pi angustiato dai problemi della Corona tedesca che non di quella siciliana. La morte di Filippo di Svevia era venuta, o almeno cos gli sembrava, a toglierlo d'impaccio. Sul campo era rimasto un solo contendente, Ottone. Peccato che all'interno della Germania l'opposizione continuasse ad essere forte, mentre gli alleati esterni, e tra loro il re inglese Giovanni, avrebbero visto con piacere Ottone insediato pi saldamente sul trono. Era dunque necessario trovare un compromesso accettabile. La prima soluzione escogitata fu una sanguinosa vendetta; l'assassino di Filippo di Svevia venne inseguito con accanimento da un capo all'altro del paese, e squartato sulle rive del Danubio. Tale era la sorte che attendeva chi recava offesa ai clan pi potenti in Germania. In questo modo la rappresaglia pot essere sanzionata anche in campo guelfo. La seconda scappatoia si concretizz in un matrimonio tra Ottone Quarto (il numero romano era stato aggiunto da poco) e la figlia maggiore di Filippo. Ci mise lo zampino il papa, visto che i promessi sposi erano legati da troppo stretti vincoli di sangue e non avrebbero potuto convolare a nozze senza dispensa. Ma Innocenzo Terzo fu sempre pronto ad approfittare della sua facolt di annodare e sciogliere quando fosse in gioco un vantaggio politico - in questo caso, niente meno che la pace. Un altro beneficio che Innocenzo seppe cogliere con prontezza fu una serie di promesse concernenti i futuri rapporti tra il monarca tedesco e il papato; la Corona doveva rinunciare all'ingerenza nelle elezioni dei prelati e accettare senza limiti il diritto d'appello del pontefice nelle cose ecclesiastiche. Si sarebbe posto fine ad abusi quali l'appropriazione delle rendite delle diocesi vacanti. Molte sono qui le analogie con le controversie che dividevano Giovanni Senzaterra (o, quanto a questo, suo padre, Enrico Secondo) e la Santa Sede, e le richieste vanno considerate come parte integrante del programma di Innocenzo per l'intera Europa: riconoscimento da parte delle teste coronate dell'alta autorit della Chiesa e indefessa salvaguardia della sua libert. L'atto di protezione era infatti di per s il segno distintivo di un buon monarca. Non sorprende che Federico Secondo si fosse visto senza indugio bloccare da Innocenzo il tentativo di riservarsi l'ultima parola nella nomina dell'arcivescovo in Palermo. La novit assoluta in questo caso era per il successo del papa nel piegare ai suoi voleri non un sovrano vassallo, qual era il re di Sicilia, ma il futuro imperatore; era lecito presumere che fosse spuntata una nuova era nelle relazioni tra il papato e l'impero. Innocenzo, protagonista della pace, aveva dimostrato una volta per tutte la saggezza e l'efficacia della sua linea politica.
Pareva inoltre che tra Ottone e Innocenzo fosse sul punto di essere spazzato via un secondo motivo d'attrito. A dire il vero Ottone si era impegnato su questo punto fin dai tempi del concordato di Neuss nel 1201, ma soltanto ora sembrava giunto il momento di dar seguito alle promesse. La questione, sollevata da Enrico Sesto, riguardava il possesso delle terre nell'Italia centrale, ivi comprese la Toscana, l'Umbria, la Romagna e le Marche, sulle quali Enrico aveva spudoratamente avanzato pretese: terre che, per giunta, Innocenzo aveva in pratica governato nei dieci anni del suo pontificato. Il pontefice si attendeva perci da Ottone il riconoscimento delle "ricuperazioni" operate nell'Italia centrale e il conferimento di aree ancora sotto il controllo di gruppi pro-Hohenstaufen, o di altre consorterie. Era forse questo il campo minato pi pericoloso per Innocenzo. Le rivalit fra le citt italiane, non escluse quelle della Toscana settentrionale, rimanevano accese, ma sempre pi le diverse fazioni identificavano la loro causa con la difesa di un principio superiore incarnato nella casa di Hohenstaufen piuttosto che in quella di Baviera. Quest'immedesimazione con un protettore esterno teneva poco conto delle vere aspirazioni di Ottone o degli Hohenstaufen, ma fu dalle fazioni tedesche - Welf e Staufen o Waiblingen - che trasse origine la contrapposizione tra partigiani del Guelfo e del Ghibellino, termini che avrebbero dominato la scena politica italiana per centocinquant'anni.
Nel 1209 Ottone scese in Italia per esservi incoronato imperatore. Fu allora che il papa scopr l'inconsistenza delle mirabolanti promesse estorte con tanta facilit al candidato guelfo. E dire che l'acquiescenza di Ottone avrebbe dovuto metterlo in sospetto. S, s, s di fatto significava no, no, no. D'un lampo, fresco di investitura, eccolo in Toscana, ridondante di progetti per impadronirsi di vaste regioni, pronto a far violenza al suo giuramento concedendo privilegi a destra e a manca in Umbria e nella marca anconetana come se ne avesse pieno diritto. Non meno preoccupante era il fatto che le citt fossero pi che disposte ad accettarli. L'oppressione papale nelle terre matildiche o nel ducato di Spoleto era una minaccia pi concreta alle libert comunali di quanto fosse Ottone il Guelfo, nella lontana Germania; Ottone acquist grande popolarit nel 1209, come paladino dei comuni italiani che cercavano di conservare la loro autonomia. Troppi storici hanno voluto incapsulare le contese tra guelfi e ghibellini in una struttura rigida. Alle citt importava in sostanza evitare ingerenze esterne e difendersi dall'avidit di terra dei vicini. Ottone pareva la risposta a questi desideri: un imperatore con una divergenza d'opinioni.
Ma le iniziative del tedesco non si limitavano a rituali concessioni nell'Italia centrale. Nubi tempestose lasciava presagire la sua scoperta che il regno di Sicilia non era un feudo del papato, ma parte integrante dell'impero romano. Niente di nuovo sotto il sole - il Barbarossa aveva marciato verso sud partendo dal medesimo presupposto. Tuttavia  singolare che la tesi fosse stata rispolverata proprio allora, tenuto conto che con Enrico Sesto era stata esplicitamente accettata l'esistenza separata dello Stato siciliano. Ovviamente la "scoperta" di Ottone aveva molte motivazioni. Il desiderio di stabilire una base di potere nella pi prospera regione agricola d'Italia; l'opportunit di disarcionare Federico, nipote del suo recente avversario e figlio del dinamico Enrico Sesto; la determinazione di rimettere al suo posto il papa, che si era spinto troppo oltre e attentava in maniera intollerabile alla dignit imperiale; e magari l'incoraggiamento della repubblica marinara di Pisa, i cui mercanti avevano invano atteso le donazioni commerciali e territoriali che erano state loro promesse da Enrico in cambio dell'aiuto nell'impresa siciliana: tutte ragioni di indubbio peso, ma era in azione anche una "minence grise". Dietpoldo di Acerra incontr Ottone a Pisa, riconobbe (dobbiamo presumere) i suoi diritti su tutta l'Italia meridionale e venne confermato in carica come capitano generale di Puglia e della Terra di Lavoro nel regno siciliano. Se c' da sparare, tanto vale ricorrere al cannone: venne fatto anche duca di Spoleto, intendendo con questo gesto Ottone render note le sue mire sul Patrimonio di San Pietro. All'alba del 1210 nella curia papale si era attivato l'allarme rosso. La sorte di Federico pareva segnata.
In novembre tutto ci che il papato aveva pi paventato dagli Hohenstaufen prese corpo per mano dei guelfi. Entrato che fu nel regno siciliano, Ottone venne colpito da formale scomunica. Tempo addietro la Santa Sede aveva tratto motivo di consolazione dall'inattaccabilit della posizione di Enrico Sesto: le sue pretese sulla Sicilia erano una iattura, ma trovavano conforto nel diritto per via del matrimonio con Costanza. Ottone invece negava "tout court" l'autorit di Innocenzo e per di pi si trovava dinnanzi una strada spianata. Le citt pugliesi, allettate dalla promessa di concessioni, accolsero Ottone a braccia aperte e altrettanto fece la punta dello stivale. Intorno alla met del 1211 gran parte dell'Italia meridionale era passata sulla sua sponda. Gli avvenimenti del 1209 avevano lasciato uno strascico di inquietudine in tutto il regno di Federico. Persino i Saraceni di Sicilia si misero in contatto con Ottone; la loro tendenza ad appoggiare i nemici di Federico si andava rafforzando. Arroccato in Palermo e in qualche altro centro dell'isola, Federico si rendeva conto di avere i giorni contati. A Castellamare, non lontano dalla capitale, una nave si teneva pronta a trasbordare il re in Africa. Federico cerc anche di ammansire Ottone, protestando di non avere alcun disegno segreto sull'eredit tedesca del padre e dichiarandosi disposto a una cospicua donazione in favore dei guelfi. Ottone, consapevole dei grandi vantaggi che gli sarebbero derivati dalla conquista della Sicilia, rispose con insolenza. Tutto era predisposto per valicare lo Stretto: una squadra navale pisana stava sopraggiungendo alla massima velocit; la vittoria era a portata di mano.
Tanta buona fortuna per i guelfi nel profondo sud non trovava corrispondenza nell'Italia settentrionale o in Germania. La spina nel fianco di Ottone non era l'inerme Federico, e neppure Innocenzo Terzo, bens Filippo Augusto di Francia. I rapporti di forza internazionali salvarono il papa e il trono siciliano. Il monarca francese era ansioso di creare un asse franco-svevo contro l'alleanza guelfo-inglese; in gioco era la possibilit di opporsi alle rivendicazioni territoriali inglesi (nel 1204 aveva sottratto la Normandia a Giovanni Senzaterra); vi era poi l'intricata questione delle Fiandre, terra di confine tra la Francia e l'impero, i cui conti e vescovi erano riusciti a conquistarsi una notevole indipendenza. Filippo, non senza ragione, aveva da tempo invitato Innocenzo a diffidare di Ottone Quarto. Comunque non fu per puro amore di Federico che Filippo Augusto, incoraggiato dallo sgomento del pontefice, suscit la resistenza in Germania all'espansionismo guelfo. Non che incontrasse soverchie difficolt: l'assassinio di Filippo di Svevia aveva prodotto soltanto una riconciliazione temporanea e le manovre di Ottone in Sicilia, avverse alla dinastia degli Hohenstaufen, avevano riscaldato gli animi degli ex seguaci di Filippo. Ne scatur la logica conseguenza che Federico dovesse essere eletto re di Germania: era senz'altro l'erede legittimo, spogliato dei suoi diritti dai guelfi. Nel 1211 giunse notizia a Federico dell'imprevista offerta del trono germanico, mentre nobilt e comuni dell'Alta Italia cominciavano a unire le loro forze contro il comune nemico. Il pericolo era evidente. La dominazione guelfa della penisola, muovendo verso nord dall'Italia centro-meridionale, avrebbe comportato (questo era il loro timore) la soppressione delle libert civiche per cui erano venuti a scontro con il Barbarossa. Non fu per possibile mettere insieme una Lega compatta come quelle del secolo precedente. Cremona si ribell a Ottone, Milano gli diede il benvenuto. In generale, le citt pro-imperiali del regno di Enrico Sesto fecero opposizione al guelfo, mentre quelle che avevano avversato gli Hohenstaufen si schierarono dalla sua parte. La scelta di campo era per spesso determinata da fiere rivalit intestine. Firenze era dilaniata dalla lotta tra gli Uberti, favorevoli alla casa sveva, e i loro rivali guelfi; sono questi gli anni, apprendiamo dal cronista Villani, in cui esplosero le ostilit nel segno del Guelfo e del Ghibellino. Faide familiari e competizione economica furono per le vere cause di tensione allora e durante le interminabili lotte dei due grandi "partiti" della politica italiana.
Il dilagare della rivolta in Germania e in parte della Lombardia capit al momento giusto. Ottone calcol di non potere impadronirsi della Sicilia trascurando la sfida che andava maturando a nord. Forse commise un errore: avesse catturato Federico e stabilito solide basi in Palermo, probabilmente la sua autorit non sarebbe evaporata cos in fretta. Pu darsi che contasse di soffocare sul nascere l'ammutinamento. Procedendo rapido alla volta della Germania, tenne corte a Lodi prima di attraversare le Alpi, e parve che tutta la Lombardia si adunasse per rendergli omaggio. In realt molti comuni strategici non erano rappresentati, quanto meno dal governo in carica.  anche vero che la macchina propagandistica di Ottone si era messa in moto con fragore: Federico era dipinto come il fantoccio del papa; e la pretesa di quest'ultimo di immischiarsi nelle elezioni tedesche era esplicitamente criticata anche da coloro, come il poeta Walther von der Vogelweide, che in passato avevano stigmatizzato le ambizioni guelfe. I mutevoli umori di Walther rispecchiano lo sconcerto dei principi tedeschi. Da un lato essi auspicavano un sovrano in grado di metter fine alle guerricciole, impartire la giustizia e difendere la Germania dagli inganni papali; dall'altro si rendevano conto che gli obiettivi di Ottone andavano al di l della Germania o della Lombardia, aprendo prospettive di defatiganti conflitti con il papato in Italia e con un Hohenstaufen in Sicilia per il quale molti nutrivano simpatie nostalgiche.
Federico intanto era appena stato allietato dalla nascita di un figlio, cui aveva dato nome Enrico in ricordo di un grande imperatore della stirpe degli Hohenstaufen. Poco dopo la nascita si venne a sapere che i feudatari ribelli a Ottone reclamavano la presenza di Federico in Germania per assegnargli la corona. Per di pi il pontefice aveva aderito alla proposta; non gli restava molta scelta, anche se cerc di dettare condizioni: Enrico doveva essere immediatamente incoronato re di Sicilia - non per timore che Federico potesse restare in Germania ma al fine di tener separati i due troni. Precauzione del tutto ragionevole visto che il regno siciliano era ancora convalescente dopo l'aggressione di Ottone; molti baroni italiani facevano il tifo per un pronto ritorno del re guelfo, per cui lasciare in simili frangenti la Sicilia comportava un atto di coraggio, o per meglio dire di folle temerariet. Numerosi consiglieri si pronunciarono contro la partenza, tirando in ballo le vecchie argomentazioni della defunta madre di Federico: la Germania era un potentato straniero, con i cui affari la Sicilia poco aveva a che spartire, se non come bersaglio per le armate di imperatori troppo zelanti.
Occorreva ad ogni modo sdebitarsi con il papa. Vennero rinnovate le promesse di Costanza circa i rapporti tra la Sicilia e la Santa Sede. Innocenzo colse al volo l'opportunit di rendere pubblico il suo benestare a Federico, rimpicciolendone cos in una certa misura l'autorit, cos come si era verificato con la madre. V'era materia di riflessione sul potere del papa di scegliere e deporre gli imperatori: aveva posto la corona sul capo di Ottone; ora gliela toglieva. Federico si rec a Roma per essere acclamato (ma non ancora incoronato) imperatore romano dal "populus Romanus", su istigazione papale. In seguito Federico avrebbe cercato di trarre il massimo dalle circostanze. I suoi addetti alle relazioni pubbliche sostennero che "non il papa, n i principi tedeschi, ma il popolo romano, s, proprio la gloriosa Roma, lo aveva lanciato, come una madre partorisce il figlio, verso le pi alte vette dell'impero": insulsa verbosit. Ma nella realt dei fatti egli rese atto di vassallaggio al pontefice, reiter l'impegno di rispettarne l'alta sovranit e ricevette da lui denaro per far fronte alle dispendiose campagne militari. Non di meno l'aria era satura di commozione. Federico era giovane, privo di risorse pecuniarie e di un esercito degno di questo nome; ma parecchi principi tedeschi e italiani gli avevano fatto professione di lealt (per quel che poteva valere). Innocenzo aveva puntato su di lui tutte le sue carte, ma in Sicilia e in Germania si sprecavano pessimismo e derisione.
La flotta pisana, in appoggio a Ottone, stazionava al largo delle coste dell'Italia meridionale, ma Federico riusc a eluderla (va detto, a onor del vero, che Pisa per la maggior parte della sua storia fu alleata e non nemica degli Hohenstaufen). Ad ogni buon conto l'opposizione della repubblica marinara toscana era nel 1212 il modo migliore di assicurarsi l'appoggio di Genova. Durante la fanciullezza di Federico, le due citt avevano trovato nuova occasione di contrasto per il controllo di Siracusa. Ebbero la meglio i Genovesi. Tra i vincitori vi era Enrico "il Pescatore", conte di Malta, potenziale signore di Creta e corsaro di vasta fama, per conto dei Genovesi. Il primo maggio Federico approd a Genova in sua compagnia. La citt contava sul successo del giovane sovrano: nel senso letterale, visto il contributo di 2400 sterline. In contraccambio ottenne la conferma degli eccezionali privilegi mercantili (leggi: esenzione totale dai dazi doganali) che Marcovaldo aveva loro concesso. Non era il momento di cavillare; Federico serb la sua irritazione per tempi migliori, promettendo anzi al Consiglio 575 libbre d'oro, pi che sufficienti a saldare il debito contratto ma forse visti in chiave di compenso per la mancata attuazione da parte di Enrico Sesto dei generosi termini del trattato con Genova sottoscritti prima della conquista della Sicilia. Molti sono dell'opinione che i due mesi e mezzo di indugio in quella citt siano stati imposti a Federico da strade e valichi alpini ritenuti malsicuri. Eppure il soggiorno genovese non and completamente sprecato. Le rappresentanze dei comuni lombardi contrari a Ottone ebbero la possibilit di veder da vicino il loro candidato all'impero. I Pavesi si offrirono di partecipare alle spese di viaggio. I Cremonesi, filo-svevi per tradizione, furono naturalmente deliziati della sua presenza. Restavano per delle sacche di resistenza, in particolare per l'ostinazione dei Milanesi nel voler catturare Federico - come vedremo, i loro tentativi non fecero che accrescere la straordinaria reputazione del re.
Federico dovette di necessit seguire un itinerario tortuoso, balzando dall'una all'altra citt a lui favorevole e zigzagando attraverso le Alpi in modo da evitare i seguaci di Ottone. Il primo test significativo della determinazione di Federico, e anche delle sue condizioni fisiche, ebbe luogo lungo la via per Cremona, dopo l'attraversamento di Asti e Pavia. Un plotone milanese pattugliava le rive del Lambro e i barcaioli di Piacenza passavano al setaccio i fiumi lombardi in cerca di chiatte che potessero trasbordare il sovrano. Furono i Milanesi a "beccare" Federico e il suo manipolo di cavalieri pavesi sul margine appena raggiunto del Lambro, sotto gli occhi della scorta cremonese che l'attendeva dall'altra parte. Al momento dell'attacco, l'intera compagnia si stava concedendo un meritato quanto breve riposo per esser riuscita a sfuggire sino a quel momento al nemico. Colti di sorpresa, molti cavalieri furono massacrati o fatti prigionieri. Federico prese a volo un cavallo non sellato e lo spinse in acqua guadagnando l'opposta sponda. L'annalista milanese mise in burla la precipitosa fuga del re: "Ruggero Federico bagn il fondo delle brache nel Lambro". Ma era salvo.
Meno pericolosa fu la tappa successiva, via Mantova sino a Verona. Le vere difficolt gli stavano davanti. Occorreva infatti superare le Alpi schivando il territorio bavarese, essendone il duca un partigiano di Ottone Quarto. A nord di Verona gli erano sfavorevoli anche i signori di Merano, nell'Alto Adige o Sud Tirolo. Preclusa la rotta pi ovvia, fu perci giocoforza passare per l'Engadina verso le terre di un prelato simpatizzante, il vescovo di Chur. Aveva infine raggiunto la Germania e, con essa, i suoi alleati. Notizie del suo arrivo rimbalzavano da un abate svizzero all'altro; accorrevano truppe. Ormai lo attorniavano poco meno di trecento cavalieri, in massima parte forniti dagli ecclesiastici. La "longa manus" di Innocenzo si faceva sentire.
Rimaneva per un ostacolo che avrebbe potuto rivelarsi fatale. Ottone Quarto si stava muovendo a marce forzate verso la citt di Costanza. Era imperativo batterlo sul tempo e ottenere un appoggio incondizionato, pena il fallimento dell'impresa. Ma il tempo era poco. Gi i cuochi di Ottone erano a Costanza per prepararvi un fastoso ricevimento. L'imperatore stazionava sulla sponda opposta del lago; l'arrivo era questione di ore. Sbucato come per incanto dal nulla, Federico si present sotto le mura. Il vescovo locale paventava una scelta azzardata. Cerc di tergiversare. Ma Federico mise a buon frutto i suoi legami con il papa. Ogni minuto contava. Il legato papale, l'arcivescovo di Bari, aveva dato il suo verdetto: non era stato Ottone colpito da scomunica? E dunque non era sbagliato dargli accoglienza e sfidare la volont di Innocenzo? Il vescovo di Costanza rimase perplesso. Ma apr le porte: il giovane re entr, arring i cittadini affinch difendessero la sua corona (fortificando il ponte su cui doveva passare Ottone). Nel volgere di tre ore Federico aveva convinto la citt all'obbedienza. Guillelmus Armoricus rifer in Francia che, ove Federico avesse tardato tre sole ore, la Germania non sarebbe mai stata sua.
Si pu parlare soltanto di sorpresa? L'impresa di Federico riusc proprio perch il suo potere sembrava fragile, il suo nome un'ombra di glorie che furono. Ma, d'improvviso, miracolosamente eccolo presentarsi di persona a invocare l'aiuto divino. Gli storici moderni potrebbero attribuirne il successo alla fortuna, qualunque cosa intendano con questo termine. Senza dubbio l'ingresso in Costanza fu dettato dall'urgenza; non poteva naturalmente prevedere l'esito finale. Crebbe in Federico la convinzione che questo fosse l'ineluttabile corso degli eventi, che Dio lo guidasse non soltanto al soddisfacimento dei suoi diritti, ma all'inaugurazione di una nuova era. Va da s che il trionfo ottenuto a Costanza non gli spalanc tutte le porte della Germania. Ma si rinsald la fiducia nelle file della nobilt tedesca. Federico intuiva di poter acquistare consenso ancor pi solido confermando i privilegi politici e fiscali delle citt e dei principi germanici. Si guard bene dall'interferire nelle libert dei suoi sostenitori, ma anzi si propose come difensore di quelle stesse libert. Si assicur cos Basilea e Strasburgo e inizi una progressione verso il Reno, puntando al Nord della Germania. Qui si trovavano le citt pi importanti, sede degli elettori episcopali, e qui erano trincerati alcuni dei pi irriducibili fautori di Ottone. Federico, ormai sostenuto da forze considerevoli, anelava allo scontro frontale; Ottone si lasci sospingere a nord, e la ritirata guelfa sembr volgersi in rotta. Tutto si era svolto in un lampo. Federico aveva raggiunto la Germania verso la met di settembre; ai primi di ottobre il suo avversario era gi stato costretto a rifugiarsi nell'amica Colonia. Fiorenti erano gli scambi commerciali di questa citt con l'Inghilterra e Ottone, alleato della Corona inglese, era sempre pi tentato di richiederne il soccorso. La casa reale d'Inghilterra era infatti ansiosa di sferrare un colpo decisivo alla monarchia francese e arcinoti erano i legami di Federico con Filippo Augusto. Giovanni Senzaterra sperava di recuperare i suoi beni in Normandia, per cui vi erano ottime probabilit che Ottone riuscisse a coinvolgerlo in una campagna comune.

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6.

Il brillante avvio non diede alla testa a Federico. La plebaglia tedesca lo aveva accolto con straordinario trasporto ed emozione. In Alsazia era stato acclamato con ardore. Davide contro Golia. Il puro, innocente fanciullo, "puer Apuliae", "giovinetto di Puglia", venuto a raccogliere la sua eredit. Il fatto stesso di esistere simboleggiava il ritorno alla giustizia. L'orfano diseredato, soggetto alle clausole della Magna Charta in Inghilterra, non era in questo caso un insignificante vassallo alienato nei suoi diritti da un tiranno (come in Inghilterra sotto Giovanni), ma un autentico sovrano in carica, espropriato dal Guelfo pigliatutto. Un tema facile da sfruttare. Federico non si cur dell'epiteto "giovinetto", ma in realt si dimostr tutt'altro che immaturo nelle trattative con i feudatari tedeschi o Filippo di Francia. Anche in questo frangente drammatici episodi contribuirono ad "abbellire" la realt: la necessit di un'alleanza difensiva contro Ottone indusse Federico a partire alla volta di Vaucouleurs per incontrarvi Luigi, figlio di Filippo. Durante il viaggio gli venne teso un agguato. Giuntagli voce di un tentativo di ucciderlo nel sonno, Federico scambi letto con un servitore. Il poveretto ci lasci effettivamente la pelle. Dando per scontate probabili esagerazioni o invenzioni di sana pianta, risulta comunque evidente che i racconti delle mirabolanti fughe ed imprese del re investivano il mondo intero: l'autore di questa storia viveva nel regno di Gerusalemme. A Vaucouleurs Federico riscosse quanto si era prefisso: una promessa di azione congiunta contro i comuni nemici; una considerevole quantit di denaro (20000 marchi), non tanto per le spese militari quanto per sedurre e ricompensare i principi tedeschi - ancorch di spese militari si trattasse, sia pure in forma indiretta, tenuto conto che i grandi feudatari avevano ai loro ordini le considerevoli forze di cui Federico aveva bisogno e che mai da solo sarebbe riuscito a procurarsi.
Eletto formalmente re il 5 dicembre a Francoforte, Federico venne incoronato re dei Romani quattro giorni appresso a Magonza. Non pot per indossare gli abiti imperiali, che erano in mano al suo rivale (difficile stabilire se si trattasse delle antiche vesti normanno-siciliane portate da Enrico Sesto o di un corredo teutonico), n, con maggior dispiacere, la possente corona di Ottone il Grande, anch'essa affidata a Ottone Quarto e da rintracciare ad ogni costo prima della consacrazione in Roma. Questo primo riconoscimento fu il preludio di un cambiamento di strategia, ora pi orientata all'offesa; Federico prese a radunare le sue forze nelle basi di Hagenau in Alsazia e nei castelli svevi. Il pericolo, certo meno incombente, non si poteva ancora dire scongiurato. Comunque la lotta fu cosa ben diversa da quello che Kantorowicz defin il famoso duello tra "tipi estremi delle due razze", il rustico guelfo contro il raffinato ghibellino. In realt culmin in una battaglia combattuta non tra Federico e Ottone ma tra quest'ultimo e Filippo Augusto, a Bouvines, a cavallo della frontiera tedesca, nel 1214. Le milizie inglesi di Giovanni erano gi state messe in fuga, sotto l'urto poderoso di Luigi, figlio di Filippo. Sorte analoga tocc poco dopo ai guelfi. La vittoria rinsald i Francesi nelle Fiandre e rafforz la presa di Filippo sulle terre a suo tempo sottratte agli Inglesi. Bouvines signific un periodo di stabilit anche per la Germania. L'edificio di Ottone si sbriciol. Il ducato di Brabante, che aveva fornito soldati a Ottone, si vide costretto a sottomettersi a Federico. Simbolica, come  stato osservato di recente da alcuni storici, fu la caduta nelle mani di Filippo Augusto di un'aquila d'oro rinvenuta tra i bagagli di Ottone Quarto. Il sovrano la consegn a Federico, con ci legittimandone appieno il nuovo status.
Sarebbe ad ogni modo sbagliato dare eccessivo risalto all'impatto di Bouvines. Vi erano ancora nuclei di resistenza: Aquisgrana, con la tomba di Carlomagno, antica sede dell'Impero Romano d'Occidente, e poi Colonia (dove aveva trovato riparo Ottone) e naturalmente la Sassonia guelfa che continuava a preferire il suo imperatore, prodotto per cos dire in casa. Caduta Aquisgrana senza vero spargimento di sangue nell'estate del 1215, a Federico si present il destro di mostrare al mondo i segni della sua regalit. Il 24 luglio fece il suo ingresso in citt; il 25 vi ricevette la corona. Questa seconda investitura era resa necessaria dalla tradizione secondo la quale proprio qui, con gli opportuni paludamenti, venivano unti e coronati i re dei Romani; la precedente cerimonia a Magonza aveva avuto tutti i crismi della legalit, ma non aveva inserito visivamente Federico nella linea continua degli imperatori romani d'Occidente. Uno dei suoi gesti emblematici fu il dar nuova sepoltura al corpo di Carlomagno in un grande reliquiario d'oro e argento, affaccendandosi insieme agli operai incaricati di installare la novella tomba nella cattedrale di Aquisgrana. Era questo infatti la figura mitica cui si erano costantemente ispirati gli imperatori occidentali: Ottone Primo, nel rinnovare l'impero; Ottone Terzo, nel proclamarne il carattere romano; Federico Barbarossa nel dichiarare Carlomagno santo. A ribadire il legame con gli eroi del passato, Federico conferm alla citt di Aquisgrana i privilegi che in origine (cos si diceva) erano stati accordati dal creatore del Sacro Romano Impero.
L'intenzione di diventare il nuovo Carlomagno venne annunciata con assoluta chiarezza durante il rito dell'incoronazione. Era infatti opinione corrente che il pi famoso dei Carolingi non fosse stato soltanto, e per molti versi, il difensore del papato e il restauratore della dignit imperiale, ma anche l'antesignano dei crociati, il martello dei pagani nell'Europa orientale (ivi compresi i Sassoni, a quell'epoca idolatri, progenitori dei duchi guelfi!), in Spagna, come asserivano le leggende di Orlando, e nella stessa Terra Santa. La visione di Carlomagno come imperatore e crociato esemplare influenz profondamente Federico in Aquisgrana; non meno della memoria dell'altro Federico, suo nonno, che aveva perso la vita nel tentativo di liberare il Santo Sepolcro, e fors'anche dei piani di Enrico Sesto, che ben aveva compreso il valore strategico di Puglia e Sicilia per la riconquista dei luoghi santi. Le cronache denunciano sorpresa per lo svolgersi della cerimonia, ma in questo contesto la sorpresa sembra fuori luogo. Federico, risoluto a non dar adito a dubbi, appena conclusa la funzione prese la croce e i voti, alla maniera di un crociato, esort i suoi accoliti a fare altrettanto e trascorse la giornata seguente, una domenica, nella cattedrale dall'alba al tramonto, prestando ascolto ad acconci sermoni. Principi e uomini di minor lignaggio accolsero l'invito di Federico. A quanto risulta un po' meno compiaciuto nell'udire di questi eventi fu Innocenzo Terzo. La disponibilit in quel giorno di predicatori della guerra santa non era certo una coincidenza e veniva fatto di pensare che l'intero disegno fosse stato ordito da Federico. Eppure i predicatori non erano l per arringare l'imperatore-eletto. Loro compito era raccogliere un esercito per la progettata crociata contro Damietta, alle foci del Nilo: la cosiddetta Quinta Crociata. Un altro pontefice osserv che Federico aveva agito di testa propria, senza consultare la Santa Sede;  verosimile che pochi nel suo entourage fossero a conoscenza di quanto andava maturando;  altres possibile che l'idea sia germogliata nell'intensa atmosfera religiosa ed emotiva della liturgia dell'incoronazione. Aveva combattuto, con successo, per riavere la sua eredit; non era giusto che combattesse anche per quella di Cristo?
Il fatto stesso di trovarsi a Aquisgrana era ai suoi occhi prova sufficiente della benedizione divina. In una lettera scritta qualche anno pi tardi egli ricorder di avere intravisto la possibilit di "ripagare Dio per i molti doni che ha riversato su di noi". Quale valore poteva avere una solenne promessa di fronte all'atto di sacrificio sulla croce? Combattere per la difesa della Terra Santa era il modo migliore, per quanto inadeguato, in cui potesse esprimere a Dio la sua gratitudine e al contempo servirlo in concreto. Va sottolineato che il fregiarsi della croce aveva di per s una sconvolgente importanza simbolica: la croce del crociato rappresentava la croce della redenzione, sollevata sul Golgota fuori di Gerusalemme, ritrovata dalla madre di Costantino nei pressi della futura chiesa del Santo Sepolcro, presa dal Saladino, insieme alla stessa Gerusalemme, nel 1187 e, come Gerusalemme, in urgente bisogno di riscatto. A un re che, senza grosso sforzo, poteva riunire sotto il suo comando con tanta rapidit quasi tutta la Germania era fatto obbligo di mettere a disposizione di Dio le armi, le capacit, le risorse che aveva raccolto.
Ci nonostante l'assunzione della croce viene dai pi giudicata un esempio di sottile arte di governo. Vi  la tendenza a ricercare significati reconditi in tutti gli atti di Federico, ma questo in particolare pare la conseguenza di impetuosit o di una passione a lungo fermentata ma personale piuttosto che di freddo calcolo. Aveva parlato del suo disegno a Innocenzo Terzo durante il loro incontro in Roma? Senza dubbio qualche accenno dovette saltar fuori: era un argomento sulla bocca di tutti. Ma Innocenzo era certo pi a suo agio con l'immagine del "puer Apuliae", elevato al trono con il suo beneplacito, asservito anche per mezzo di concessioni inerenti la Chiesa e il governo secolare in Sicilia e Germania. La decisione di Federico di farsi crociato mandava in frantumi quell'immagine, che tante canzonature aveva procurato al re sin dal 1212; e Federico probabilmente ne era consapevole. Al ruolo di Filippo Augusto nell'organizzazione della crociata si sarebbe aggiunto quello di un sovrano ancor pi potente, l'imperatore-eletto. La Francia era da tempo la nazione guida in questo campo, nonostante l'attivismo degli Hohenstaufen. Ma l'ideale di un imperatore crociato, peraltro proiettato in oracoli e "profezie" contemporanei, non era tramontato con Federico Barbarossa. Pi significativamente, l'impegno della croce spoglio di assenso papale implicava che la leadership della crociata avesse a che fare con il braccio secolare, nella persona dell'imperatore, almeno quanto con quello spirituale. Sebbene nel diritto canonico toccasse al papa proclamare e ordinare la predicazione della crociata, si era andata consolidando nei governanti laici la tendenza - basti pensare a Corrado Terzo - a porre la propria candidatura anche se il pontefice suggeriva un'astensione. Come vedremo, Federico dimostr notevole insofferenza per il controllo papale sul movimento crociato. L'iniziativa assunta ad Aquisgrana avrebbe portato negli ultimi anni del decennio successivo ad uno scontro con Roma talmente aspro da indurlo a rammaricarsi degli ardori giovanili. Se da un lato il papato si risent per il modo con cui aveva preso la croce, dall'altro avrebbe sempre fastidiosamente ricordato il giuramento.

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7.

La formale promessa di Federico rivela un discutibile ottimismo. La Germania era stata vinta, e pacificata, quasi d'un sol colpo. L'evidente sottovalutazione delle difficolt che si andavano profilando all'orizzonte ha provocato discussioni a non finire sul reale desiderio, o comunque sulla capacit di Federico di imporre la propria autorit al nuovo regno. Il contrasto tra la meticolosa programmazione del suo governo in Sicilia e l'apparente mancanza di interesse per le cose tedesche ha indotto gli storici a definire "abdicazione" il suo comportamento in Germania. A sentire Barraclough egli "sacrific deliberatamente" la possibilit di foggiare un governo tedesco centralizzato utilizzando il materiale plasmato da Federico Barbarossa e dal suo corpo di "ministeriales". A riprova della sopravvivenza delle necessarie infrastrutture, pronte ad essere elaborate e sfruttate, l'autore cita l'iniziale successo del regime di Federico in Alsazia, con base a Hagenau. Le rimesse dalle citt germaniche avrebbero potuto, intorno agli anni quaranta, assicurare alla Corona solide fondamenta finanziarie, ma gi nel 1213, con la bolla di Eger, il neo-sovrano aveva riconosciuto le esenzioni, giudiziarie e fiscali, degli ecclesiastici tedeschi, confermando allo stesso tempo i privilegi dei principi secolari che lo avevano appoggiato. In altri termini, il prezzo pagato per la corona era di poco inferiore alla sovranit di cui quella stessa corona era simbolo. Ma soprattutto l'apparato confessionale acquisiva per questa via la direzione di alcuni dei pi fiorenti centri urbani della Germania, in un periodo di espansione economica e sommovimenti interni proiettati verso un'amministrazione municipale indipendente sul modello delle citt-stato italiane. Laddove non si esercitava il controllo politico dei vescovi, Federico si mostr incline a garantire condizioni assai favorevoli; erano le cosiddette "citt imperiali" che, poco a poco, si videro sanzionare dal nuovo re il diritto di riscuotere tasse, eleggere governi e amministrare la giustizia. Insomma, con le citt episcopali Federico delegava il potere alla curia; con quelle imperiali, si mostrava condiscendente nei confronti dei cittadini; di prendere in mano le redini, non aveva alcuna intenzione. A parte qualche caso sporadico in cui si riserv il diritto di intervenire nella nomina alle alte cariche cittadine, il tono della sua politica fu eccezionalmente liberale. Anche in Alsazia, dove pure nel 1215 godeva di indiscussa autorit, si dimostr molto conciliante, accordando, ad esempio, statuti speciali a citt come Colmar. Ad ogni modo entro il 1219 era riuscito a raccogliere sotto il suo generoso patronato numerose citt della Germania centrale, non esclusa la lontana Norimberga.
L'evidente contrasto tra una liberalit premeditata, nei confronti di nuclei urbani non-episcopali come Norimberga, e un conservatorismo riduttivo, nei riguardi di potenziali comuni nelle aree controllate dalla Chiesa, ha suscitato grandi perplessit. Secondo Van Cleve, l'appoggio liberale rappresenta il vero Federico, che si sarebbe reso conto di non potere, nei suoi rapporti con i prelati, pregiudicare la posizione della Corona riconoscendo libert civiche cui si opponevano i principi del clero. La "Confederatio cum principibus ecclesiasticis" del 1220, un decreto in cui Federico concedeva ai vescovi poteri di governo in pratica illimitati, sembra essere il culmine di questa politica; il re rinunciava ad ogni possibilit di imporre nuove tasse sui domini ecclesiastici, si obbligava a non intralciare la volont della curia in materia di successione ai feudi, si impegnava a non edificare citt o fortezze sulle propriet vescovili. Federico sembrava avere come obiettivo la creazione di un mosaico di principati territoriali, in special modo a conduzione ecclesiastica, vuoi per senso di realismo, vuoi per gratitudine verso coloro che lo avevano servito, vuoi infine per l'impazienza di essere libero di dedicarsi a imprese di maggior impegno: l'incoronazione imperiale in Roma, la crociata e (non ultima) la restaurazione dell'autorit regia in Sicilia. Le sottigliezze della politica tedesca poco interessavano a Federico in questa fase della sua vita. Un giorno il figlio (Enrico Settimo) glielo avrebbe rimproverato. Il fatto  che la sua mente era volta a traguardi imperiali, nel senso pi ampio: la leadership della cristianit contro gli infedeli; l'affermazione dell'autorit dei Cesari in tutto il mondo cristiano, comprese la Lombardia e la Sicilia; la definizione di un accettabile "modus vivendi" con il papato.
Da secoli in Germania la facevano da padroni i grandi feudatari; a questo in un certo senso si riduceva il paese - un vasto, rudimentale regno in cui i principi avevano il monopolio del potere, ed uno di loro possedeva, non per la sua famiglia ma vita naturaldurante, la corona dell'impero romano. Quale sovrano universale, l'imperatore concedeva autorit per delega: ai "reguli" o re minori d'Inghilterra, Castiglia e via dicendo e, nel cuore della Germania, ai vescovi, duchi ed altri esponenti dell'alta nobilt. Il sistema della procura lasciava all'imperatore la supervisione degli affari tedeschi, ma non gli dava possibilit di ficcanasare al modo inglese o siciliano. D'altra parte sarebbe ingiusto immaginare che l'indirizzo politico di Federico in Germania fosse una svendita al papato, cio che egli non fosse riuscito a svincolarsi dalla tutela del pontefice. I vescovi tedeschi non brillavano certo per lealt al Santo Padre; si ha motivo di pensare che Federico supponesse con la sua generosit di legarli pi strettamente a s che a Roma. Ma l'accresciuta libert d'azione non fece che stuzzicare il loro appetito, inducendoli a ritenersi di nuovo arbitri degli ardui problemi con cui dovevano misurarsi la Germania e l'impero: le relazioni tra Federico e il papato e, udite udite, negli anni quaranta, lo stesso riconoscimento di Federico come re.
Tuttavia  altres evidente che Federico si riprometteva di far dell'impero il punto focale della sua politica. La Sicilia rimaneva una fonte di preoccupazione - aveva dovuto assentarsi prima di aver potuto procedere a un riordinamento efficace; numerosi signori della guerra tedeschi dovevano ancora essere imbrigliati; i Genovesi abusavano dei loro privilegi; ma, a tutto il 1216, ancora era disponibile ad accogliere le richieste papali per una separazione della Sicilia dall'impero, convinto che per questa via avrebbe favorito gli interessi sia della Chiesa che del regno siciliano; era dunque pronto a lasciare la Sicilia al figlio Enrico, incoronato in tenera et, affidandone il governo a persona che sarebbe stata soggetta e devota alla Santa Sede. Questa dichiarazione a Innocenzo Terzo  per vari motivi sorprendente. Le esperienze dell'infanzia avevano insegnato a Federico quanto fosse precaria la posizione del pontefice in Sicilia e nell'Italia meridionale. D'altronde v' motivo di supporre che Federico ambisse con qualche fondatezza alla consacrazione di Enrico a suo erede in Germania. Entro certi limiti, le concessioni ai principi tedeschi erano finalizzate a catturarne l'appoggio per il riconoscimento di Enrico come co-sovrano. Sarebbe per azzardato scorgere in questa manovra un piano machiavellico. Nel 1216 il panorama si presentava interessante, ma il cielo non era ancora sgombro di nubi. Ottone Quarto godeva pur sempre di credito ed era necessario mettere alla prova, nella distruzione finale dei guelfi, le profferte d'aiuto della feudalit teutonica. La presenza sul suolo germanico di un monarca alternativo, sia pur costretto a rifugiarsi in Sassonia, era motivo d'inquietudine. Logico quindi che Federico brigasse per ottenere la successione a un Hohenstaufen. La preventivata crociata, o la necessit di occuparsi dell'Italia settentrionale e della Sicilia, potevano tenerlo lontano dalla Germania per anni. Occorreva trovare il modo di garantirsi la lealt tedesca, per l'appunto magari attraverso il principe Enrico. Innocenzo poteva comunque dormire sonni tranquilli: non era sua intenzione venir meno alle idee paterne; "regnum" e impero erano entit separate ed era perci inopportuno che fossero riunite in una sola persona. Soltanto la seconda parte dell'enunciato esula dagli orientamenti di Enrico Sesto, ma nell'insieme vi si pu per contro leggere un'inequivocabile denuncia dell'operazione con cui Ottone Quarto aveva cercato di schiacciare ad un tempo il papa e gli Hohenstaufen: l'invasione della Sicilia, con il pretesto che era parte integrante dell'impero. Per la Santa Sede i termini del problema guelfo si erano rovesciati in conseguenza del successo di Federico: Ottone aveva minacciato di invadere la Sicilia partendo da una base consolidata in Germania; ora Federico aveva conquistato, o per lo meno imposto la sua signoria in Germania muovendo a nord dalla Sicilia. Era dunque necessario rassicurare Innocenzo che l'unione delle corone aveva carattere temporaneo. Era ragionevole che l'unico figlio (sinora) di Federico ereditasse la Sicilia, dove pareva meglio fondata la successione dinastica con l'avallo del pontefice; il futuro della Germania sarebbe dipeso dalla fecondit di Federico, dall'ascendente papale e, non ultimo, dai feudatari tedeschi, ecclesiastici e laici.
Un esempio dell'abilit diplomatica di Federico ci  fornito dai rapporti intessuti con il re di Danimarca, Valdemaro. Nel 1214 rinunci ai diritti della monarchia tedesca sullo Schleswig, o Slesvig, una regione di confine che comunque gi i Danesi occupavano. Una soluzione pragmatica, senza dubbio, ma con implicazioni che rivelavano notevole sagacia: il sostegno dei Danesi consentiva a Federico di tenere sotto pressione la roccaforte guelfa nella Germania settentrionale. A partire dal 1216 divamp una lotta senza quartiere tra le due casate (con l'aggiunta dei Danesi) attorno a Brema e agli estuari dell'Elba e del Weser. L'obiettivo strategico non era tanto la botta risolutiva, quanto il tenere inchiodato Ottone nel suo feudo, impedendogli di ostacolare i piani di Federico pi a sud: l'assoggettamento degli Hohenstaufen nel Nord della Svizzera e l'estensione della sfera di influenza degli Zhringen nei Paesi Bassi e in Lorena. Qui i problemi erano soprattutto di natura dinastica e, laddove qualche anno prima i pretendenti avrebbero richiesto, e ottenuto, l'appoggio guelfo o ghibellino, oggi la capacit di intervento di Ottone era decisamente compromessa. La Germania non era ancora pacificata, ma ormai la lotta si era raggruppata nelle regioni nord-orientali. N Ottone era cos incrollabile nella sua risoluzione. Nel 1218, sentendosi prossimo alla fine, diede istruzioni al fratello maggiore, Enrico, di tenere in custodia i simboli del potere imperiale, sacra lancia e corona di Ottone il Grande incluse, ma di consegnarli venti settimane dopo la sua morte all'eletto dei principi tedeschi. Se poi questi, rinunciando alle loro funzioni elettive, avessero accettato Federico di Hohenstaufen, cos fosse. Enrico di Brunswick la tir in lungo: agli emblemi imperiali si annetteva uno speciale significato, poich il loro possesso santificava e recava prestigio. Nell'estate del 1217 Federico ne aveva ottenuto per la consegna. Soldato della croce, futuro liberatore di Gerusalemme, finalmente poteva impugnare la lancia che (si diceva) aveva trapassato il costato di Cristo crocifisso; quanto alla corona imperiale degli imperatori ottomani, adorna di smalti che evocavano Davide e Salomone, indossata dal padre e dal nonno, la teneva saldamente in mano - ma non ancora sul capo.
Poteva ora volgersi a due grandi obiettivi: l'incoronazione in Roma, con il diadema da poco riacquistato, e la crociata. Entrambi interessavano da vicino il nuovo pontefice, Onorio Terzo, tutto sommato d'indole conciliante, rigido per quanto concerneva i diritti papali, ma ragionevolmente soddisfatto che lui e Federico potessero cooperare per il bene della cristianit. Qualche dubbio invero nutriva sul reale desiderio di Federico di porsi a guida di una crociata, anche se ogni riluttanza nasceva da motivi di ordine pratico: Federico era con tutta evidenza bloccato in Germania, nell'impossibilit di organizzare in tempi brevi una massiccia spedizione; e il futuro degli Stati latini in Oriente era questione della massima urgenza. Federico Secondo non poteva vestire i panni di Federico Primo, l'imperatore crociato che si era riconciliato con i sudditi e col papato; la sua presenza era richiesta in Europa, ma nulla gli vietava di prestare supporto materiale. La Quinta Crociata era partita col piede giusto, anche senza la guida di Federico; il primo bersaglio, Damietta, era stato centrato, ma l'iniziale successo non era poi stato sfruttato a dovere. Nel dicembre 1218 Federico, trepidante sull'esito della crociata, inform i principi del suo proposito di raggiungere l'esercito cristiano l'anno seguente e indisse una dieta che si sarebbe dovuta tenere nel marzo 1219 per nominare un reggente durante la sua assenza.
Era semplicemente impossibile contemperare le disperate necessit dell'Oriente latino con le persistenti distrazioni della Germania. Magdeburgo rimase allo stato di intenzione, nonostante Federico si tenesse in ravvicinato contatto con i grandi del regno per un altro scopo: l'insediamento del figlio Enrico sul trono germanico. Viene spontaneo pensare a un tentativo di guadagnar tempo, nella certezza che andasse maturando il clima politico favorevole all'elezione. Ma la nomina, considerati i pericoli dell'impresa in Oriente, aveva una sua logica: non era affatto detto che il neo-sovrano tornasse dall'Egitto o dalla Siria e, come abbiamo visto, potente nel succedersi delle generazioni si era affermato il desiderio di garantire la continuit degli Hohenstaufen. In realt Federico era animato da tale fervore che invit il papa a scomunicare chiunque non avesse ottemperato al suo giuramento di crociato, suggerendo come limite invalicabile il 24 giugno 1219. Sfortunatamente lo stesso Federico rischi di incappare in questo provvedimento; nel 1220 ancora indugiava e Onorio Terzo si vide costretto a rammentargli le conseguenze cui poteva andare incontro. I futuri papi avrebbero ricordato con diletto questa discussione. Tuttavia  lampante che la mancata partenza di Federico non era da imputare al raffreddarsi dell'entusiasmo giovanile. Lo rodeva l'impazienza ma, sintantoch Enrico non fosse stato nominato suo erede, la crociata sarebbe stata un rischio eccessivo, almeno per quanto riguardava la Germania. Riusc a fatica nell'intento soltanto nel 1220, ormai sottoposto a un vero bombardamento di sollecitazioni papali. La situazione per intanto a Damietta si era fatta disperata sotto il poderoso impatto delle torme del sultano d'Egitto, al-Kamil. I crociati avevano rifiutato un'offerta straordinariamente generosa, che contemplava la restituzione di Damietta in cambio di Gerusalemme e del relativo regno quale si configurava prima della vittoria di Saladino nel 1187 - avevano peccato d'ottimismo, ma ora sembrava che tutto fosse perduto.
La risposta di Federico doveva svolgersi su due piani: nell'immediato, bisognava soccorrere con tutti i mezzi possibili la missione in Terra Santa; in prospettiva, gli correva l'obbligo di affrettare le cose in Germania, consapevole che avrebbe potuto assentarsi soltanto dopo essersi assicurato l'incondizionato appoggio dei principi tedeschi e scongiurato il pericolo di un risveglio guelfo o di una guerra civile. Abbiamo gi osservato che la "Confederatio" del 1220, conosciuta altres come "Privilegio in favore dei principi ecclesiastici", fu un tentativo di riportar pace in Germania attraverso il consenso dei vescovi - l'unica forza che, in caso di elezione contrastata o ribellione aperta, potesse far pendere la bilancia dalla parte desiderata, facendo leva sui feudatari-elettori e sfruttando adeguatamente gli "scriptoria" e l'apparato propagandistico di abbazie e diocesi. La sostanza del privilegio era l'accettazione da parte di Federico del principio di non ingerenza nell'amministrazione e successione dei beni della Chiesa in Germania. Motivi sclerotizzati di disaccordo erano i tribunali ecclesiastici, la confisca o quanto meno la conduzione temporanea delle sedi vacanti, il controllo dei valvassori, il diritto di batter moneta e di intascare tributi commerciali. I desideri della nobilt clericale furono soddisfatti fino in fondo. Per molti si tratt di una semplice conferma, in un editto imperiale, di privilegi individuali strappati durante la lotta tra le casate di Baviera e Hohenstaufen, ovvero di diritti consuetudinari acquisiti nel corso di decenni di semi-anarchia. Non si dovrebbe perci annettere soverchia importanza alle concessioni di Federico. I principati ecclesiastici erano una realt; pochissimo si poteva fare per restringerne l'autonomia, pena la rinuncia al loro sostegno politico. N sarebbe giustificato supporre un tentativo di placare il pontefice, irato per le inutili esortazioni a Federico, o di creare le condizioni - nel caso di deterioramento dei rapporti con il papato - affinch i prelati si schierassero al suo fianco contro Onorio. Federico si era persuaso che la presenza dominante della Chiesa nelle principali citt e regioni tedesche era una caratteristica permanente e accettabile ed era per giunta convinto, nel 1220, che la difesa dei diritti confessionali entro i confini germanici fosse esattamente quanto richiedeva il suo ufficio imperiale (di prossima formalizzazione). Le lettere inviate a Roma e i privilegi accordati ai vescovi testimoniano "ad abundantiam" della sua volont di "prendersi cura degli interessi della Chiesa romana", "preservare e rafforzare i diritti a vantaggio della Chiesa". Era sorta una nuova era di cooperazione tra il papa e l'imperatore-eletto, tra il re di Germania e i vescovi tedeschi.
Non fu l'impotenza, ancorch tale potesse apparire, a spingere Federico all'emanazione della "Confederatio"; fu piuttosto il suo ruolo di principe della pace, riconciliatore di Chiesa e governo laico, spada temporale agente per conto di quella spirituale, protettore della Chiesa e del suo padre spirituale, il papa, ma anche imperatore in procinto di riportare una vittoria a lungo sospirata da tutta la cristianit. Tra il dire e il fare,  il caso di sottolinearlo, c'era per di mezzo il mare. Quanto alla crociata, i soccorsi di Federico furono insufficienti e tardivi. Non era impresa agevole mettere insieme una flotta; a quanto sembra Federico ebbe un abboccamento con il corsaro Enrico, conte di Malta, recatosi in Germania nel 1218 passando per la sua citt natale, Genova. Il pirata vantava ricca esperienza delle prode del Mediterraneo orientale. Com' logico, l'annalista genovese pone l'accento sulla disponibilit di Federico a confermare i privilegi commerciali della sua citt in Sicilia e si sforza di dare l'impressione che i compiti di Enrico avessero a che fare con l'estensione della rete mercantile genovese. Poco verosimile: Enrico ritorn dalla Germania con il titolo di "ammiraglio della flotta marina" di Sicilia, e nel 1221 si imbarc per Damietta insieme a Gualtieri di Palearia. Ma gli indugi erano stati fatali - Damietta cadde qualche tempo prima che le loro navi comparissero all'orizzonte.
La dedizione di Federico alla crociata, espressa nella nomina di Enrico ad ammiraglio,  fuor di dubbio, ma ci voleva ben altro che entusiasmo per conseguire vittorie decisive in Oriente. Nel 1215 si era delineata la possibilit di una spedizione imponente sotto il suo patrocinio, non dissimile dalle crociate del Dodicesimo secolo (compresa quella del Barbarossa). Appena tre anni prima la Crociata dei Fanciulli, un esercito di diseredati, "innocenti" e giovani, adunatasi in nome dell'apocalisse, aveva rivelato l'intensit della devozione popolare al nome Gerusalemme. Nel 1220 la situazione era completamente mutata. Il tentativo di far confluire tutti i cavalieri d'Europa e innumeri altri entusiasti della guerra santa in un inarrestabile movimento per la liberazione di Gerusalemme, non era decollato. Un'operazione pianificata nei dettagli, con obiettivi militari definiti, la Quinta Crociata, si era letteralmente impantanata nel delta del Nilo. E ci sia concesso affermare che il contrasto tra ideali del 1215 e realt del 1220 aveva coinvolto lo stesso Federico. Il "puer Apuliae", che tanti sogni aveva autorizzato nel 1215, era ormai l'incontrastato padrone di quasi tutta la Germania. Ma da poco aveva cominciato a mettere a fuoco i problemi relativi alla sua dignit, ai rapporti con i sudditi, al suo ruolo di arbitro nelle dispute tra gli aristocratici. Nel 1220 Federico aveva acquistato piena coscienza delle differenze tra il suo potere attuale in Germania e quello potenziale nell'ambito di uno Stato assolutistico siciliano ristrutturato.
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FINE Parte 1.